di Enzo Bianchi
La quarta acclamazione gridata da Gesù per proclamare “beati” gli affamati e gli assetati di giustizia richiede da parte nostra uno sforzo e una fatica notevoli perché non è così semplice da comprendere come può apparire.
Nelle beatitudini secondo Luca sono chiamati beati da Gesù quelli che hanno fame e sete, “i poveri” quindi, persone nel bisogno fino all’esperienza del patire la fame e la sete, ma in Matteo c’è una specificazione: poveri sì, ma anche nel cuore, “nello spirito”. Così ora la fame e la sete non riguardano solo il pane e l’acqua, ma la giustizia, una giustizia che appartiene a Dio e che solo Dio determina.
Nel medesimo discorso sul monte Gesù dirà: “Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia” (Mt 7,32) e questa esortazione può illuminare la nostra comprensione della beatitudine. C’è una giustizia di Dio – posta da Dio, ma anche azione di Dio – che va cercata e che si può trovare cercando il regno di Dio, cioè apprestando tutto perché veramente Dio regni, sia il Signore, sul credente, sulla sua comunità, nella storia. Il regno di Dio viene quando noi permettiamo a Dio di regnare realmente e concretamente sulle nostre vite, lasciando che sia lui a determinare i nostri pensieri, le nostre parole, i nostri comportamenti.
Ecco allora cos’è la fame e la sete di giustizia: un autentico desiderio del Signore, una vera fame della sua Parola che può plasmare le nostre vite, una passione per il Regno veniente che conduce a volere che il mondo sia come Dio lo vuole. Si potrebbe dire che chi è affamato di giustizia chiede a Dio e cerca di realizzare le domande della preghiera insegnata da Gesù: il Padre nostro.
Olivier Clément, commentando questa beatitudine, scrive: “Per un cristiano la fame di giustizia del regno di Dio è adesione alla risurrezione e al rinnovamento che essa significa”. Può stupire questa affermazione, ma è la verità più profonda: chi aderisce alla risurrezione e beneficia delle energie del Cristo risorto sa anche riconoscere la sua presenza nei bisognosi, negli uomini conformi “nella sofferenza” a colui che vive per sempre. In questo senso comprendiamo i “benedetti dal Padre” del capitolo 25 del Vangelo di Matteo: i giusti sono quelli che hanno dato da mangiare agli affamati, hanno vestito gli ignudi, visitato i carcerati, accolto gli stranieri… cioè coloro che hanno vissuto quella giustizia che Dio manifesta come sua volontà nella storia e tra gli uomini.
Questa beatitudine è la beatitudine dell’esistenza cristiana, ma raggiunge anche quegli uomini e quelle donne non cristiani che portano nel cuore il fuoco, la passione per un mondo più giusto, per una terra segnata dalla condivisione, dalla liberazione, dalla pace. Certo, non tutte le lotte per la giustizia rientrano in questa beatitudine, ma stiamo attenti, guardando all’azione per la giustizia compiuta da un non cristiano, a non chiudere gli occhi sull’amore che lo spinge, sulla fraternità che lo muove, sulle energie che l’immagine di Dio posta in ogni uomo dispiega.
Sì, a causa di questa giustizia si potrà anche essere perseguitati – come ci ricorda l’ultima beatitudine – a volte perché cristiani, a volte perché si sta dalla parte della vittima, dell’oppresso, del povero per il quale si chiede giustizia. L’Apocalisse ci rivela che gli eletti gridano sempre: “Fino a quando, Signore, tarderai a fare giustizia?” (Ap 6,10). Chi è affamato e assetato di giustizia innalza anche lui questo grido all’Agnello sgozzato e si fa conforme a Lui, assumendo i tratti del “giusto”.
