Il Blog di Enzo Bianchi

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​Fondatore della comunità di Bose

L’atleta di Dio

13/03/2004 00:00

ENZO BIANCHI

Quotidiani 2004,

L’atleta di Dio

La Stampa

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13 marzo 2004

Quando si misura la durata di un pontificato non bisogna lasciarsi prendere dall’ottica della rincorsa a primati di longevità. La storia ha mostrato in più occasioni che la portata reale di un pontificato non dipende da mesi e anni ma dalla docilità allo Spirito: si pensi, per fare un esempio relativamente recente, a cosa ha significato per la chiesa e per il mondo il breve pontificato di Giovanni XXIII, durato meno di cinque anni. Ma il fatto che ora Giovanni Paolo II sia il secondo papa dopo Pio IX per durata del ministero ci offre l’occasione di meditare attorno al servizio di Pietro, così essenziale alla fede dei cattolici, e al significato di questo lungo pontificato.

 

Il ministero di comunione del papa resta per i cattolici un “punto fermo” perché nell’ascolto che essi prestano al vangelo riconoscono al successore di Pietro il servizio alla comunione attraverso la riconferma dei fratelli nella fede. I cattolici sono consapevoli che questo ministero è stato esercitato in forme diverse nella storia e che nelle aree ecclesiastiche dell’occidente ha assunto una forma più evidente e giuridica che non in oriente; e sanno anche che nei primi secoli esso si è dispiegato soprattutto attraverso lo stimolo dei concili ecumenici. Proprio in questa consapevolezza Giovanni Paolo II, con un’audacia profetica giudicata da alcuni come un tradimento, ha invitato le altre chiese a un confronto su questo servizio, dicendosi disposto a mutarne la forma.

 

Insomma, i cattolici affermano la necessità del ministero di Pietro esercitato dal vescovo di Roma, ma sanno che il papato è una modalità storica di esercitarlo, modalità che può essere mutata in vista di una comunione plurale di chiese, unite nella fede e nella celebrazione dei sacramenti ma diversificate in tutte quelle espressioni che derivano dall’incontro con le culture e le genti: non è il papa che “fa” la chiesa, ma la chiesa abbisogna di chi eserciti questo servizio che Gesù stesso, secondo i vangeli, ha voluto nella storia. Non è dunque una questione di potere, bensì di obbedienza al vangelo che richiede questo ministero di comunione.

 

Giovanni Paolo II lo esercita ormai da più di venticinque anni, un tempo certamente lungo, e proprio per questo il suo papato va letto e compreso anche in una dinamica di atteggiamenti e parole: c’è stata un’effettiva evoluzione in questo papato perché nell’ultimo quarto di secolo il mondo è molto cambiato, così come è cambiata la chiesa, che alle vicende del mondo partecipa senza esenzione. Accanto a questi elementi di mutazione “esterna”, c’è anche la constatazione di un papa “vecchio e colpito dalla malattia”, un papa che all’inizio del suo pontificato appariva fisicamente come “un atleta di Dio” e che oggi lo è in un senso più profondo: “atleta di Dio” al modo degli anziani padri della chiesa che portavano nella loro carne i segni delle persecuzioni patite. Il corpo è ormai ricurvo e quasi incatenato a una sedia, la parola è tremula, ma il vigore spirituale sembra rinnovarsi ogni giorno in modo sorprendente e quasi inatteso… Ora, come Giovanni XXIII si riaccendeva quando chiedeva e profetizzava l’aggiornamento, come Paolo VI ritrovava una voce convinta quando parlava didialogo, così Giovanni Paolo II quando parla di evangelizzazionesembra implorarla da parte di tutti i cristiani: è questa la sua ansia, la sua passione, la sua urgenza.

 

Può allora essere proprio l’evangelizzazione la chiave di lettura e la trama di continuità del suo pontificato e dei suoi gesti più marcanti. È in vista di essa che ha chiesto alla chiesa “una conversione, un discernimento delle mancanze storiche e delle contraddizioni dei cristiani nei confronti delle esigenze del vangelo” e che ha voluto quella liturgia di confessione delle colpe e di richiesta del perdono da parte di Dio. Per lui il primato nell’esercizio della comunione dev’essere accompagnato dal primato nel servizio dell’evangelizzazione: vi è nel papa la consapevolezza di presiedere la chiesa fondata sugli apostoli Pietro e Paolo e, quindi, la volontà di essere successore non solo di Pietro la roccia, ma anche di Paolo il missionario.

 

È legata all’evangelizzazione anche la grande passione di Giovanni Paolo II per l’uomo, passione che l’ha portato a gridare più volte: “l’uomo è la via della chiesa!”. Sì, proprio il papa che ha dialogato più di tutti con l’ebraismo e con l’islam sa che lo specifico irriducibile che differenzia il cristianesimo dagli altri monoteismi è l’umanizzazione di Dio: Dio si è fatto uomo, è stato uomo in Gesù. Un uomo ha raccontato Dio e ormai è nell’uomo che si incontra Dio, è nel rapporto con gli uomini che si decide la vita o la morte, la salvezza o la perdizione.

 

Questa attenzione all’uomo, alla sua dignità, alle ingiustizie che lo fanno soffrire, ci aiuta a collocare nella giusta prospettiva dell’evangelizzazione, del dire oggi le esigenze del vangelo, anche il magistero di Giovanni Paolo II sulla guerra, un magistero limpido che è parso anche non sempre supportato nello spazio ecclesiale durante la prima guerra del Golfo e il recente conflitto in Iraq. Nelle parole accorate del papa, infatti, intraprendere la strada di conflitti armati rimane “un’avventura senza ritorno” perché “la guerra è sempre una sconfitta dell’umanità”, di quell’umanità che attende la buona novella di una speranza per tutti.

 

Enzo Bianchi

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