Il Blog di Enzo Bianchi

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​Fondatore della comunità di Bose

Una nuova Pentecoste. Papa Giovanni XXIII apre la Chiesa al mondo e ai “fratelli separati”

23/03/2023 00:00

ENZO BIANCHI

Conferenze 2023,

Una nuova Pentecoste. Papa Giovanni XXIII apre la Chiesa al mondo e ai “fratelli separati”

ENZO BIANCHI

Pubblicato su: Dossier di Vita Pastorale febbraio  2023

 

di Enzo Bianchi

Nell’ottobre del 1958 avevo poco più di quindici anni e tuttavia ero stato formato non solo a una vita cristiana seria e impegnata asceticamente, ma anche a una sensibilità ecclesiale profonda, alimentata dalla lettura di alcune riviste alle quali ero stato abbonato da chi vegliava sulla mia educazione, in un piccolo paese del Monferrato.     Alcuni anni prima ero stato a Roma con il concorso Veritas, ed eravamo stati ricevuti da Pio XII che aveva lasciato una impressione fortissima su di me. Conservo ancora la foto mentre mi accarezza la testa… Alla sua morte ricordo che io e gli altri eravamo desolati: in quel clima in cui si cantava al “bianco Padre”: “…al tuo cenno, alla tua voce siamo un esercito all’altar!”, la morte di Pio XII ci lasciava con una domanda carica di ansia: potrà ancora esserci un papa così grande?

 

Nella mia ingenuità avevo scritto una lettera al cardinale Aghagianian, dove esprimevo la mia speranza che fosse lui a diventare papa, perché con la sua appartenenza alla chiesa orientale armena avrebbe potuto lavorare per l’unità della chiesa e per la pace tra i due blocchi contrapposti, dal momento che allora l’Armenia era nell’URSS. Il cardinale mi rispose con una lunga e splendida lettera, che conservo come testimonianza di speranza in quell’ora difficile.

 

Ed ecco che con stupore, la sera del 26 ottobre, attraverso le telecamere della televisione fummo spettatori dell’apparizione del nuovo papa sul balcone di San Pietro, rimanendo stupiti per quel nome, Giovanni, che aveva assunto in memoria del battezzatore e dell’evangelista. Stupore, forse anche incertezza… certo non ci fu entusiasmo! Anzi, ricordo bene che i primi atti di Giovanni XXIII non sembravano rispondere alle attese che pure erano maturate  nella comunità dei credenti. Leggendo Mazzolari, Balducci, Fabbretti ci si era nutriti di speranza per un rinnovamento di cui però non sembrava essere giunta l’ora.

 

Poi improvvisamente, il 25 gennaio del 1959, Papa Giovanni annuncia un concilio ecumenico al quale invita i fratelli, anzi “i fedeli delle Comunità separate a seguirci anch'essi amabilmente in questa ricerca di unità e di grazia, a cui tante anime anelano da tutti i punti della terra!”. La notizia viene ripresa dai giornali, ma risuona inaudita, quasi impossibile, perché nella chiesa era opinione comune che dopo il Vaticano I e la definizione dogmatica dell’infallibilità pontificia non fosse più necessario radunare un concilio, peraltro difficile da organizzare dato il grande numero di vescovi, più di duemila!

 

Ma la profezia di Papa Giovanni creava l’impensabile e nonostante la risposta dei cardinali – un silenzio esterrefatto –   e la riottosità a diffondere la notizia (anche l’Osservatore Romano resta prudente e stringato nel notificare l’intenzione del papa!) per i cristiani inizia l’attesa dell’evento del concilio, un concilio “per l’unità delle chiese”. Purtroppo questo obiettivo non si realizza e resterà carbone ardente sotto la cenere della burocrazia ecclesiastica, ma comunque il cammino di un aggiornamento viene indicato e intrapreso da un papa che chiamavano “papa di transizione”.

 

Bisogna prendere atto della distanza “ecclesiale e spirituale” tra Papa Giovanni e la curia romana. Il Papa aveva uno spirito “dioretico”, veramente profetico e ispirato solo dal Vangelo e dal suo vissuto nella storia, uno sguardo pieno di misericordia e spoglio di ogni preoccupazione per la sua persona nei confronti della quale mai ha incoraggiato un culto o invocato una centralità: lo si deve ancora analizzare, ma nella sua intensa attività ha sempre evitato di assumere la logica della centralizzazione del potere, anche durante la preparazione del concilio, permettendo che la curia e l’episcopato lavorassero senza ricercare da lui direttive cogenti.

 

Papa Giovanni anche nel volere e indire un concilio non perseguì mai un progetto personale o condiviso con una “sua” cerchia. Il discernimento che lui operava dei segni dei tempi e dei bisogni della chiesa nella storia non era mai tentato dalla logica della divisione, propria di chi genera un progetto anziché vivere l’oggi di Dio.

 

Ed ecco che il papa invitava tutta la chiesa a pregare per il Concilio, che qualificava come “una nuova pentecoste”, facendo comprendere a noi tutti che quell’evento di per sé, come evento di accoglienza dello Spirito santo, poteva costituire per la chiesa un’occasione di rinascita, di rinnovamento e, nel linguaggio di alcuni di noi nutriti da opere di teologi come Congar, Chenu, Hamer, di riforma: parola che faceva paura ma che era invocata affinché la chiesa potesse diventare – si diceva con enfasi – “la sposa bella”, conforme alla chiesa nata dalla Pentecoste. E se il concilio non convocava le altre chiese per costruire insieme la comunione restava un fatto importante l’istituzione del Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, vera novità voluta da Papa Giovanni, che subito fece percepire il venir meno del clima di diffidenza e di esclusione nei confronti dei non cattolici e degli ebrei. Anche la chiesa cattolica entrava nella grande storia dell’ecumenismo, e poteva iniziare un cammino di riparazione e di pentimento per l’antigiudaismo a lungo praticato.

 

Giunti all’11 ottobre del ’62, il Concilio inizia attirando l’attenzione di tutti i cattolici e anche di altri cristiani e resterà “memoria” definitiva l’allocuzione del Papa, la Gaudet Mater Ecclesia, testo che di fatto dà un orientamento a tutto il cammino conciliare. Il genere letterario e lo stile erano una novità perché la profezia era costantemente presente nella lettura dell’oggi della chiesa pellegrinante alla luce del Vangelo. Questo “oracolo” nel senso biblico non contiene invettive o avvertenze nei confronti dei nemici, anzi questi non sono presenti nell’orizzonte della chiesa la quale guarda oltre i suoi confini con simpatia, con uno spirito di misericordia. Proprio perché è attenta alla storia e fedele alla grande tradizione la chiesa saprà, con una postura salda e libera, rinnovare il proprio insegnamento, chinarsi sull’uomo piegato dal male e desideroso di salvezza, e come una rabdomante individuare da dove far sgorgare l’acqua viva da questa umanità per la quale Dio ha dato suo Figlio, Gesù Cristo.

 

Papa Giovanni poneva fine all’ascolto dei profeti di sventura, dichiarava non più in atto il ministero della condanna e proponeva la medicina della misericordia. Se il mondo si sentiva lontano dalla chiesa, la chiesa con Papa Giovanni si faceva prossima al mondo. E più dei testi che il concilio avrebbe pubblicato, per Papa Giovanni l’evento, la nuova pentecoste aveva rivelato uno spirito del concilio che doveva da quel momento segnare il cammino della chiesa.

 

Purtroppo non lo Spirito di Cristo ma la chiesa si è trovata ad essere nei decenni successivi al centro dell’attenzione, e di fatto è stata vissuta con atteggiamenti pelagiani. Sulla primavera del concilio si è abbattuta una gelata repentina. A distanza di generazioni, oggi più che mai occorre ripartire dall’evento conciliare, dunque dalla sinodalità, come chiede Papa Francesco.