Il Blog di Enzo Bianchi

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​Fondatore della comunità di Bose

Ambiente ed etica. Per un nuovo rapporto

01/04/2021 00:00

Giannino Piana

Testi di Amici 2021,

Ambiente ed etica. Per un nuovo rapporto

Giannino Piana

di Giannino Piana

La questione ecologica è divenuta, negli ultimi decenni, il nodo critico più rilevante della società in cui viviamo. La gravità della situazione è resa trasparente dal rapido avanzare di fenomeni che mettono in serio pericolo la vita del pianeta: dall’inquinamento ambientale in costante aumento e che intacca beni fondamentali per la vita – l’aria, l’acqua e la terra – alla progressiva erosione delle risorse, molte delle quali non rinnovabili, che rendono precario il futuro dell’umanità nel frattempo cresciuta in termini esponenziali (e tuttora in costante crescita).

 

È riduttivo – come avviene da alcune parti – ricondurre la crisi esclusivamente a fattori di carattere tecnico – lo sviluppo della tecnica e la proposta di un ideale tecnocratico hanno senza dubbio avuto (ed hanno tuttora) un peso di grande rilevanza a tale proposito – ; essa rinvia, più radicalmente, a fattori di ordine antropologico ed etico, che danno ragione in radice dei processi manipolativi che l’uomo ha messo in atto sfruttando le nuove conoscenza acquisite e servendosi degli strumenti sempre più sofisticati e pervasivi oggi a propria disposizione.

 

Le radici antropologiche

 

La radice più immediata della crisi è senz’altro costituita dalla mentalità economicista, che ha preso, a partire dalla rivoluzione industriale, il sopravvento. L’ideologia capitalista da essa derivante, fondata su una logica quantitativa, che privilegia la massimizzazione della produzione e del profitto, ha finito per considerare la natura come un semplice contenitore di risorse da sfruttare in maniera illimitata e incondizionata. Ad accentuare questa tendenza utilitaristica ha concorso, a sua volta, l’affermarsi di una visione di stampo illuminista che fa capo alla ragione strumentale, per la quale si identificano, in maniera ottimistica, progresso tecnologico e crescita umana, non tenendo in considerazione le ricadute negative dei processi attivati.

 

Ma la ragione più profonda dell’odierna crisi ecologica va ascritta alla presenza di una concezione antropologica dualista, che ha le sue origini nella filosofia greca – si pensi a Platone e al neoplatonismo – e che ha trovato espressione anche in altre correnti culturali, mantenendosi a lungo viva anche in epoca moderna – non si può dimenticare in proposito il dualismo cartesiano – la quale ha prodotto un’interpretazione del corpo come ‘oggetto’ (il corpo che ‘abbiamo’ e non il corpo che ‘siamo’) e, di conseguenza, una oggettivazione della natura extraumana, assoggettata al dominio assoluto dell’uomo.

 

Si deve aggiungere che il fenomeno della secolarizzazione – tuttora in corso fino ai limiti del secolarismo – che ha provocato il distacco della natura dalla relazione fondamentale che la legava a Dio – il mondo non viene più considerato «creazione» ma «natura» e «cosmo» – ha determinato anche la separazione della natura dall’uomo, rimettendola a se stessa e alla sua piena autonomia, e facendogli perdere la dimensione di habitat da cui l’uomo non ricava soltanto sostentamento materiale ma anche nutrimento spirituale, e trasformandola in «cosa» del tutto manipolabile.

 

Una nuova relazione uomo-ambiente

 

Il rapporto uomo-ambiente va dunque ripensato, evitando tanto una forma di ‘naturalismo’ radicale, che non fa i conti con i limiti della natura – non solo madre ma anche matrigna –, la quale esige pertanto di essere controllata e trasformata dall’uomo, quanto una forma di riduzionismo culturale, che giustifica un utilizzo indiscriminato della natura, che finisce per alterarne radicalmente l’identità. Si tratta di dare vita a un equilibrio dinamico, che integri tra loro conservazione e cambiamento, rispetto ed esercizio della signoria. Ad esprimere nel modo migliore questo duplice rapporto, recuperando ambedue i significati, sono i due verbi ‘coltivare’ e ‘custodire’, presenti nel secondo racconto della creazione (Gen 2, 15), dove il ‘giardino’, uscito dalle mani di Dio, è rimesso alle mani dell’uomo perché lo porti a compimento trasformandolo senza distorcerne il carattere originario.

 

La possibilità di dare concreta attuazione a questo equilibrio implica tanto il superamento della razionalità ideologica, che si fonda su una ragione totalizzante (e astratta) quanto di una razionalità strumentale, per la quale – come ci ha ricordato Bacone – ‘conoscere è potere’, cioè esercizio di un dominio incondizionato sulla realtà, per fare spazio a una razionalità simbolica, evocativa o allusiva, che guarda alla natura in una prospettiva aperta, senza la pretesa di circoscriverne in termini assoluti i contorni, ma rinviando costantemente oltre. Di qui nasce allora un rapporto di vera comunione che fa della natura non solo una realtà da utilizzare strumentalmente ma anche (e soprattutto) da fare oggetto di contemplazione in vista di un arricchimento interiore.

 

Le dimensioni etiche

 

L’etica che discende da questa concezione fa appello a una visione della realtà nella quale non compete all’uomo l’esercizio di una signoria dispotica nei confronti della natura, ma l’assunzione di una precisa responsabilità. Il riconoscimento che esiste una gerarchia tra gli esseri viventi al vertice della quale vi è l’uomo – come vuole una forma di antropocentrismo moderato – non implica la possibilità di un uso puramente strumentale di ciò che è inferiore; comporta anzitutto la messa in atto di un rapporto comunionale con esso; rapporto che non esclude l’intervento manipolativo nel rispetto tuttavia dell’equilibrio tra i diversi ecosistemi.

 

L’esercizio della responsabilità deve svilupparsi, al riguardo, in due direzioni: le scelte strutturali (o di sistema) e le scelte personali. L’intreccio tra etica pubblica ed etica privata (o personale) è qui molto stretto.

 

La prima direzione – quella riguardante le scelte strutturali – esige il superamento dell’attuale modello di sviluppo per dare vita a un modello che sappia fare seriamente i conti con il limite delle risorse disponibili e con la necessità di contenere l’inquinamento. Questo implica il rifiuto del sistema capitalista (o neocapitalista) imperniato su una logica quantitativa, per fare spazio a una logica qualitativa che privilegi i beni relazionali e la promozione della qualità della vita. La consapevolezza che – come ci ha ricordato papa Francesco nella Laudato si’ – questione ambientale e questione sociale sono tra loro strettamente connesse sollecita a dare vita a un sistema insieme ecosostenibile ed equisostenibile: un sistema – per usare ancora un’espressione dell’enciclica papale – di «ecologia integrale»; che saldi, in altri termini, cura dell’ambiente e ridimensionamento delle diseguaglianze sociali. Un sistema che abbia di mira, in definitiva, il bene comune umano non più definibile soltanto in senso sincronico – tutto l’uomo e tutti gli uomini esistenti – ma anche in senso diacronico, coinvolgendo le generazioni future alle

quali va consegnato un mondo abitabile.

 

La seconda direzione – quella delle scelte personali – implica l’adozione di nuovi stili di vita. Si tratta di fare il passaggio da un regime basato sullo spreco delle risorse («l’usa e getta»), sulla moltiplicazione dei rifiuti e sulla rincorsa dei bisogni, quelli superflui, che risultano spesso anche alienanti perché indotti dalla pressione sociale esercitata dai media, ad un regime caratterizzato dalla sobrietà, cioè dall’uso parsimonioso delle cose e del tempo, dalla riduzione dei bisogni e dall’assegnazione del primato al ricupero della propria interiorità e dell’impegno verso gli altri, a partire da coloro che si trovano in situazioni di particolare disagio con i quali occorre stabilire condizioni di solidarietà e di condivisione dei beni.

 

La questione ecologica reclama dunque una vera rivoluzione culturale e socioeconomica – la crisi attuale non è congiunturale, ma strutturale e di sistema –; ma esige anche una ampia partecipazione dal basso, che, oltre a contribuire in misura determinante a ridurre gli effetti negativi dei processi in corso, rende possibili gli stessi cambiamenti strutturali, che hanno bisogno per imporsi con efficacia di un ampio consenso di base. È evidente in tutto questo il ruolo imprescindibile della politica, la quale deve ritrovare la propria autonomia e la propria autorevolezza, uscendo dalla sudditanza nei confronti del potere economico e dal provincialismo degli Stati nazione, che la rende impotente a gestire processi che vanno ben oltre le loro frontiere, e assumendo il ruolo che costitutivamente le spetta, quello di fare da guida alla vita associata in vista della crescita del bene comune.

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