Il Blog di Enzo Bianchi

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​Fondatore della comunità di Bose

Taizé, la riconciliazione a portata di tutti

23/08/2009 00:00

ENZO BIANCHI

Quotidiani 2009,

Taizé, la riconciliazione a portata di tutti

La Stampa

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23 agosto 2009

di ENZO BIANCHI

Sarebbe prezioso recuperare oggi l’anelito profetico che Taizé ha saputo far risuonare nel cammino ecumenico tra i cristiani, segno e caparra di una più vasta e profonda riconciliazione tra gli uomini e le donne

La Stampa, 23 agosto 2009

 

Ci sono anniversari che passano quasi inosservati, non tanto perché cadono nel pieno della tipica distrazione agostana o perché, assuefatti alle ricorrenze, si tende ormai a celebrare solo quelle quinquennali o decennali, ma piuttosto perché quelli che si potrebbero definire gli eredi spirituali, i continuatori dell’opera e della testimonianza della figura scomparsa paiono restii a celebrazioni eclatanti e preferiscono proseguire nella semplicità la loro presenza di oscuri testimoni della speranza. È avvenuto qualcosa di analogo in questa settimana dopo ferragosto, in cui ricorreva il quarto anniversario della morte di fr. Roger, priore di Taizé. Nonostante la recente pubblicazione anche in Italia di un assai discutibile saggio di Yves Chiron (Frère Roger 1915-2005), non si è fatto tesoro della ricorrenza per rievocare e approfondire quello che la vita e l’opera del fondatore e priore di Taizé ha rappresentato e continua a rappresentare per la presenza e la testimonianza dei cristiani nella società odierna.

 

In particolare credo sarebbe prezioso recuperare oggi l’anelito profetico che Taizé ha saputo far risuonare nel cammino ecumenico tra i cristiani, segno e caparra di una più vasta e profonda riconciliazione tra gli uomini e le donne del nostro tempo e di ogni luogo. “Voi che giungete qui: riconciliatevi! Cattolici, protestanti, ortodossi / giovani e anziani / bianchi e neri”. Questo il grande cartello che accoglieva i pellegrini e gli ospiti a Taizé a metà degli anni sessanta. Taizé - “questa primavera per la chiesa” come l’aveva definita papa Giovanni XXIII – era allora una comunità di fratelli protestanti, fondata da fr. Roger Schutz negli anni quaranta: una comunità che pregava e ricercava l’unità visibile dei cristiani divisi, separati, sovente in opposizione da secoli. Fr. Roger, figura carismatica e profetica, aveva letto in anticipo i segni dei tempi e con quei fratelli aveva ormai percorso un lungo cammino, aprendo sentieri ecumenici nella teologia, nella liturgia, nella spiritualità: per questo era stato invitato come “osservatore protestante” al Vaticano II...

 

Avendolo conosciuto e frequentato assiduamente in quegli anni, e avendo avuto il privilegio di un’amicizia fraterna, posso testimoniare come questo suo desiderio – e questo suo impegno quotidiano nella preghiera come nell’azione – per l’unità dei cristiani non era minimamente una trovata accattivante per attirare folle di giovani e meno giovani, ma piuttosto un cammino lucidamente intrapreso in nome del vangelo, nella consapevolezza che fosse giusto davanti a Dio e agli uomini perseguirlo con tenacia e onestà, nonostante le difficoltà e le incomprensioni che questo poteva suscitare – e non mancò di suscitare – all’interno e all’esterno della propria confessione di fede. Sovente gli ho sentito ripetere con fede salda che in molte epoche è bastato un piccolo numero di uomini e di donne per mutare il cammino della storia con la loro fede e la loro prassi segnata dall’amore, dalla riconciliazione, dalla pace. Ma il prezzo da pagare per questo “segno” posto nell’oggi della storia non ha mai conosciuto sconti. Penso in particolare alla sofferenza con cui fr. Roger e Taizé hanno sempre cercato – e perseverano nel cercare – di vivere come fratelli di diverse confessioni cristiane nell’obbedienza profonda e intelligente alle rispettive chiese, le quali non possono ancora condividere lo stesso calice: sofferenza di una comunità che sperimenta nel preciso momento fondante e fecondante la propria fede – la celebrazione eucaristica – il perdurare di una divisione più grande di lei. Vi è chi ha creduto di poter usare il termine “intercomunione” per indicare la prassi eucaristica in uso a Taizé, ma è una terminologia impropria e fuorviante: sulla collina della Borgogna cui non cessano di affluire folle di giovani da tutto il mondo, la comunità – che ospita tutti senza discriminazioni, fino ad aver accolto al cuore della propria preghiera anche la povera donna che aggredirà a morte fr. Roger – si sforza di offrire ai giovani non cattolici la possibilità di partecipare almeno una volta alla settimana a una celebrazione eucaristica protestante o a una divina liturgia ortodossa, affinché non venga meno il legame vitale con la confessione di fede di appartenenza. I fratelli, dal canto loro, comunicano tutti all’eucarestia cattolica, ma i membri cattolici non accedono mai, in obbedienza alla disciplina vigente, all’eucarestia di altre confessioni cristiane.

 

Non sembri questo esempio un dettaglio per addetti ai lavori, una questione interna di mera pertinenza ecclesiastica: è piuttosto il segno emblematico di un intero modo di porsi nel solco del dialogo, sul difficile crinale tra salvaguardia di un’identità e apertura all’altro. È la sfida difficile e quotidiana di chi vive ai margini ma sente di voler essere al cuore della compagine ecclesiale. È la sfida che incontra ogni profezia: saper parlare a tutti con franchezza e audacia, nella consapevolezza che gesti di rottura o forzature nel vissuto quotidiano comprometterebbero tragicamente ogni possibilità di essere ascoltati e riconosciuti come credibili e affidabili. È un discorso che va ben al di là del ristretto ambito liturgico: si tratta infatti di non dimenticare che dialogo vuol dire accettare l’altro come egli è e come egli stesso si definisce e si presenta a noi, di non cessare di essere se stessi mentre ci si confronta con il diverso, di essere consapevoli che la nostra identità esce arricchita e non sminuita da chi di questa identità non accetta alcuni elementi, magari anche quelli che noi riteniamo fondamentali.

 

Sì, di questa semplice e fondamentale lezione di deontologia del dialogo la Comunità di Taizé continua a essere maestra, rendendo così non solo testimonianza al suo fondatore, ma mostrando di celebrarne il ricordo con lo sguardo volto non al passato ma al futuro, un futuro di speranza per tutti: davvero la riconciliazione è possibile, tra i cristiani e nella compagnia degli uomini.

 

Enzo Bianchi

 

Pubblicato su: La Stampa

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