Il Blog di Enzo Bianchi

Il Blog di Enzo Bianchi 

​Fondatore della comunità di Bose

“Ogni giorno lezione di umiltà dai miei peperoni alla lattuga”

15/04/2018 10:33

Roberta Scorranese

Testi,

“Ogni giorno lezione di umiltà dai miei peperoni alla lattuga”

Enzo Bianchi e l’orto che coltiva da sempre. “E’ la natura che vince sulla morte” . Il Corriere della Sera: intervista a Enzo Bianchi

Enzo Bianchi e l’orto che coltiva da sempre. “E’ la natura che vince sulla morte”

Corriere della Sera - 15/04/2018

 

Intervista a Enzo Bianchi di Roberta Scorranese

Quando aveva undici anni e superò l’esame di ammissione alle scuole medie, il piccolo Enzo Bianchi non ebbe dubbi nel rispondere al padre, che gli chiedeva che regalo volesse: «Un orto». Da allora, il fondatore della comunità monastica di Bose ha sempre curato un orto nei suoi 75 anni di vita. E ancora oggi il monaco laico che abita nell’eremo di Bose a Magnano (Biella), vicino ai suoi «fratelli » e alle sue «sorelle», parla con fine competenza di semina, innesti, trapianti.

 

Enzo Bianchi, com’è andato il raccolto?

 

«È stato un inverno difficile, purtroppo, con gelate tardive e tanto freddo. È però sopravvissuta la mia insalata, una lattuga canadese molto resistente ai freddi. Nei giorni scorsi ho seminato dei bulbi di cipolla. Stiamo a vedere».

 

È vero che lei coltiva dei peperoni particolari?

 

«Certo, sono peperoni piuttosto piccoli, della provincia di Asti, una specie che non si trova quasi più. Ma sono molto dolci e gustosi».

 

Che cosa la tiene «legato» all’orto ormai da una vita?

 

«Pensi solo ai gesti che si compiono in questo spazio. Innanzitutto l’atto del chinarsi, nell’andare incontro alla terra, abbassando lo sguardo. Una grande lezione di umiltà, che ho imparato a raccogliere fin da ragazzo e che mi ha fatto bene nella vita adulta. È anche per questo che l’orto mi ha sempre accompagnato nei miei spostamenti. In Monferrato prima, qui a Bose poi. Dovunque io vada, trovo il posto, il tempo e lo spirito per questo ».

 

E forse è pure per questo che nei Vangeli ci sono frequenti riferimenti alla coltivazione della terra?

 

«Sì, perché spesso dimentichiamo che Gesù non è solo contemplazione, ma è anche concretezza, eccome! La fede stessa è, tutto sommato, concretezza, è fatta di azioni e di piccole decisioni. Ma soprattutto è fatta di attenzione».

 

Quella concentrazione sul presente che oggi ci manca, presi come siamo a rimpiangere il passato o a immaginare il futuro?

 

«Una concentrazione sul qui e ora che nell’orto devi ritrovare per forza. Dalla qualità del raccolto, per molte persone, dipende la vita».

 

Enzo Bianchi è così: un uomo terragno, un uomo che usa le parole come il contadino usa la zappa, con forza e precisione, una sapienza conquistata con la preghiera ma anche con una certa dose di conoscenza del mondo.

 

Qual è il gesto del contadino che preferisce?

 

«Ce ne sono tanti. Quando immagino l’atto di estirpare le erbacce, penso che ci vogliono concentrazione, delicatezza e fermezza insieme».

 

Lo stesso atteggiamento che nella vita premia tanti?

 

«Possiamo chiamarlo equilibrio. L’orto stesso è equilibrio di varietà differenti. Oltre alla mia lattuga canadese e ai peperoni, coltivo anche pomodori, sedano, piccole melanzane. Verdure essenziali, intendiamoci».

 

E ognuna di queste specie richiede cure diverse, un po’ come accade delle anime delle quali ci prendiamo cura. L’orto può essere anche un esercizio d’amore?

 

«Ma certo, però ribadisco: è attenzione, è cura, è dedizione. Pensiamo alla metafora della recinzione: reti, sistema di pali e fili, metallici o no. Tutto quello, insomma, che protegge ciò che amiamo dalle incursioni degli animali in questo caso — specie i cinghiali — alle incursioni di altre

cose, quando parliamo in metafora. Proteggere ciò che amiamo con la giusta recinzione, reale o metaforica, è un principio molto importante».

 

Accudire un orto forse vuol dire anche sapersi mettere nelle mani della sorte: il meteo, le stagioni che cambiano, l’imprevedibilità delle cose.

 

«È lo spettacolo meraviglioso della natura che si impone oltre noi stessi, al di là di ogni azione umana. Ma è del tutto conforme alle leggi naturali,

è la vita stessa a imporsi ogni volta! Oltre la morte, oltre la distruzione, oltre il male. L’orto è vita che vince».

 

L’entusiasmo di Enzo Bianchi è un rosario di erbe recitato con voce chiara, cristallina, con un accento leggero: prezzemolo, basilico, borragine, erba cipollina, menta, timo, maggiorana, aglio...

 

Che cosa vede dalla finestra della sua cella?

 

«Una quercia che ha settecento anni. Oggi per abbracciarla ci vogliono quattro uomini. Ma vedo anche un viale di tigli che ho piantato personalmente, quasi un’eredità di profumo e candore per le generazioni che verranno. Se esco, vedo da una parte l’orto, dall’altra il bosco».

 

La cura di sé e il trionfo autarchico della natura.

 

«In entrambi i casi, un messaggio forte: coltivare la terra è imparare ad aspettare e imparare ad aspettare è in qualche modo imparare a vivere».

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