Il Blog di Enzo Bianchi

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​Fondatore della comunità di Bose

Eremiti oggi, il fascino imperituro del «deserto»

09/03/2008 00:00

ENZO BIANCHI

Quotidiani 2008,

Eremiti oggi, il fascino imperituro del «deserto»

Avvenire

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9 marzo 2008 
di ENZO BIANCHI

Ritirarsi in disparte, non condividere il modo di pensare e di agire della maggioranza, accettare la prova

 

Avvenire, 9 marzo 2008

 

Fin dalle origini della vita monastica l’eremitismo è letto e interpretato in modo ambivalente: da un lato lo si considera la forma eccellente di vita monastica, adatta a pochi, d’altro lato se ne scorgono i limiti nell’annessa impossibilità a servire i fratelli nel quotidiano e nel rischio di scambiare la volontà propria con quella del Signore. Proprio per questo la tradizione monastica d’occidente come d’oriente – dalla Regola di Benedetto fino alla prassi contemporanea nel deserto egiziano – ha sempre ritenuto possibile l’approdo alla vita eremitica solo dopo un tempo prolungato di vita comunitaria e l’assenso di un padre spirituale. Storicamente così è avvenuto molte volte, continua ad avvenire e sarebbe per certi versi auspicabile che sempre avvenisse. Ma anche l’inverso è attestato: quasi tutte le nuove forme di vita cenobitica – a cominciare da Benedetto stesso – hanno origine dal ritirarsi nel deserto dell’eremo di un uomo solo, che abbandona tutto e tutti e che soltanto in seguito viene raggiunto da alcuni discepoli per i quali accetta di fare da guida e di stendere una “regola” di vita. Così il cenobio nasce spesso da un eremita e successivamente può favorire la nascita di nuovi eremiti, non senza aver prima generato cenobiti: appare allora tutta la fecondità di questa tensione dialettica, a volte vissuta o interpretata solo in termini di rivalità o preminenza.

 

Ma come leggere allora l’attuale rifiorire della vita eremitica, proprio in una stagione in cui il monachesimo cenobitico conosce una fase di riflusso se non di vera e propria crisi? Non c’è il rischio che, in un cultura che subisce la tentazione della religione “fai-da-te”, anche la vita di celibato per il Regno subisca l’attrazione verso una forma plasmata da ciascuno a modo suo? Indubbiamente il pericolo è presente, eppure la chiesa ha sempre conosciuto questa feconda dialettica tra eremo e cenobio, e oggi accompagna con vigilanza amorosa il riemergere, anche in occidente e anche tra le donne, della vita eremitica, che l’oriente cristiano ha sempre continuato ad avere, soprattutto in ambito maschile: pur fortemente minoritaria, com’è naturale che sia, e a volte discreditata dall’eccentricità di alcuni suoi esponenti, la vita eremitica ha tuttavia fatto la sua ricomparsa sotto diverse forme: da quella più classica del solitario che si ritira in un luogo appartato, all’eremitismo urbano, vissuto lavorando e pregando nel deserto delle nostre anonime città; dalla riedizione moderna delle “colonie” di eremiti presenti in un’area limitrofa, alla reinterpretazione del carisma certosino di profonda solitudine vissuta in un spazio fisico e strutturale fortemente comunitario.

 

Il “deserto” si rivela, ancora oggi, una categoria spirituale più che geografica o fisica: ritirarsi in disparte, non condividere il modo di pensare e di agire della maggioranza, accettare la prova e la privazione per saggiare cosa si ritiene davvero essenziale, fare silenzio per imparare l’ascolto, custodire la solitudine per saper leggere nel proprio cuore e in quello altrui, sono tutti elementi che alcuni individui – in ogni tempo e in ogni luogo – colgono come propria verità fino ad assumerli come totalità della propria condizione e come segno capace di destare maggiore consapevolezza in quanti a loro si accostano, direttamente o attraverso i loro scritti e le loro parole tramandate.

 

Enzo Bianchi

 

Pubblicato su: Avvenire

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