Il Blog di Enzo Bianchi

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​Fondatore della comunità di Bose

Tutto è compiuto

03/04/2026 00:00

ENZO BIANCHI

Vangelo della domenica 2026,

Tutto è compiuto

ENZO BIANCHI - 03/04/2026Venerdì Santo

03 Aprile 2026

 

Venerdì Santo

 

di Enzo Bianchi

 

Gv 18,1-19,42

Abbiamo ascoltato il racconto glorioso, dossologico, della passione del Signore secondo Giovanni. Avevamo meditato i racconti della passione nei vangeli sinottici nei primi giorni della settimana santa. Ma nell’ora della croce, in questo giorno santissimo della morte di Gesù la chiesa ci chiede di ascoltare e contemplare la passione di Gesù secondo il quarto vangelo, vangelo nel quale la fede pasquale della chiesa intravede l’esaltazione, la glorificazione dove gli altri vangeli leggono l’abbassamento, l’umiliazione. Ciò che ci viene raccontato, e sta realmente nella storia, è sempre la stessa e unica vicenda di Gesù: Gesù è stato catturato, è stato giudicato dal potere religioso, è stato disprezzato, quindi è stato condannato dal potere imperiale, flagellato e messo in croce fino alla sua morte avvenuta all’ora nona.

 

Ma lo sguardo che ci viene richiesto dal quarto vangelo è diverso rispetto allo sguardo degli altri vangeli. Innanzitutto per comprendere bene la contemplazione che Giovanni ha saputo fare della passione di Gesù dobbiamo ricordare che tutta la vita di Gesù, tutta la vicenda pubblica di Gesù sta tra la sua presentazione da parte di Giovanni Battista: «Ecco l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo» (Gv 1,29) e la constatazione che abbiamo letto dopo la morte di Gesù: «Nessun osso gli sarà spezzato» (Gv 19,36; cf. Es 12,46), constatazione che indica Gesù come l’agnello pasquale, il vero e definitivo agnello pasquale, perché il precetto: «Nessun osso gli sarà spezzato» riguardava l’agnello pasquale immolato e poi consumato nel pasto serale in ogni famiglia e comunità del popolo di Dio.

 

Giovanni Battista ha presentato Gesù come l’agnello, l’agnello che toglie i peccati del mondo, e Gesù aveva questa capacità a causa della sua santità, una santità che gli derivava dallo Spirito santo che era sceso e riposava su di lui. Giovanni Battista aveva ricevuto la Parola di Dio su di sé nel deserto: «Colui sul quale tu vedrai discendere lo Spirito e restare, dimorare su di lui, è lui, è lui» (cf. Gv 1,33). L’agnello di Dio è colui che è venuto per portare la remissione dei peccati a tutti gli uomini ed è abilitato a questo grazie allo Spirito santo che è la remissione dei peccati. E per questo in croce, secondo il quarto vangelo, Gesù non è semplicemente colui che morendo spirò, ma è colui che consegna lo Spirito santo, effonde lo Spirito santo che è la remissione dei peccati di tutto il mondo. Dunque ciò che aveva annunciato all’inizio del vangelo Giovanni Battista si compie pienamente, definitivamente nella morte di Gesù. Ecco perché questa è l’ora, l’ora della glorificazione, aveva detto Gesù, la sua ora, l’ora verso la quale lui aveva sempre mantenuto vivo il desiderio, un’ora sempre attesa, l’ora in cui avrebbe potuto consegnare il suo Spirito santo e dare così la riconciliazione, la comunione tra Dio e gli uomini.

 

Ma proprio con questa comprensione voglio sostare oggi solo su pochi versetti riguardanti la morte di Gesù. Nel racconto della morte di Gesù appare innanzitutto evidente, ancora una volta, la consapevolezza di Gesù che viene affermata qui una terza volta. Questa consapevolezza l’avevamo sentita affermare dal brano riguardante la lavanda dei piedi: «Gesù, sapendo che era venuta la sua ora» (Gv 13,1); l’abbiamo sentita all’inizio del racconto della passione: «Gesù, sapendo che si avvicinava colui che lo tradiva» (cf. Gv 18,4); e qui di nuovo per la terza volta: «Ges, sapendo che ormai tutto era stato compiuto, affinché si adempissero le Scritture disse: “Ho sete”» (Gv 19,28). Gesù sa che ha compiuto la volontà di Dio fino alla fine, che ha realizzato pienamente la sua missione, che ha ubbidito puntualmente al Padre, sempre permettendo che si compissero tutte le Scritture su di lui; e in quest’ora, l’ora che è giunta, ecco che grida la sua sete di Dio: «Ho sete». Noi forse nella traduzione non ce ne rendiamo conto, ma questa parola: «Ho sete» è nient’altro che le prime parole del salmo 42: «L’anima mia ha sete, l’anima mia ha sete del Dio vivente». E Gesù, ecco, lascia che l’ultimo grido sia l’assumere questo salmo come preghiera per poi gridare trionfalmente: «È compiuto, è compiuto, tutto è compiuto» (Gv 19,30).

 

Questa consapevolezza non è solo una coscienza anticipata, profetica di quel che sarebbe accaduto, ma in Gesù è una conoscenza del significato profondo della sua vita e della sua morte. Gesù è lucidissimo, è libero, sempre soggetto di amore verso il Padre e verso di noi e sa che in tutta la sua vita ha semplicemente tutto predisposto perché si compiano le Scritture. Gesù non ha compiuto tante azioni, non è mai stato un gran protagonista, sono gli stupidi che vedono del protagonismo nella sua vita. Gesù ha sempre atteso che le cose si compissero, ha mai detto no a ciò che Dio gli chiedeva giorno per giorno come qualcosa da assumere e da fare, ma non ha mai preso iniziative sue, ha sempre aderito alla volontà del Padre, ha sempre continuato a lavorare in un’opera che il Padre aveva iniziato per lui. E ora la sua opera è terminata.

 

Aveva detto: «Il mio cibo è che io faccia la volontà di colui che mi ha mandato e che porti a termine l’opera a pieno compimento» (Gv 4,34). E adesso Gesù deve semplicemente dire l’amen, l’amen finale, e lo dice reclinando il capo, il gesto che acconsente alla morte, che fa della morte un atto puntuale con cui Gesù ridà la sua vita a Dio. Ma proprio in questo gesto in cui reclina il capo e in cui consegna lo Spirito santo e lo consegna alla sua comunità, la chiesa, rappresentata sotto la croce da Maria la madre e dal discepolo amato, Gesù appare davvero come l’agnello pasquale che ha tolto il peccato del mondo. Se Giovanni aveva visto lo Spirito santo scendere su di lui e rimanere, ora il discepolo amato, l’altro Giovanni, vede lo Spirito che dalla bocca di Gesù come un soffio, come Spirito creatore scende sulla sua comunità.

 

Ma ecco, il compimento ormai continua, proprio mentre Gesù è morto, il compimento delle sue parole, della promessa di Dio diventa un compimento ancora più evidente, un compimento verso la pienezza. Noi ci ricordiamo che Gesù al cuore del suo ministero, al tempio di Gerusalemme, si era alzato ritto in piedi e aveva gridato: «Chi ha sete venga a me e beva chi crede in me, perché, come dice la Scrittura, fiumi di acqua viva scaturiranno dal suo seno» (Gv 7,37-38). E là l’autore del vangelo aveva annotato: «Diceva questo dello Spirito santo che avrebbero ricevuto i credenti perché non era ancora stato dato lo Spirito santo non essendo stato Gesù glorificato» (Gv 7,39). Ma ecco, l’ora della gloria è venuta, lo Spirito è dato per la remissione dei peccati, e ciò che accade sotto la croce è solo un altro amen a quella morte gloriosa.

 

Ci ha detto il quarto vangelo che quella era l’ora in cui al tempio si macellavano gli agnelli pasquali, quelli agnelli che sarebbero stati poi portati a casa e sarebbero stati mangiati in quella sera, l’agnello memoriale dell’uscita dall’Egitto. E così noi sappiamo anche che il giorno dopo, il quindici di Nisan, era la festa grandissima della Pasqua, che quell’anno cadeva in un giorno di sabato. Dunque per quel grande giorno, solennissimo, Pasqua e sabato insieme, la Legge prevedeva che non ci fossero corpi crocifissi e tantomeno ci fossero corpi di uomini suppliziati: ecco perché vennero i soldati per spezzare le gambe a quegli agonizzanti in modo che morissero prima del tramonto e potessero essere seppelliti e tolti, portati via dal supplizio. Ma quando sono venuti, Gesù era già morto. Gesù è veramente morto e uno dei soldati vibra un colpo di lancia nel suo petto per assicurarsi di quella morte e che non fosse semplicemente un sonno, uno stato comatoso. E come quel colpo di lancia raggiunge il petto di Gesù, ecco ne uscì sangue ed acqua e l’evangelista Giovanni si fa testimone, racconta, testimonia, nella consapevolezza di dire la verità e una verità che porta alla fede anche noi lettori del vangelo.

 

Gesù è l’agnello pasquale, ucciso nella stessa ora degli agnelli pasquali, ma lui è il vero, il definitivo, quello che abolisce quel rito di immolazione che Israele viveva dal giorno dell’uscita dall’Egitto. E perché questo porti il sigillo di una profezia compiuta, ecco, non gli rompono le ossa, come l’agnello che doveva essere mangiato senza che gli fossero rotte le ossa. Ma nello stesso tempo Gesù appare anche come il tempio. L’aveva annunciato nella prima salita a Gerusalemme: il suo corpo era il vero tempio (cf. Gv 2,19-22). E anche qui quell’acqua che sgorga dal fianco di Gesù è l’acqua profetizzata da Ezechiele, che sarebbe sgorgata dal lato destro del tempio (cf. Ez 47,1-2); è quella fonte che sarebbe sgorgata dalla casa del Signore, secondo Gioele (cf. Gl 4,18); è quella sorgente che avrebbe zampillato per lavare il peccato, rimettere i peccati, secondo Zaccaria (cf. Zc 13,1).

 

E così è tolto il peccato del mondo, il nostro peccato. Quando è avvenuta la morte di Cristo sono scomparsi i sacrifici degli agnelli pasquali, è scomparsa ogni memoria dei peccati nel giorno di Jom kippur ed è stato immolato l’agnello di Dio, colui che veramente ha tolto il peccato del mondo. Lo dicevamo ieri sera e lo diciamo di nuovo al termine di questa nostra contemplazione: dove c’è la memoria della morte di Cristo, là non c’è più memoria dei peccati, perché lo Spirito li ha rimessi e cancellati, e a partire da quell’ora della gloria fino al ritorno del Signore gli uomini volgono lo sguardo a Gesù trafitto, al vero agnello pasquale. E quando un uomo, una comunità, una chiesa volge lo sguardo all’agnello trafitto e annuncia la morte del Signore, dice che c’è la remissione dei peccati e non c’è più memoria dei peccati del mondo.