Il Blog di Enzo Bianchi

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​Fondatore della comunità di Bose

Le Chiese ortodosse, la guerra in Ucraina, i luoghi della memoria

20/04/2023 00:00

Adalberto Mainardi

Testi di Amici 2023,

Le Chiese ortodosse, la guerra in Ucraina, i luoghi della memoria

di Adalberto Mainardi

di Adalberto Mainardi

La distruzione della memoria


La guerra opera una distruzione materiale, ma anche morale. Scava abissi di odio, rancore, incomprensione. Separa le generazioni, gli amici, le famiglie. Rende impossibile una memoria condivisa della propria storia. L’Ucraina è un luogo ricchissimo di memorie millenarie, di arte e cultura (dai mosaici bizantini al rigoglioso barocco di architetti italiani), più spesso è stata terra di dolorose devastazioni: dalla distruzione della Rus’ di Kiev da parte dei tatari dell’Orda d’Oro (1240), alla carestia indotta da Stalin per piegare la resistenza alla collettivizzazione forzata delle campagne (il holodomor, milioni di morti tra il 1932 e il 1933); l’eccidio di Babij Jar, dove furono massacrati 33.771 evacuati da Kiev (1941), diede inizio alla shoah… L’abside della cattedrale di Santa Sofia di Kiev è sovrastata dal monumentale mosaico bizantino della Madre di Dio “Orante”, che intercede per la città e per il mondo. Fondata da Vladimir il Santo nel 1011, Santa Sofia è il simbolo religioso in cui si riconoscono ucraini e russi, ma anche il segno di una cristianità non ancora lacerata dallo scisma del 1054: sotto l’Orante è raffigurata l’eucarestia, sacramento di unità, e nella teoria dei santi accanto ai padri orientali compare Clemente papa di Roma, le cui reliquie sono custodite nella Lavra delle Grotte di Kiev. Mille anni dopo, le chiese in Ucraina si presentano all’appuntamento della storia tragicamente divise. La guerra in Ucraina ha messo in luce una crisi profonda anche nell’ambito religioso; in un certo senso la divisione tra le chiese e i cristiani ha preceduto il conflitto armato.

 

L’Ucraina non è solo un paese con una storia tragica, ma è anche un incrocio di culture, di religioni, di lingue, di eredità storiche, legate da un lato all’Occidente e dall’altro alla Russia: un laboratorio possibile, sia sul piano religioso sia sul piano politico, di un’unità che non soffoca le minoranze ma lascia a ciascuno la sua voce. Nell’ortodossia l’autonomia di una chiesa locale si definisce come autocefalia. È o dovrebbe essere un processo ecclesiale, in cui tutte le chiese ortodosse riconoscono la storia e la piena indipendenza di una chiesa sorella. Ma in Ucraina questo processo ha da subito avuto gravi risvolti politici. Esplorare la realtà delle chiese ortodosse oggi di fronte al conflitto ucraino significa porre domande sul crinale instabile tra memoria, religione, politica e riconciliazione: le chiese cristiane possono ancora essere un fermento di unità in una umanità divisa? O la separazione religiosa alimenta la spaccatura sociale e politica? Che ne è del cristianesimo dopo la guerra in Ucraina? Che ne è dell’umanità?

 

La guerra non dichiarata tra Federazione Russa e Ucraina, iniziata con l’invasione russa del territorio ucraino il 24 febbraio 2022 (preceduta da otto anni di conflitto in Donbass), non ha solo ridefinito il quadro delle relazioni geopolitiche uscite dalla fine della Guerra fredda, ma ha drammaticamente lasciato scoperta la divisione delle Chiese, incapaci di una parola comune in difesa della pace. In Ucraina, paese di maggioranza ortodossa, il conflitto giurisdizionale tra le chiese ha preceduto il sanguinoso confronto bellico tra gli stati. Non solo, ma il caso ucraino ha innescato un clivaggio nell’ortodossia mondiale che ha messo in questione lo stesso cammino ecumenico. 

 

Nel nodo ucraino emergono linee di lunga durata che percorrono l’ortodossia contemporanea, dalla sinfonia bizantina al processo di autocefalia delle chiese nazionali tra XIX e XXI secolo. L’intreccio di religione, lingua, terra, nazione mostra nell’oriente cristiano lo specchio del cristianesimo d’occidente. L’anomalia canonica di due giurisdizioni ortodosse coesistenti in uno stesso territorio, che si è stabilizzata de facto nella diaspora della popolazione ortodossa in Europa occidentale e Stati Uniti nel corso del XX secolo ma non si era ancora verificata in paesi tradizionalmente ortodossi, solleva complesse questioni canoniche ed ecclesiologiche attorno a questioni aperte o controverse come la concessione dell’autocefalia, la nozione di territorio canonico o il primato della sede costantinopolitana in seno all’ortodossia. Nel caso ucraino la problematica teologica è inscindibile da una complessa situazione politica, sociale e culturale e dalle sedimentazioni della storia recente del paese, che il conflitto russo-ucraino ha portato allo scoperto.

 

Il peso del passato


Una valutazione obiettiva delle diverse componenti culturali e religiose dell’Ucraina contemporanea è resa ardua dalla polarizzazione ideologica dell’identità ucraina. Dopo la breve e turbolenta parentesi di indipendenza al crollo dell’Impero russo, l’Ucraina fu tra le quattro repubbliche fondatrici dell’Unione sovietica (1922). A un iniziale appoggio alle spinte nazionaliste, il regime sovietico dalla metà degli anni ’20 tornò a una politica di russificazione. Analogamente, sul piano religioso, i bolscevichi appoggiarono inizialmente le iniziative degli ortodossi ucraini per indebolire il Patriarcato di Mosca: la Chiesa ortodossa autocefala ucraina fu stabilita nel 1921 in modo non canonico e sopravvisse fino all’inizio degli anni ’30, quando furono liquidate in modo generalizzato tutte le organizzazioni religiose. Nel 1946, dopo la svolta nella politica sovietica verso il patriarcato di Mosca, Stalin decise la soppressione della Chiesa greco-cattolica ucraina, unificandola alla Chiesa ortodossa russa nel “concilio” di Leopoli, pianificato sotto il controllo dei servizi segreti (nessun vescovo greco-cattolico vi prese parte e il primate Josef Slipyj, incarcerato, fu liberato solo nel 1963 durante il concilio Vaticano II).

 

Il passato sovietico riemerge nella frammentazione confessionale dell’Ucraina post-sovietica. La legalizzazione della Chiesa greco-cattolica ucraina, alla vigilia dell’incontro tra Giovanni Paolo II e Michail Gorbačev (1° dicembre 1989), restituì la libertà religiosa ad alcuni milioni di fedeli; al tempo stesso, in Ucraina occidentale la ricomparsa dalla clandestinità delle comunità greco-cattoliche aprì un lungo contenzioso, a tratti violento, con le comunità ortodosse per la proprietà degli edifici di culto. La tensione tra le due chiese condusse anche a uno stallo nel dialogo teologico ortodosso-cattolico. 

 

Alla morte del patriarca Pimen di Mosca (3 maggio 1990), il metropolita di Kiev Filaret (Denysenko), esarca ucraino dal 1966, fu eletto locum tenens del trono patriarcale (una carica che spesso prelude all’elezione). Il concilio locale, tenutosi il 7-8 giugno 1990, elesse però Aleksij (Ridiger); lo stesso concilio prese in esame la richiesta di autonomia da parte dell’episcopato ucraino, e il successivo concilio straordinario dei vescovi (25-27 ottobre 1990) conferì alla Chiesa ortodossa ucraina uno statuto di «indipendenza e autosussistenza di governo» (nezavisimost’ i samostojatel’nost’: sono evitati accuratamente i termini canonici di “autonomia” e “autocefalia”). In base al nuovo statuto, il nome di “esarcato ucraino” del Patriarcato di Mosca è sostituito da quello di Chiesa ortodossa ucraina, il primate della Chiesa ucraina è eletto dall’episcopato ucraino e confermato (“benedetto”) dal patriarca di Mosca con il titolo di “Metropolita di Kiev e di tutta l’Ucraina” e, nei confini ucraini, di “Sua Beatitudine”, e in quanto tale è membro permanente del Santo Sinodo della Chiesa ortodossa russa; al Sinodo della Chiesa ortodossa ucraina presieduto dal suo primate spetta di nominare i vescovi ordinari e vicari, di erigere e sopprimere diocesi nei confini ucraini. Nel 2014 l’episcopato ucraino ha eletto come suo primate il metropolita Onufrij (Berezovskij), che è succeduto a Volodymyr (Sabodan). 

 

La personalità controversa del metropolita Filaret fu uno dei fattori dello scisma della Chiesa ortodossa ucraina all’inizio degli anni ’90. Dopo la dichiarazione d’indipendenza dell’Ucraina dall’Unione Sovietica (24 agosto 1991), un concilio locale della chiesa ucraina si espresse per l’autocefalia (1-2 novembre 1991). Nell’aprile 1992 il concilio dei vescovi della Chiesa ortodossa russa (di cui sono membri anche i vescovi ucraini) esaminò la richiesta di autocefalia, ma la spaccatura in seno all’episcopato non consentì una decisione in merito e a Filaret fu chiesto di dimettersi. Nel maggio dello stesso anno il concilio locale della Chiesa ortodossa ucraina, riunito a Charkiv, elesse come primate il metropolita Volodymyr (Sabodan), e sospese a divinis Filaret, che nel frattempo aveva ritrattato le dimissioni. Tuttavia, i vescovi fedeli a Filaret tennero un concilio il 25 giugno 1992 e formarono la Chiesa ortodossa ucraina – Patriarcato di Kiev, che elesse come patriarca il novantaquattrenne metropolita Mstislav (Skrypnyk), capo della minoritaria Chiesa ortodossa autocefala ucraina, ricostituita in Ucraina nel 1991 grazie agli esuli dagli Stati Uniti e dal Canada. La nuova chiesa, che comprendeva alcuni milioni di fedeli e aveva l’appoggio del governo e di una consistente maggioranza politica nel parlamento ucraini, non fu riconosciuta da nessuna delle chiese ortodosse autocefale. Alla morte di Mstislav (1993) fu eletto “patriarca di Kiev” Volodymyr Romanyuk, e dopo la sua improvvisa scomparsa nel luglio 1995, gli successe come patriarca lo stesso Filaret, che nel 1997 venne scomunicato dal concilio episcopale della Chiesa ortodossa russa. La validità delle ordinazioni episcopali effettuate da Filaret in qualità di patriarca costituisce uno dei maggiori ostacoli canonici per il riconoscimento della nuova Chiesa ortodossa d’Ucraina (nella quale è confluito l’episcopato della Chiesa ortodossa ucraina – Patriarcato di Kiev) da parte delle altre chiese ortodosse autocefale.

 

L’autocefalia della Chiesa ortodossa d’Ucraina

 

Il problema dell’autocefalia ucraina è diventato il banco di prova della capacità delle chiese cristiane di dialogare. Ortodossi e greco cattolici. Ortodossi con ortodossi. Il concilio panortodosso riunitosi a Creta nel 2016, disertato all’ultimo momento dai patriarcati di Antiochia, Mosca, Bulgaria e Georgia, aveva cancellato dall’agenda la discussione sulla procedura canonica per il conferimento dell’autocefalia (cioè l’autogoverno) a una chiesa locale. I precedenti storici, che a parte il caso di Mosca (autocefala dal 1448, eretta a patriarcato nel 1589) risalgono al XIX-XX secolo, non offrono un modello unico né condiviso. Il conferimento dell’autocefalia è prerogativa del patriarca di Costantinopoli? O della chiesa “madre” cui la chiesa locale appartiene? O dell’insieme delle chiese ortodosse? Dietro il tecnicismo canonistico sta la questione del ruolo guida nell’ortodossia mondiale: spetta a Costantinopoli, secondo i canoni del IV concilio ecumenico, oppure a Mosca, che da sola rappresenta più della metà di tutti i fedeli ortodossi?

 

Dopo l’annessione russa della Crimea e la destabilizzazione del Donbass nel 2014, la spinta politica a creare una chiesa ucraina autocefala «canonica» crebbe considerevolmente. Fino alla fine del XVII secolo la metropolia di Kiev, culla storica dell’ortodossia russa, dipendeva canonicamente dal patriarca di Costantinopoli. A causa del conflitto tra la Porta e la Rzeczpospolita polacco-lituana, cui apparteneva la parte occidentale della metropolia di Kiev, al patriarca di Costantinopoli, suddito del Sultano, non era consentito ordinare vescovi in territorio polacco: il patriarca Dioniso IV concesse allora nel 1686 al patriarca di Mosca la facoltà di consacrare il metropolita di Kiev, che avrebbe però continuato a nominare “tra i primi” durante la liturgia il patriarca di Costantinopoli (cioè il diretto superiore canonico), e come secondo il patriarca di Mosca che lo aveva ordinato. Nei secoli successivi la metropolia di Kiev divenne parte organica della Chiesa ortodossa russa.

 

Dopo il fallimento della mediazione sul caso ucraino al concilio di Creta, il patriarca ecumenico Bartolomeo accolse nella comunione con Costantinopoli i fedeli ritenuti scismatici della Chiesa ortodossa ucraina-Patriarcato di Kiev. Un concilio a Santa Sofia (dicembre 2018), alla presenza di due esarchi del patriarcato ecumenico e del presidente Petro Porošenko, costituì la Chiesa ortodossa d’Ucraina ed elesse primate il metropolita Epifanij (Dumenko). Solo due vescovi della chiesa ucraina in comunione con Mosca aderirono alla nuova chiesa, alla quale il 6 gennaio 2019 Bartolomeo concesse l’autocefalia. Il Patriarcato di Mosca interruppe la comunione eucaristica con Costantinopoli e le chiese che da allora hanno riconosciuto la Chiesa ortodossa d’Ucraina (la Chiesa greca, il Patriarcato di Alessandria e la Chiesa di Cipro). L’arcivescovo Anastasios di Albania, pur critico verso Bartholomeos, ha stigmatizzato quello che considera un uso politico della comunione eucaristica, preconizzando in una lettera a Kirill del 10 ottobre 2018 che la decisione di rescindere la comunione eucaristica avrebbe avuto conseguenze gravi, poiché «è stato toccato il cuore dell’unità ortodossa, la Santa Eucarestia, nella quale annunciamo l’Unità delle chiese ortodosse e preghiamo per il suo mantenimento». È inammissibile l’uso del sacramento «come arma contro un’altra chiesa». Le altre chiese hanno cercato di mantenere una certa equidistanza evitando di pronunciarsi espressamente. La divisione nell’ortodossia mondiale ricalca le linee di frattura geopolitica che l’avventura bellica russa in Ucraina ha solo reso evidenti.

 

La formazione di una chiesa autocefala in Ucraina non ha posto le premesse per una futura riconciliazione. La guerra e in particolare l’appoggio del patriarca Kirill alla linea del Cremlino ha esasperato la divisione tra le chiese ortodosse in Ucraina. La chiesa legata al patriarcato rimane la chiesa maggioritaria (oltre dodicimila parrocchie, mentre la chiesa autocefala ne ha meno di cinquemila), ma dall’inizio del conflitto circa un migliaio di parrocchie hanno cambiato giurisdizione passando alla chiesa autocefala. Il 27 maggio 2022 si è riunito un concilio locale della Chiesa ortodossa ucraina che ha dichiarato la propria “indipendenza” da Mosca. Il concilio dei vescovi ucraini evita espressamente il termine di “autocefalia”. La separazione da Mosca rimane formalmente in sospeso, ma è nei fatti.

 

Al tempo stesso non c’è stato un riavvicinamento tra le chiese guidate da Epifanij e da Onufrij. L’intolleranza reciproca si è anzi accentuata. La Chiesa ortodossa ucraina non riconosce l’autocefalia della Chiesa ortodossa d’Ucraina, e quest’ultima non considera l’altra come una chiesa sorella, ma come un insieme di diocesi della Chiesa ortodossa russa in territorio ucraino. Il contenzioso religioso è conseguenza e al tempo stesso causa del conflitto politico. Il presidente russo Vladimir Putin, annunciando il riconoscimento delle repubbliche popolari secessioniste di Doneck e Luhansk, dedicava un passo significativo del suo discorso del 21 febbraio 2022 alla «Chiesa ortodossa ucraina del Patriarcato di Mosca», che Kiev si preparava a liquidare, come «dimostrano decisioni e documenti specifici. 

 

Le autorità ucraine hanno cinicamente trasformato la tragedia della Chiesa divisa in uno strumento di politica statale … Nella Rada sono stati registrati nuovi progetti di legge contro il clero e milioni di parrocchiani della Chiesa ortodossa ucraina del Patriarcato di Mosca». Nel discorso per l’anniversario dell’indipendenza ucraina, 1° dicembre 2022, il presidente Zelenskij dichiarava di voler tutelare «l’indipendenza spirituale» del paese, impedendo a chicchessia «di costruire un impero sul suolo ucraino». Annunciava a questo fine un progetto legge per bandire «le organizzazioni religiose affiliate con centri di influenza nella Federazione Russa» (una legge ad hoc per rendere illegale la Chiesa ortodossa ucraina), la verifica dei requisiti legali per l’occupazione, da parte di organizzazioni religiose, degli immobili all’interno della Riserva storica e culturale nazionale delle Grotte di Kiev, la riforma dell’Ufficio per la politica etnica e la libertà di coscienza e la nomina di una commissione per verificare le basi canoniche della connessione tra la Chiesa ortodossa ucraina e il Patriarcato di Mosca.

 

La Lavra delle Grotte di Kiev


Uno dei luoghi spirituali più importanti di tutta l’ortodossia, non solo ucraina e russa, la Lavra delle Grotte di Kiev, fondata nell’XI secolo dai santi Antonio e Teodosio è diventata il luogo simbolico dello scontro ideologico tra “mondo russo” e nazionalismo ucraino. Soppresso in epoca sovietica, il monastero è stato riaperto nel 1989 e si è ripopolato negli anni ’90, molte delle fatiscenti strutture sono state ricostruite dai monaci. Sito UNESCO, esso ospita nella parte più alta uffici del Ministero della cultura e un museo, nella parte inferiore (dove si trovano le grotte con le reliquie dei santi monaci), le celle di oltre duecento monaci, l’Accademia teologica con circa duecento studenti, e una parte delle strutture amministrative della Chiesa ortodossa ucraina. Oltre al corpo docente vi lavorano a più di un centinaio tra dipendenti e volontari. I costi dei restauri e del mantenimento sono sostenuti dalla Chiesa ortodossa ucraina, alla quale dal 2013 un contratto con lo Stato, sottoscritto dall’allora presidente Viktor Janukovič, assicurava l’usufrutto a tempo indeterminato degli edifici. Ancora nel settembre 2022 il capo dell’Ufficio statale dell’Ucraina per la politica etnica e la libertà di coscienza, Olena Bohdan, dichiarava che era del tutto ingiustificata la pretesa di trasferire l’utilizzo del complesso alla Chiesa ortodossa d’Ucraina, che non aveva più di cinquanta monaci in tutta Kiev. Oggi le tre chiese ucraine (Chiesa ortodossa ucraina, Chiesa ortodossa d’Ucraina, Chiesa greco-cattolica) se ne contendono non solo l’usufrutto legale, ma la legittimità dell’eredità storico-spirituale.

 

Un anno di guerra ha trasformato il contenzioso religioso in scontro politico-giudiziario. Il 7 dicembre 2022 Olena Bohdan, il direttore dell’Ufficio per la libertà di coscienza che si era espressa a favore della Chiesa ortodossa ucraina, viene sollevata dall’incarico. Nel marzo 2023 le autorità statali interrompono il contratto di utilizzo della Lavra con la Chiesa ortodossa ucraina per violazioni dello stato di sito Unesco. Il tribunale amministrativo cui ha fatto ricorso la Chiesa ortodossa ucraina fissa la prima udienza il 26 aprile 2023, ma non sospende l’ordine esecutivo di sfratto per i monaci (che tuttavia non viene eseguito). Il superiore della Lavra, metropolita Pavel (Lebed’), che era stato deputato alla Rada nel partito di Janukovič, viene posto agli arresti domiciliari per la gestione irregolare degli immobili della Lavra e per aver violato la legge che punisce la propaganda dell’odio religioso. Analogo provvedimento colpisce il metropolita Feodosij di Čerkassy, per aver pubblicato sul sito della diocesi materiali della Chiesa ortodossa russa che propagandano «il regime del Cremlino». Le scelte in materia di politica religiosa del governo di Kiev sono divisive della stessa società civile. Se l’unità dei cristiani è profezia dell’unità dell’umanità, la loro divisione è un’apocalisse, una rivelazione della divisione del mondo. La diversità diviene inimicizia, il pluralismo una minaccia all’integrità della nazione, la diversa comprensione della fede una pericolosa eresia. La guerra ha trasformato il naturale bilinguismo della popolazione ucraina, in gran parte anche (o solo) russofona, in un fardello da cui sbarazzarsi…

 

Nel racconto biblico di Babele, Dio interviene per disperdere l’edificazione di una Torre, idolo dell’autocelebrazione umana, confondendo gli idiomi. Il totalitarismo della città unica ha bisogno della lingua unica. Il dissenso e la diversità non sono tollerabili. Il modello di chiesa che la Scrittura ci consegna non è Babele, ma Pentecoste: una pluralità di lingue e culture che sanno comprendersi. L’unità ecclesiale non potrà mai essere modellata sul totalitarismo del pensiero unico, ma solo e sempre come movimento di una diversità riconciliata. Quanto prima taceranno le armi, potrà forse scorgersi la vocazione autentica delle chiese in Ucraina: ricomporre le tessere impazzite del dialogo tra oriente e occidente, tra Russia ed Europa, grazie al paziente lavoro della traduzione e della riconciliazione della memoria. È l’eredità dei martiri del XX secolo, messa in ombra dalla retorica dei valori tradizionali che giustificano le operazioni militari speciali. La santità unisce, i valori dividono. Terra di confine, l’Ucraina del futuro non potrà che essere terra di dialogo. L’ortodossia ucraina è forse il crogiuolo dell’unità cristiana futura.