Il Blog di Enzo Bianchi

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​Fondatore della comunità di Bose

E l’obbedienza non fu più una virtù

13/12/2002 23:00

ENZO BIANCHI

Quotidiani 2002,

E l’obbedienza non fu più una virtù

La Stampa

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14 dicembre 2002

Compie trent’anni in questi giorni. Era venuta alla luce dopo una lunga gestazione e con un parto travagliato. Avevano cercato di soffocarla nella culla, poi l’avevano data in affido, le avevano centellinato le risorse per crescere e negato le possibilità di migliorarsi e di superare i propri limiti. Infine le hanno tolto lo spazio vitale e le ragioni di esistere, così l’abbellimento conferitole negli ultimi tempi è risultato solo il funereo maquillage prima della tacita condanna a scomparire per inerzia, mancanza d’aria o eutanasia.

 

Non stiamo parlando dell’ennesima vittima della malasanità nostrana e delle carenze del sistema di protezione sociale. No, il trentesimo compleanno è quello della legge che riconosce il diritto all’obiezione di coscienza al servizio militare, approvata il 15 dicembre 1972. Trent’anni da uno spartiacque, da uno strumento giuridico che fissava un prima e un dopo: prima, l’obiezione al servizio militare costituiva un illecito, un reato cui seguiva un processo e una condanna; dopo, obiettare era un comportamento legittimo che comportava lo svolgimento di un servizio civile sostitutivo; prima, sostenere o promuovere l’obiezione di coscienza costituiva “apologia di reato”; dopo, era fare appello al patrimonio più prezioso di ogni essere umano, la sua coscienza.

 

È difficile oggi rievocare il clima degli anni sessanta sulle tematiche della pace e della guerra: bisognerebbe ricordare, per esempio, le reazioni suscitate da un film coraggioso di Autant Lara, Tu ne tuera pas, capace di accendere il dibattito presso il largo pubblico, oppure gli obiettori nonviolenti (in massima parte laici o gandhiani) in carcere, i processi e le condanne per chi parlava in loro difesa, fossero anche uomini di chiesa come padre Balducci e don Milani... Da parte mia, ricordo di essere stato chiamato a deporre in tribunale a Torino in difesa di due preti di Pinerolo, per testimoniare come, sulla base dei testi e della prassi della Chiesa dei primi secoli, fosse possibile sostenere teologicamente il rifiuto a prestare servizio militare. E ancora, le discussioni appassionate che travagliavano dall’interno i diversi schieramenti politici, le ostilità del mondo militare e la diffidenza in molti ambienti ecclesiali che consideravano lo sparuto gruppo di cattolici favorevoli all’obiezione di coscienza come sovversivi ed eretici... Un dibattito vivace e approfondito, cui presero parte giuristi e teologi, filosofi e generali, pacifisti (allora il termine indicava ancora una posizione etica opinabile e non un insulto generalizzato) e industriali: si discuteva di disobbedienza civile e di senso dello Stato, di riconversione dell’industria bellica e di difesa popolare nonviolenta, della compatibilità tra messaggio evangelico e cappellani militari o teoria della “guerra giusta”, di diritto internazionale e di coscienza individuale. Tutto un altro clima, tanto per fare un esempio, rispetto al frettoloso confronto parlamentare di due anni or sono al seguito del quale le due Camere, senza praticamente nessun coinvolgimento dell’opinione pubblica, giunsero ad abolire la leva obbligatoria.

 

Alla fine, nel 1972, l’accordo venne trovato sul progetto “Marcora” e una legge innovativa fu promulgata appunto nel dicembre di trent’anni fa. Come tutte le leggi, era giustamente frutto di compromessi e richiedeva norme e strutture di attuazione: così – tra commissioni composte anche da militari per verificare gli “imprescindibili motivi di coscienza” dell’obiettore al servizio militare, pastoie burocratiche e ostacoli frapposti agli enti che chiedevano la convenzione con il Ministero della Difesa, vessazioni legali (otto mesi di servizio in più rispetto al militare) e abusive (ritardi di oltre sei mesi nell’accettazione della domanda) nei confronti degli obiettori – i primi giovani furono ammessi al servizio civile solo due anni dopo. Il “servizio sostitutivo” fu per i primi anni un lavoro nel sociale, svolto soprattutto presso enti locali e organismi assistenziali “laici”, come del resto erano in massima parte gli obiettori, limitati a poche centinaia all’anno. Nel 1979 avvenne una prima svolta significativa: la Caritas nazionale firmò a sua volta la convenzione con il Ministero della Difesa e iniziò a gestire in prima persona la formazione di un numero crescente di obiettori e il loro impiego in svariate attività caritative a livello diocesano. Da allora il numero degli obiettori crebbe in modo esponenziale fino a raggiungere le decine di migliaia all’anno, le diffidenze di larga parte del mondo cattolico svanirono e l’accento si spostò dall’obiezione di coscienza in sé alla gestione e alla ricaduta sociale del servizio civile. Nel maggio 1985 un’altra tappa significativa: una sentenza della Corte Costituzionale sancì che il dovere della difesa della patria, affermato dalla Costituzione, non si esauriva affatto nella prestazione del servizio militare, ma poteva essere assolto anche con “un impegno sociale non armato”. Negli anni che seguirono si tentò invano, a più riprese, di avere una nuova legge che eliminasse i difetti della precedente e fosse maggiormente attenta a sensibilità e istanze emerse nel frattempo nella società civile e nella realtà giovani in particolare. Non se ne fece nulla fino al 1998 e già tre anni dopo, prima ancora che entrasse in funzione la prevista Agenzia nazionale per il servizio civile, l’abolizione del servizio di leva obbligatorio svuotava di senso e di ragion d’essere l’obiezione di coscienza, facendo venir meno l’oggetto del contendere e lasciando così il servizio civile orfano della motivazione di fondo che lo aveva fatto nascere.

 

D’altro canto, lo stesso movimento legato all’obiezione di coscienza aveva gradualmente attenuato le proprie caratteristiche ideali di rifiuto dell’istituzione militare per dedicare le energie migliori a un sempre più efficace lavoro di utilità sociale e caritatevole: dimensione che non a caso ha visto riconosciuta la propria dignità in una nuova legge che istituisce un servizio civile volontario in parallelo all’esercito di soli professionisti. E pensare che i primi obiettori di coscienza della storia – i martiri cristiani sotto l’impero romano – avevano motivato il loro rifiuto con l’impossibilità a servire altri che il Signore Gesù. Una lotta anti-idolatrica, prima ancora che nonviolenta, una lotta non tanto contro i sacrifici offerti all’imperatore, quanto contro la pretesa che un uomo o un’istituzione si facesse padrone assoluto di altri uomini e della loro coscienza, fino a spingerli a commettere dei crimini legalizzati. “L’omicidio è crimine quando sono i singoli a commetterlo – scriveva il vescovo Cipriano di Cartagine – ma diventa virtù quando è compiuto in nome dello Stato!”; e Massimiliano, nel linguaggio scarno ed essenziale della recluta, rispondeva in modo analogo al tribunale che lo stava condannando a morte per renitenza: “Non posso militare, non posso fare il male: sono cristiano!”.

 

Strano anniversario, dunque, quello che non a caso quasi nessuno celebra in questi giorni. Eppure la situazione mondiale attuale avrebbe urgente bisogno di una seria ripresa della discussione sulle tematiche della pace e della nonviolenza, perché – mentre chi ritiene che la guerra possa risolvere le controversie internazionali e interne è consapevole di come non si possa giungere militarmente impreparati al conflitto e agisce di conseguenza, fabbricando armi, addestrando eserciti, assoldando mercenari, fomentando odii, armando terroristi, sostenendo dittatori... – coloro che cercano alternative “disarmate” per fermare la violenza sono impossibilitati a elaborare strategie a lungo termine e vengono facilmente irrisi (quando non accusati di fare il gioco del nemico) come utopisti. Così continua ad andare il mondo ma, a trent’anni da una legge che rispondeva a una ricerca di senso, si troveranno ancora semplici uomini, armati solo di coraggio e di forza interiore, capaci di preparare i tempi e i luoghi perché possano realizzarsi le antiche parole del profeta Isaia: “forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci: un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non impareranno più il mestiere della guerra”? Si troverà ancora chi sarà capace di insegnare e di imparare il ben più difficile mestiere di essere uomo?

 

Enzo Bianchi

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