Il Blog di Enzo Bianchi

Il Blog di Enzo Bianchi 

​Fondatore della comunità di Bose

Il paradosso della Pasqua

27/03/2005 00:00

ENZO BIANCHI

Quotidiani 2005,

Il paradosso della Pasqua

La Stampa

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27 marzo 2005

“Chi crederà al nostro messaggio?”, si chiedeva il profeta Isaia dopo aver tratteggiato un uomo “giusto”, oltraggiato fino a non possedere più un volto, condannato insieme a malfattori comuni, ucciso senza opporre resistenza né avere difensori, ma alla fine richiamato in vita da Dio, vincitore sulla morte? Chi potrà credere a questo annuncio paradossale? Eppure questa fede, questa fiducia nella risurrezione di Gesù, primo uomo risorto da morte, continua a essere presente nella storia fino a oggi in milioni di uomini e di donne. Ed è qui, sulla fede in questa vittoria di Gesù Cristo sulla morte, qui e non su altro che si gioca lo specifico del cristianesimo. Dice l’apostolo Paolo: “Se Gesù Cristo non è risorto, vana allora è la nostra fede… e i cristiani sono da compiangere più di tutti gli uomini” (1Cor 15,17.19). Questo è il grande debito che i cristiani hanno verso gli altri uomini, questo è ciò che possono offrire agli uomini tutti che segretamente, prima o poi, di fronte alla morte si chiedono: “cosa posso sperare?”.

 

Non è un caso che Gesù risorto sia stato “visto e sperimentato” solo da alcuni, da pochi credenti in lui, ma quelli che hanno prestato fede alla loro testimonianza, senza mai pretendere o causare apparizioni del Risorto, hanno narrato nei secoli la verità della vittoria della vita sulla morte con il loro modo di vivere e di morire, con la loro differenza cristiana. Hanno mostrato che le energie della risurrezione di Gesù operavano in loro, rendendoli una comunità che faceva uscire dall’egoismo dell’io per instaurare la comunione del noi, rendendoli capaci di perdono e di amare il nemico senza chiedere reciprocità, capaci di compassione verso tutte le creature e soprattutto verso gli ultimi. Molti cristiani hanno mostrato di credere nella risurrezione non tanto parlandone ma piuttosto operando la giustizia che porta ad agire per la liberazione dall’oppressione e dalla morte, rinunciando all’affermazione di sé e spendendo la vita al servizio dell’altro. Sì, il paradosso della Pasqua può essere narrato solo da vite paradossali.

 

Ma è decisivo chiederci perchéGesù è risorto da morte, e sarebbe troppo sbrigativo affermare che è risorto perché figlio di Dio. In verità, Gesù è stato risuscitato da Dio in risposta alla vita che aveva vissuto, al suo modo di vivere nell’amore fino alla fine, fino all’estremo. Potremmo dire che è stato il suo amore più forte della morte ad attuare la decisione del Padre nel richiamarlo dalla morte alla vita piena. In questo senso il messaggio pasquale non riguarda solo i cristiani ma può essere annunciato con discrezione e umiltà anche agli altri uomini perché è un messaggio che rivela la forza dell’amore, un messaggio cui tutti gli uomini possono essere sensibili, un messaggio comprensibile da tutti.


La Pasqua ebraica celebrata da Gesù, e celebrata ancora oggi dagli ebrei credenti, contiene un annuncio di speranza e di liberazione: dalla schiavitù si è chiamati alla libertà. In questo alveo mai contraddetto, la Pasqua cristiana proclama che dalla morte si è chiamati alla vita. Sappiamo bene che è il pensiero della morte – anche se, come diceva Freud, non vogliamo credere alla nostra morte – quello che scatena in noi il desiderio e la volontà di vivere a ogni costo, anche senza gli altri e contro gli altri. La morte, dicono i sapienti della bibbia, è “il re delle paure” (“melek ballahot”) e ha in sé una potenza che può essere schiavizzante. “Per paura della morte gli uomini risultano alienati per tutta la vita” dice l’apostolo, e tutti noi sperimentiamo questa possibilità di diventare malvagi proprio perché abitati dall’angoscia della morte: volendo vivere a ogni costo e quasi per allontanare ogni possibilità di morte, noi pensiamo soprattutto a noi stessi, vogliamo possedere, dominare, arrivando fino a pensare che tutto questo è ragionevole e giusto, per poi fare l’amara esperienza di aver intrapreso un cammino mortifero.

 

Sì, davanti all’uomo c’è una via della morte e una via della vita ed egli deve scegliere, nella consapevolezza che più forte della morte è soltanto l’amore, come sta scritto nel Nuovo Testamento: “chi non ama, rimane nella morte e chi odia suo fratello è omicida … chi ama passa dalla morte alla vita”. L’unico modo per non avere paura né angoscia della morte, pur provandone timore, è tentare di spendere la vita per gli altri, tentare di amare e accettare di essere amati in ogni situazione. Questo è quello che cercano di dire e di vivere i cristiani consapevoli della loro fede. E lo dicono da perseguitati in Cina, in Vietnam, in Sudan, in tante situazioni di minoranza, di ostilità, di disprezzo… Lo dicono anche nelle terre di antica cristianità come l’Europa, a volte soffrendo e tacendo a causa delle difficoltà a vivere la comunione e a vivere l’amore nella chiesa stessa.

 

Di fronte alla riduzione del cristianesimo a morale che sia cemento di aggregazione per la società, a religione spiritualistica tesa solo allo star bene con se stessi, a religione civile in cui non si sa più cosa spetti a Cesare e cosa a Dio e la fede è strumentalizzata per fini politici, a predicazione ridotta a ideologia da sbandierare senza conversione né conformità alla vita di Gesù, l’annuncio della Pasqua cristiana rimane tuttavia non catturabile e non utilizzabile a scopi interessati. I cristiani ne devono essere consapevoli: se non sanno più credere alla risurrezione di Gesù, primizia della loro stessa risurrezione dopo la morte, non sono cristiani; se non credono al Cristo risorto e vivente, pur continuando a dirsi cristiani, sono da compiangere più di tutti gli uomini.

 

Hanno destato scalpore le parole del cardinal Ratzinger nella Via Crucis del venerdì santo che confessavano “la sporcizia che c’è nella chiesa, la superbia, l’autosufficienza”, eppure questa è una consapevolezza condivisa da quanti sanno misurare come sia ampia oggi tra i cristiani la schizofrenia tra etica professata – sovente intransigente e sguainata come spada minacciosa verso gli altri – e proprio comportamento morale quotidiano. Ogni secolo ha un suo “peccato”, ma forse oggi a causa della banalizzazione del mistero del male e dell’oblio dell’aspetto giudiziale di Cristo, è questo distacco tra esigenze del vangelo e comportamento ad apparire come snervante il cristianesimo. Anche questo sanno i cristiani, come sanno che proprio per questo i nemici più efficaci del cristianesimo possono essere loro stessi: per il loro cedere a questa tentazione chiedono misericordia a Dio e, se sono sinceri, chiedono perdono anche ai loro fratelli e sorelle in umanità. Pasqua è certo gioia e festa, ma non a basso prezzo: per poter sperare e indicare agli uomini cosa possono sperare, occorre mostrare concretamente nella quotidianità esistenziale quanto si è capaci di credere all’amore più forte della morte.

 

Enzo Bianchi

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