Il Blog di Enzo Bianchi

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​Fondatore della comunità di Bose

La scena della Natività, umana sempre più umana

28/12/2025 00:00

AA.VV.

Testi di amici 2025,

La scena della Natività, umana sempre più umana

di Claudio Strinati

L’iconografia della nascita di Gesù non è descritta nei particolari dai Vangeli canonici. Ma sin dal tardo Medioevo ha assunto tratti distintivi che si sono evoluti con la modernità

di Claudio Strinati*

Nel Vangelo di Matteo la nascita di Gesù è raccontata così: Giuseppe è promesso sposo di Maria che prima del matrimonio resta incinta, per opera dello Spirito Santo. Lui non vorrebbe allora sposarla ma gli appare in sogno un angelo del Signore per chiarirgli il singolare miracolo. Gli dice: «Ella partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù. Egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati». E così fu. Gesù nacque a Betlemme di Giudea al tempo del re Erode che per individuare con certezza il fanciullo chiese ai Magi di andare a riconoscerlo seguendo una stella.
 

Nel Vangelo di Marco la storia della nascita non c’è. Gesù entra in scena già grande quando si fa battezzare da Giovanni nel fiume Giordano e Giovanni ammonì le turbe: «Io vi ho battezzati con l’acqua, ma egli vi battezzerà con lo Spirito Santo» e infatti, mentre Gesù riceve il battesimo. una voce dal cielo dice: «Tu sei il figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto».
 

Nel Vangelo di Luca la nascita di Gesù è raccontata proprio in relazione alla figura di Giovanni Battista e alla sua stessa nascita. Zaccaria sacerdote e Elisabetta sua moglie, ormai anziani, non avevano figli ma un angelo comunicò a Zaccaria che la sua sposa avrebbe presto partorito un figlio che sarà chiamato Giovanni e «non berrà vino né bevande inebrianti, sarà pieno di Spirito Santo fin dal seno di sua madre». Poco tempo dopo e in stretta connessione, l’angelo Gabriele va a Nazaret e dice alla Vergine: «Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te. Concepirai un figlio e sarà chiamato Figlio dell’Altissimo e Dio gli darà il trono di Davide e regnerà per sempre nella casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».
 

Quando si arriva al Vangelo di Giovanni lo scenario cambia. L’evangelista non dice niente della nascita di Gesù ma conferisce al suo testo il passo del poema epico che racconta la nascita del pensiero cristiano e nel formidabile Prologo scrive: «la legge fu data per mezzo di Mosè/ la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo/ Dio nessuno l’ha mai visto/proprio il figlio unigenito/che è nel seno del padre/ lui lo ha rivelato». Dopodiché racconta dell’incontro col Battista.
 

Così nei secoli la rappresentazione della nascita di Gesù è stata legata a parametri rappresentativi labili e insieme potentissimi. Nessuna testimonianza precisa c’è nei Vangeli canonici sulla data di nascita di Gesù, nessun riferimento al freddo, al bue e all’asinello, all’aspetto della capanna dove si ricoverarono. Essenziale, invece, è il tema dell’annuncio ai pastori onde il popolo accorra a vedere il Salvatore che i Magi, poi, omaggeranno: si veda l’affresco fiorentino di Benozzo Gozzoli del 1459. È il pensiero che ispira la grande stagione del presepe napoletano settecentesco, specie quello organizzato dal grande scultore Giuseppe Sanmartino, l’autore, tra l’altro, del Cristo velato della Cappella Sansevero.
 

E poi c’è la sequenza interminabile delle pale d’altare che nel corso dei secoli hanno avuto la Natività come fulcro della rappresentazione fatta per lo più di figure canoniche: Giuseppe, la Vergine, il Bambino, i pastori, il bue e l’asinello e, al variare delle esigenze dottrinali e dei gusti, infinite figure di santi e beati che assistono al sacro evento, come accade persino nella tela “vera” più che sacra di Caravaggio, rubata dall’Oratorio di San Lorenzo, a Palermo, nel 1969. In una successione che ispirerà anche le moderne maternità laiche di Gaetano Previati e Giovanni Segantini. Ma sono altrettanto numerose le più singolari varianti iconografiche.
 

Molto bella è quella che si vede nella Natività di Pietro Cavallini, il grande pittore e mosaicista romano nella basilica di Santa Maria in Trastevere. La Vergine è sotto la volta di una specie di grotta scagliosa, distesa sul letto tricliniare classico, in posizione di assoluta atarassia ispirata in tutta evidenza alle tipologie bizantine ancora dominanti sul cadere del 1200, quando presumibilmente l’opera fu concepita. San Giuseppe è marginale, seduto a terra immerso nella meditazione melanconica, avvolto nell’oscurità della coscienza. In basso si legge la dicitura “Taberna meritoria” che era l’edificio pagano, una foresteria per i milites emeriti (i veterani in congedo) precedente alla fondazione della chiesa. Da questo sito pagano, nel 38 dopo Cristo, stando a San Girolamo e altri antichi esegeti tra cui Eusebio da Cesarea, sarebbe scaturita una fonte di olio nero, in realtà un flusso di idrocarburi infiammabili risalenti da una palude, fenomeno tutt’altro che insolito e studiato scientificamente già da Alessandro Volta nel Settecento. Questo fiume oscuro sarebbe poi confluito nel Tevere per cui quel luogo venne chiamato Fons Olei, a simbolo della inquietante commistione di un liquido velenoso (oggi diremmo inquinante) all’acqua salvifica del battesimo che lo annichilisce. Questo mirabile mosaico fu giudicato da Lorenzo Ghiberti una eccelsa opera d’arte esprimente quel clima di dolore, solennissima quiete e sovrumano silenzio di cui così bene, sia pure in tutt’altro contesto, disse Leopardi in una poesia non a caso intitolata
 

Poi, nel tempo, l’immagine della Natività si trasforma quasi nell’opposto. Nell’immagine, cioè, del fervore, dell’agitazione, della frenesia vera e propria che scaturisce dal messaggio rivoluzionario e sconvolgente del Messia. Un esempio emblematico ne è l’Adorazione dei pastori di Giovanni Benedetto Castiglione detto il Grechetto, una grande tela firmata e datata 1645 in San Luca a Genova, con quella immortale figura del gigantesco pastore che suona una enorme dulciana, tentando di rintronare il divino fanciullo che lo accoglie benevolmente, ma distogliendo un poco lo sguardo.

* in “la Repubblica” del 23 dicembre 2025