Il Blog di Enzo Bianchi

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​Fondatore della comunità di Bose

Un desiderio cattolico, vedere il Papa profetizzare

07/12/2025 00:00

AA.VV.

Testi di amici 2025,

Un desiderio cattolico, vedere il Papa profetizzare

di José Manuel Vidal

di José Manuel Vidal*

L’aria profuma di incenso e polvere da sparo, di cedri secolari e case in rovina. Papa Leone XIV sbarca in Libano come «messaggero di pace» e «pellegrino tra le rovine», pronto a pregare dopo l’esplosione del porto di Beirut e ad abbracciare un paese dissanguato dalla guerra e dalla crisi. Ma, visto da questo angolo di Chiesa che cerca di vedere con gli occhi delle vittime, manca un passo, Santità, manca un metro al di là della paura: varcare il confine e mettere piede, anche solo per pochi metri, sulla terra martoriata di Gaza.
 

Perché sarebbe lì, nel primo villaggio di Gaza dopo la linea che separa il nord dal sud, che il suo pontificato si giocherebbe una di queste pagine che cambiano la storia. Inginocchiarsi su questa polvere, pregare in silenzio per i morti di ogni parte, onorare le madri senza figli e i bambini senza genitori. Lasciare che il mondo intero veda Pietro in ginocchio, senza scorte né bandiere, sulla terra che oggi è il simbolo estremo dell’ingiustizia e dell’assurdità del genocidio. Un papa che bacia una terra che brucia e che, con questo semplice gesto, la dichiara sacra, non a causa degli eserciti, ma a causa delle lacrime.
 

Le diranno, Santità, che è impossibile, che è imprudente, che è troppo. Che la diplomazia, la sicurezza, le agende e gli equilibri. Che non è il momento, che ce ne sarà un altro. Ma il tempo per i crocifissi non è mai troppo; arriva sempre tardi. Oggi la mappa del dolore passa per Gaza, come è passata per Sarajevo, Aleppo o Bucha. E se lei attraversasse questa frontiera, anche solo per dire un «Padre Nostro» e lasciare un piccolo ulivo nelle mani di un bambino che ha visto troppo, il mondo capirebbe che il Vangelo continua ad essere una buona notizia in mezzo a tanto orrore.
 

È evidente che darebbe fastidio ai governi coinvolti. Una preghiera silenziosa al confine, senza discorsi di parte, è molto difficile da criticare apertamente, ma invia un messaggio chiaro contro la violenza, l’occupazione e l’uso della religione per giustificare la guerra. Questo esercita una pressione morale su leader come Netanyahu o Trump, senza violare formalmente la neutralità diplomatica.
 

Dicono che lei sia un papa timido, poco audace, molto americano. Che pesa più Chicago del Perù, più il calcolo dell’audacia. Con questo gesto romperebbe il soffitto di cristallo di queste etichette facili e, forse, false. Mostrerebbe che sotto la mozzetta si nasconde un cuore capace di scrollarsi di dosso i protocolli per mettersi dalla parte di coloro che non contano. E porrebbe, una volta per tutte, le vittime al centro della vita pubblica, della geopolitica e, soprattutto, nel cuore della Chiesa. Non con un documento (come «Dilexit te»), non con un tweet, ma con un ginocchio conficcato in una terra che grida e piange. E che chiede a Caino cosa ha fatto del sangue di suo fratello.
 

Immagino la scena: lei arriva all’ultimo avamposto libanese, saluta i soldati, attraversa un breve tratto di terra e, senza discorsi, solo con un microfono aperto al vento, sussurra: «Vengo qui a chiedere una pace disarmata e disarmante; vengo qui a piangere con voi e per voi». E lascia lì un piccolo ulivo, quasi fragile, come a dire che la speranza non è uno slogan, ma un seme che si pianta rischiando, confidando nel fatto che Caino e Abele, Isacco e Ismaele possano guardarsi di nuovo negli occhi, vivere insieme, o almeno rispettarsi come due popoli, due stati, due storie destinate a non distruggersi a vicenda.
 

Sarebbe un gesto di rottura, sì. Ma soprattutto, sarebbe un gesto profondamente evangelico. Come quando Giovanni Paolo II si inginocchiò per chiedere perdono per i peccati della Chiesa, come quando Francesco abbracciò i migranti a Lampedusa o baciò i piedi dei leader in guerra in Sudan. Lei ora ha un’opportunità irripetibile: dire chiaramente che il cuore del cristianesimo non sono gli accordi diplomatici, ma i crocifissi della storia. Un passo, una preghiera, un ulivo. A volte, per cambiare il mondo, basta avere il coraggio di attraversare un confine.
Santità, la sua preghiera papale al confine non cambierebbe da sola la realtà sul campo, ma potrebbe sicuramente trasformare il clima internazionale: dare speranza alle vittime, disturbare i signori della guerra e ricordare al mondo che la pace inizia quando qualcuno ha il coraggio di inginocchiarsi dove tutti gli altri si trincerano.
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*Articolo pubblicato il 1.12.2025 nel Blog dell’Autore in «Religión Digital» (www.religiondigital.com)
Traduzione a cura di Lorenzo Tommaselli, titolo modificato dal redattore del Blog “Altrimenti”