Il Blog di Enzo Bianchi

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​Fondatore della comunità di Bose

Non giustizia ma grazia, perché l’amore di Dio non è meritocratico

11/05/2024 00:00

ENZO BIANCHI

Quotidiani 2024,

Non giustizia ma grazia, perché l’amore di Dio non è meritocratico

La Stampa

Il domenicano Adrien Candiard su uno dei temi dottrinali del cristianesimo più trascurati

La Stampa - Tuttolibri  - 11 maggio 2024

 

di Enzo Bianchi

Da tempo si osserva come nella predicazione della chiesa siano divenuti sempre più rari e a volte siano perfino scomparsi temi centrali del cristianesimo come la morte, la vita eterna, il giudizio. Ma c’è un altro tema che nel passato ha tanto infervorato l’Occidente cristiano con secoli di dibattiti appassionati, di tragiche divisione e di reciproche accuse di eresie, ma che ora sembra aver perso l’interesse di un tempo: la grazia. Relegata nello studio specialistico della storia delle dottrine, della grazia se ne parla assai poco nella catechesi, nelle omelie, nell’insegnamento dei vescovi. Probabilmente è la reazione ai trattati di cui fu oggetto che avevano i peggiori difetti che si siano potuti rimproverare alla teologia. I teologi hanno moltiplicato i concetti, giungendo a ripartire la grazia in categorie: grazia preveniente, grazia antecedente e grazia conseguente, grazia efficace e grazia sufficiente, grazia santificante e grazia attuale, grazia sanante e grazia elevante, senza dimenticare la grazia gratuita. Forse ci si è talmente stancati di sentir parlare della grazia che essa è stata rilegata negli scaffali delle biblioteche, ritenendola argomento da specialisti, un tema ormai desueto e poco eloquente.  

Ma escludere la grazia dal cristianesimo significa compromettere non un dettaglio ma il cuore del messaggio cristiano: l’amore di Dio non lo si merita mai. L’amore di Dio è gratuito e non dipende dalle capacità e dai meriti dell’uomo. Il giovane teologo Adrien Candiard dedica alla grazia un piccolo testo che è uno scrigno di intelligenza spirituale. Candiard dopo esserci dedicato alla politica, nel 2006 è entrato nell’ordine domenicano, per poi trasferirsi al Cairo come membro dell’Institut Dominicain d’Etude Orientales. Esperto di Islam, è considerato uno degli autori di spiritualità più affermati in Europa. Per i suoi libri ha vinto numerosi premi in Francia. 

Che cos’è la grazia di Dio e a che cosa servono i comandamenti? Per rispondere a questa domanda l’autore commenta il più importante dei discorsi fatti da Gesù nei vangeli, il cosiddetto discorso della montagna nel quale prende le distanze dalla Torah di Mosè. Ripetendo più e più volte una formula che nessun Rabbi fino ad allora aveva osato utilizzare, afferma: “Avete udito che fu detto …. Ma io vi dico”. “Avete inteso che fu detto. Non commetterai adulterio. E io, da parte mia, vi dico: chiunque guarda una donna con il desiderio di possederla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore”. E così per altre quattro comandi: l’omicidio, lo spergiuro, la legge del taglione, l’amore del nemico. Gesù consegna ai suoi discepoli una legge nuova che è compimento di quella mosaica, la quale non è abolita ma portata a compimento. La legge del discorso della montagna non è tuttavia meno esigente di quella di Mosè, anzi lo è di più: “Se la vostra giustizia non sarà sovrabbondante, più di quella degli scribi e dei farisei, certo non entrerete nel regno dei cieli”, sentenzia. Certo, Gesù combatte il legalismo ma al tempo stesso interpreta per i suoi discepoli la Legge in modo radicale, con esigenze ben chiare da vivere ogni giorno come delle regole per la vita cristiana: “Amate i vostri nemici e pregate per coloro che vi perseguitano”. Da qui la domanda: se Dio ama gratis perché i comandamenti? 

Il discorso della montagna non va applicato alla lettera nelle sue precise indicazioni di vita quotidiana: “Ogni volta che qualcuno ti schiaffeggia sulla guancia destra, tu porgi anche l’altra”, “ogni volta che qualcuno ti costringe con la forza a fare un miglio, tu va’ con lui per due”. Sarebbe troppo semplice e riduttivo, perché si tratta non di un linguaggio legislativo ma aneddotico. Se l’omicidio, l’adulterio, lo spergiuro sono oggetto di prescrizioni legali da rispettare o trasgredire, guardare una donna con desiderio o porgere l’altra guancia non è fissare una regola dello stesso ordine, bensì indicare un cammino. L’etica evangelica non si esaurisce nella capacità di restare entro i limiti, dalla parte giusta di quella barriera strettamente binaria fra la trasgressione o il rispetto che è tracciata dalle regole legali, ma è l’apertura di un cammino, è possibilità di progredite ulteriormente in una precisa direzione. “Indicando la direzione e non il percorso da seguire, – osserva Candiard – Gesù lascia tutto lo spazio alla coscienza umana e quindi alla nostra responsabilità. La vita morale del cristiano non consiste nell’obbedire meccanicamente a delle regole, ma nel valutare le situazioni e nel pendere ogni decisione in coscienza”.

Dunque, i comandamenti non sono la condizione per essere amati da Dio, ma indicano una direzione di vita che apre a uno spazio infinito di progresso. L’amore di Dio è dato senza requisiti, non lo si merita ma è sempre immeritato. L’amore di Dio non è meritocratico, cioè non è un sentimento, un’azione di Dio che raggiunga gli esseri umani a partire dai loro meriti; non lo si acquisisce, non può essere conquistato, ma può solo essere accolto: esso è gratuito, per questo il suo nome è anche “grazia” (chen, cháris, gratia). Dio fa grazia nella sua infinita liberta e nel suo infinito amore, e nessuno può pretendere premi, né tanto meno privilegi, per elezione o vocazione.

Nei vangeli c’è una parabola con la quale Gesù annuncia in modo chiarissimo che l’amore di Dio non deve essere meritato: la cosiddetta parabola degli operai dell’ultima ora. Al termine della giornata lavorativa, gli operai che hanno lavorato fin dal mattino ricevono quanto quelli che hanno lavorato un’ora sola.  Per il padrone i primi e gli ultimi sono tutti uguali, ma agli occhi degli operai della prima ora ciò appare come un’ingiustizia, un atteggiamento cieco, che non vede e non riconosce i meriti. Di conseguenza, il padrone e da loro ritenuto ingiusto, quindi insopportabile. “La giustizia innanzitutto!”, dice il buon senso umano, non sfiorato nemmeno dal pensiero che la nostra giustizia possa essere limitata e che ci possano essere altri criteri di giustizia.  Nella parabola il padrone ricorda agli operai della prima ora che lui ha rispettato il compenso pattuito, quindi non ha fatto loro alcun torto, non è stato ingiusto. Poi però prosegue, con l’intenzione di sottolineare non la riprovazione verso chi lo ha contestato, ma di spostare l’accento sulla propria gratuita e bontà: “Io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio?” Egli certamente rispetta la giustizia, e quindi l’accordo stabilito, ma vuole dare anche di più a colui al quale spetterebbe meno, affinché possa portare a casa il salario necessario per sé e per la propria famiglia. Il padrone della vigna vuole dare del suo, di ciò che lui possiede, a quanti non hanno il necessario per vivere: a uomini disoccupati, ma non fannulloni. Egli mostra pertanto una giustizia altra da quella prospettata e attuata dagli uomini: una giustizia non retributiva né meritocratica. Ancora oggi, questo concetto di giustizia, che Gesù attribuisce a Dio, scandalizza, sconcerta i devoti che si affaticano a contare le loro azioni per poter conoscere i numeri e le forze dei loro meriti.

Abbiamo sempre il sospetto che dobbiamo fare qualcosa per meritare non solo l’amore di Dio ma anche l’amore degli alteri, Adrien Candiard smaschera questa morale cieca e mostra che l’amore di Dio è pura grazia, data a tutti senza condizioni.