di Enzo Bianchi
De Buffon si pose la domanda: “Che cos’è lo stile?”, e cercò di rispondervi nel 1753 con il Discorso sullo stile, sintetizzabile nella locuzione: “Lo stile è l’uomo stesso”. In seguito sono venute altre definizioni dello stile: “Lo stile è la fisionomia dello spirito” (Arthur Schopenhauer); “Non c’è arte dove non c’è stile” (Oscar Wilde); “Lo stile è superiore alla verità, porta in sé la dimostrazione dell’esistenza” (Gottfried Benn).
Sì, lo stile è l’uomo stesso, l’uomo reale, concreto, in carne e ossa, corpo e spirito, razionalità e sentimento. Se non c’è stile, non c’è persona, c’è tohu wa-bohu (Gen 1,2), o il vuoto o il caos; se non c’è stile, uno non sa chi è, che cosa fa, che cosa ha. Ecco perché lo stile lascia un’aura indefinibile nella persona: un’aura che dipende dalla sua intimità, dalla sua vita interiore, ma anche dal suo parlare che sceglie tonalità di voce diverse, adeguate alla situazione e all’interlocutore, dal suo modo di camminare capace di narrare la persona, dal suo mangiare facendo di quell’atto un atto sempre conviviale, contro ogni barbarie, consumismo e depredazione. Lo stile così esercitato si rifrange sul tacere, sul toccare, sul sentire il mondo, sul riposarsi e sul divertirsi.
Assumere uno stile abbisogna di tanta vigilanza e di molto tempo: occorre vigilare su di sé, avere cura del corpo così come dell’anima interiore; e occorre dedicarvi tanto tempo, perché ciò che si tenta di fare, con fatica, solo nel tempo e a volte dopo molti tentativi falliti diventa abituale, un habitus che conferisce e manifesta lo stile. Lo stile – oso dire – è l’epifania della passione di un uomo; è l’epifania della sua cella più segreta, il cuore; è il chiarore emanato dal fuoco che ognuno fa ardere in sé. Per questo lo stile o è sincero, o non è stile!
Ma “stile di vita” indica anche ciò che caratterizza in modo consueto e in profondità il modo di vivere di una persona, perché lo stile non è un tratto episodico ma, rispondendo a certe esigenze, diventa una postura stabile, permanente. Di fatto per giungere ad avere uno stile personale o a imprimere uno stile a una comunità, a un gruppo, a una famiglia, occorrono ripetuti esercizi ispirati da alcune convinzioni chiare e salde. Occorre anche la presenza – già evocata – di una certa “passione”, di una “urgenza” che richiami e solleciti sempre, in modo che la faticosa ricerca di tenere saldo il volano della vita riesca nel suo intento.
Poche sono le persone che arrivano ad avere un loro stile di vita, ma quando le si incontra si sente in loro un’affabilità, un’adesione alla realtà, una capacità di accoglienza degli altri, un incidere nella vita trasparente e capace di attirare. Le persone che possiedono stile si leggono e si capiscono più facilmente, e si è quasi spinti a stare davanti e accanto a loro in verità, perché mostrano di avere una sorgente di senso attiva nel loro cuore, una finalità, un télos che le orienta e le attira, un’unità forte tra il loro pensare, il loro dire e il loro agire. Proprio lo stile fornisce a tali persone un’autorevolezza che si impone senza tentativi di affermarla o di propagandarla.
A me pare che questo discorso sullo stile andrebbe particolarmente indirizzato ai giovani, avvertendoli che il loro slancio giovanile, la forza insita in questa stagione della loro vita, deve accogliere e discernere convinzioni di fondo, con le quali misurarsi lungo tutta la vita. Se queste convinzioni mettono radici e “regnano” nel cuore di una persona, allora si ha da parte sua l’assunzione dello stile anche nei gesti più quotidiani, e così non si scadrà in gesti disarmonici o meccanici, non più provvisti di consapevolezza del loro significato. Questa la lotta quotidiana e mai finita contro il degrado, l’usura, la negligenza.
Non è facile “fare bene ciò che si deve fare” per tutta la vita; non è facile non lasciarsi andare, nella ripetizione di gesti e parole; non è facile durare anni e anni fino alla morte facendo le stesse azioni con convinzione e consapevolezza. Ma se si è acquisito lo stile, allora questo è possibile! E chi ha stile “fa bene” agli altri, al gruppo, alla famiglia.
Ciò che emerge dai vangeli è che Gesù aveva uno stile preciso: nel vivere quotidiano, nel parlare, nello stare con gli altri, nell’incontrarli, nel toccarli e nel farsi toccare, nel guardarli e nel lasciarsi guardare, nel camminare un po’ in fretta e con una meta precisa, il volto teso verso l’invisibile ma capace di mettere i propri occhi negli occhi di chi incontrava… Questo stile di Gesù non è che un modo di definire la sua “santità” in termini di unità tra forma e contenuto. Ciò che Gesù diceva e operava era coerente con ciò che pensava, con ciò che gli bruciava nel cuore. C’era in Gesù un’assoluta unità e trasparenza del pensiero, della parola e dell’azione. È in questa coerenza che ha potuto “narrare” Dio nella sua concreta e quotidiana umanità di Gesù di Nazareth, figlio di Maria e di Giuseppe, ed è con questo stile che si rivelava a chi lo guardava. La sua vita umana, essendo la forma delle sue convinzioni, della sua vera identità, rivelava a coloro ai quali era dato dal Padre (cf. Mt 11,25-27; Lc 10,21-22) il suo essere exeghésato (Gv 1,18) del Padre stesso. Si può dire che non solo lo stile è l’uomo, ma che in Gesù lo stile è Dio!
Per questo i cristiani, discepoli di Gesù Cristo, non dovrebbero mai prescindere dallo stile di comunicazione e di prassi: questo perché lo stile è tanto importante quanto il contenuto del messaggio. Non si può comunicare una buona notizia – tanto meno la buona notizia che è il Vangelo – attraverso una cattiva comunicazione, non si possono annunciare la pace, la mitezza, la riconciliazione, la misericordia con uno stile arrogante che vuole imporre e appare pretenzioso. È significativo che nei vangeli si trovino sulla bocca di Gesù più avvertimenti sullo stile che non sul contenuto del messaggio da predicare. Il messaggio è sempre breve, sintetico e riguarda essenzialmente la venuta del regno di Dio, mentre le parole di Gesù su come tale messaggio debba essere annunciato sono molte, precise e puntuali: “Andate come pecore tra i lupi” (cf. Mt 10,16); “Imparate da me che sono mite e umile di cuore” (Mt 11,29); “Non fate come gli ipocriti” (cf. Mt 6,2.5.16).
Lo stile con cui il cristiano sta nel mondo e nella storia è dunque determinante: da esso dipende la fede stessa, che non può mai essere contraddetta dai mezzi e dai modi con cui è narrata, trasmessa o testimoniata. Ecco perché, a mio avviso, tra le più gravi contraddizioni a una testimonianza cristiana efficace oggi va segnalata proprio la mancanza di stile: nel comunicare innanzitutto, ma anche nel cercare di vivere le esigenze evangeliche. Uomini e donne, cristiani generosi e convinti, assumono sovente uno stile che impedisce al loro messaggio di raggiungere il cuore degli altri. La loro ostentata sicurezza, il loro sentirsi possessori della verità, la loro presenza totalitaria, il loro parlare autoreferenziale, il loro sentirsi i veri cristiani, la loro ossessione di “mostrare i muscoli” e di contare: tutto questo è una smentita del Vangelo che vorrebbero annunciare. Davvero ci resta ancora molto da imparare dalla mitezza e dall’umiltà di Gesù: ne va della qualità della nostra vita e dei nostri rapporti con gli altri ma, prima ancora, della corsa del Vangelo nella storia.
