Il Blog di Enzo Bianchi

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La Genesi è filosofia non teologia parla più dell’uomo che di Dio

04/10/2025 01:00

ENZO BIANCHI

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La Genesi è filosofia non teologia parla più dell’uomo che di Dio

La Stampa - 04/10/2025 - Enzo Bianchi

Già Gran Rabbino d’Inghilterra, Sacks apre il libro biblico come un forziere che custodisce il tesoro delle verità umane

La Stampa - Tuttolibri - 04 ottobre 2025

 

di Enzo Bianchi

“In principio Dio creò il cielo e la terra”. L’inizio della Genesi è probabilmente l’incipit più famoso e solenne della letteratura di tutti i secoli. Ma cosa significa mettere Dio “in principio”? Significa che la realtà è il risultato di una libertà, non di una necessità, significa che l’uomo sa da dove viene sfuggendo così al regime dell’anonimato, significa porre l’alterità in cui è possibile l’amore, la relazione, l’alleanza, significa che l’oggi è teso a un domani non dovuto al caso, significa mettere Dio “alla fine”.

 

Se si legge Genesi, il libro di Bereshit (Inizi), tenendo conto di questo non cadremo nel rischio di porci di fronte al testo con atteggiamento scientifico o storiografico, non cercheremo di ricavare dal testo delle informazioni culturali e tanto meno scientifiche, perché l’intenzione del testo è di dire qualcosa che trascende i tempi e i mutamenti storici. L’orizzontalità storica non basta a interpretare queste pagine che hanno un valore trans-storico e trans-culturale. Si tratta di un testo aperto verso l’alto, relativo a un referente più che umano, a Colui che à la fonte stessa della creazione, cioè il Creatore, Dio.

 

Non possiamo dunque rinchiudere intenzionalità e significato di questo testo in un tempo rigorosamente determinato, in funzione del quale sentire nostalgia di un prima paradisiaco, operare un deprezzamento del presente decaduto e peccaminoso, provare un rigetto per l’avvenire bloccato. Queste pagine così aperte sono in realtà attualissime e capaci di parlare a noi oggi, sono un documento dell’umanità capace di attraversare le età storiche. Questi capitoli sono testi di sapienza, non di sapere scientifico o storico. Il “prima” che è attestato in queste pagine non ha nulla a che vedere con le spiegazioni che la paleontologia o la preistoria sono in grado di fornirci sulle origini empiriche dell'uomo e sul suo sviluppo culturale. Esso, invece, emerge dai significati che l’uomo elabora riflettendo sulla sua condizione per chiarire il suo rapporto con Dio, visto egli stesso come la fonte, il principio ultimo della propria vita.

 

Parlando delle origini dell'uomo queste pagine cercano di raggiungere l'uomo alle sue radici. La loro lettura richiede perciò non una modalità diacronica bensì sincronica. Occorre cioè non una lettura che colga nel tempo l’estensione della storia, ma che faccia emergere l’attualità del messaggio condensandone i contenuti sotto l’aspetto del presente. La creazione infatti non è limitata a un punto iniziale; anzi, la domanda fondamentale che ha fatto scaturire come risposta il libro della Genesi è la domanda che ancora oggi ogni essere umano si pone, perché è ancora adesso che l’uomo cerca di sfuggire al nulla, alla morte, all’insicurezza in un mondo minacciato. L’intenzione del testo è di cogliere l’uomo nel mistero del suo essere, per cui il “prima”, l'”inizio” ci vuole in realtà rimandare alla radice attuale dell'uomo e del mondo, non a un primo movimento del mondo.

 

Queste verità si sprigionano dalle affascinanti pagine di Alleanza e conversazione di Jonathan Sacks con quella semplicità ed eleganza con cui il miele stilla da un favo. Rav Lord Jonathan Sacks (1948-2020) è stato una delle voci morali e intellettuali più autorevoli del nostro tempo. Filosofo e politico, considerato la massima autorità spirituale e morale ebraica ortodossa in Gran Bretagna, dal 1991 al 2013 Sacks è stato Gran Rabbino d’Inghilterra e del Commonwealth. Alleanza e conversazione, è il primo volume dedicato alla Genesi, al quale nei prossimi mesi seguirà la pubblicazione degli altri saggi che completeranno l’intera opera dei commenti alla Torah di Rabbi Jonathan Sacks. La serie è meritoriamente pubblicata dalla casa editrice Giuntina in collaborazione con il Progetto Traduzione Talmud Babilonese e con il finanziamento del Fondo Ordinario Enti e Istituzioni di Ricerca 2022.

 

Secondo la tradizione ebraica, i libri della Torah di Mosè si leggono in una precisa stagione: Genesi si legge in autunno, Esodo in inverno, Levitico e Numeri in primavera, Deuteronomio in estate. Sì, l’autunno è Bereshit, è il momento perfetto per nuovi inizi, ed è oltremodo significativo che questa traduzione italiana del primo volume dell’opera di Sacks si stia diffondendo proprio in questi primi giorni di autunno. Genesi, con le storie delle origini, la nascita del mondo, dell’umanità e del popolo ebraico è davvero l’inizio degli inizi. Per Sacks, l’ebraismo ha nella Genesi la sua opera fondamentale, autentica filosofia della condizione umana posta sotto la signoria di Dio: “Non si tratta di un mito. Non è storia nel senso comune del termine, cioè non è una semplice registrazione di eventi. Non è neppure teologia: la Genesi parla meno di Dio e più degli esseri umani e del loro rapporto con lui. La Genesi è allora filosofia scritta in modo deliberatamente non filosofico… In parole povere, la filosofia è verità come sistema. La Genesi è verità come storia. Un’opera unica di filosofia in modalità narrativa”.

 

Per i dodici capitoli che si susseguono l’uno l’altro, con una scrittura sapienziale e appassionata, una prosa lieve e mai pedante, che sa intrecciare filosofia e letteratura, cultura ebraica e pensiero contemporaneo, Sacks apre Genesi come si dischiude un forziere che custodisce il tesoro delle verità umane: la libertà e la responsabilità, il dare la vita e l’uccidere, il perdono e la condanna, la giustizia e la fede, i legami e gli amori. Tutto racchiuso in fatti, storie e vicende umanissime. Sacks aiuta a comprendere che gli inizi di cui si racconta in Genesi non sino a da intendere in senso temporale, ma in senso spaziale: in principio, significa in profondità.

 

Per Rav Jonathan Sacks l’originario che Genesi vuole raggiungere non è tanto il primo momento in cui s’inscrive l’inizio empirico del mondo, ma è soprattutto Colui che è la fonte attuale della creazione intera. Ciò che è designato come disobbedienza non à tanto il primo peccato, ma à ciò che l’uomo non cessa di fare ora, oggi, preferendo sé stesso a Dio o preferendo sé stesso all’altro uomo. Ciò che è originale va ricercato nel nostro profondo, non nel nostro passato. La colpa originale, intesa come primo peccato, è per la Genesi il peccato attuale parabolicamente proiettato all’inizio della storia. L’originale che cronologicamente ci sfugge, la Bibbia lo raggiunge attraverso una visione retrospettiva a partire dal presente

 

Raccontando le origini del mondo, per Sacks Genesi scruta le profondità dell’umano e per questo quelle storie narrate sono eloquenti per il nostro presente. Dobbiamo dunque ricercare nelle pagine del primo libro della Torah non ciò che à cronologicamente originale, ma ciò che à umanamente primordiale. Questi capitoli infatti si servono di una modalità diacronica per descrivere la nostra verità attuale: sono pagine kerygmatiche sulla nostra identità di fronte a Dio, contengono un annuncio, uno svelamento, un’apocalisse di ciò che è l’uomo, di chi è l’uomo.