Norcia, Basilica di S. Benedetto - 21 marzo 2026
Omelia dell’Arcivescovo di Spoleto-Norcia Mons. Renato Boccardo nella festa di S. Benedetto
«Se tu accoglierai le mie parole e custodirai in te i miei precetti, ... comprenderai il timore del Signore e troverai la conoscenza di Dio» (Pr 2, 1. 5), ci ha detto nella prima lettura il sapiente dell’antico Testamento. E San Benedetto aggiunge nella Regola che «il dovere del discepolo è di tacere e ascoltare» (VI). Ma cosa significa davvero tacere? Perché il silenzio è così importante nella vita cristiana?
Oggi il silenzio è forse la virtù più fraintesa e la più temuta. Lo si confonde con il vuoto, con l'assenza, con la sterilità. Ma il silenzio vero è l'opposto del nulla: è pienezza, è gravido di presenza; è il grembo nel quale le parole degli uomini e la Parola di Dio possono davvero essere concepite, custodite, ascoltate. È uno stile, non una tecnica; è la postura di un cuore che si fa ricettivo e disponibile; è il mistero che educa alla verità ultima. Senza silenzio non si può ascoltare nulla, non si può amare nulla, non si può generare nulla.
Dunque: tacere per abitare, per custodire, per ascoltare. Solo nel silenzio la parola non si disperde, la preghiera diventa feconda, la bellezza si fa riconoscere. Allora: tacere non per nascondersi ma per aprirsi, per lasciar cantare il cuore, per vivere. Per questo Benedetto può ripetere a noi oggi, come quel giorno lontano l’apostolo Paolo ai cristiani di Filippi: «Le cose che avete imparato, ricevuto, ascoltato e veduto in me, mettetele in pratica» (Fil 4, 9).
E nel silenzio risuona la domanda rivolta da Pietro a Gesù: «Noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne otterremo?». L’umanissimo Pietro dà voce a quelle umanissime domande che talvolta ci attraversano la testa e il cuore e non troviamo il coraggio di esprimere ad alta voce: «Per che cosa vale davvero la pena essere cristiani? Qual è la vera contropartita?». Ricordarsi il motivo per cui le facciamo ci salva dalla tentazione di fare le cose solo per abitudine, o peggio ancora di sentirci migliori solo per il fatto che facciamo quel qualcosa. Il vero motivo ci aiuta a tenere i piedi per terra e a recuperare tutto ciò che abbiamo perso per strada.
Gesù risponde così: «Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna». Ma che cosa intende dire con “avrà lasciato”? Non certamente l'aver buttato via, maltrattato o dimenticato. Chi vuole davvero seguire Cristo deve smettere di pensare che la felicità a cui aspira il suo cuore possa venire dal possesso delle cose e delle persone. Perché la felicità vera non dipende dal verbo avere ma dal verbo essere. Il Signore ci chiede di seguirlo, di essere noi stessi, ma di conservarci “diversi” dalla mentalità del mondo. Il seguire Gesù di cui parla Pietro non è riservato a qualche persona straordinaria; è richiesto ad ogni battezzato. È a quanto sono chiamati una madre che ha dei figli, un uomo che ha una casa, un prete e una suora che hanno consacrato la propria vita, una persona che ha un amico o un fratello. Gesù chiede a tutti di “lasciare”, cioè di ricordarsi che conta non quello che si “ha” ma quello che si “è”.
Poi, nel silenzio risuona anche il grido di sofferenza e l’anelito di sicurezza e di giustizia che sale dalle popolazioni ferite dalla guerra nelle diverse regioni del mondo, un grido che dalle tragiche notizie quotidiane raggiunge e interpella il nostro cuore e sollecita la nostra responsabilità. Alla scuola di Benedetto, pacis nuntius, «messaggero di pace, realizzatore di unione, maestro di civiltà», anche da Norcia vogliamo affermare risolutamente che non si può “fare la guerra per fare la pace”, che la logica della forza non può sostituirsi alla forza della ragione e alla paziente arte della diplomazia, che il rumore delle armi non può soffocare la dignità e le aspirazioni dei popoli, che la minaccia e la sfida non possono avere la meglio sul dialogo e sul bene comune.
Mentre quelli che sono considerati i potenti del mondo sembrano impegnati a procurare infelicità ai popoli e alle nazioni; mentre si accumulano vittime senza numero e senza nome e la morte è l’unico esito di questo assurdo sperpero di ogni risorsa; mentre qualcuno chiede di quadruplicare la produzione di armi e i vincitori (come al tempo dei barbari) esibiscono come trofei i volti di quelli che sono riusciti ad uccidere; in un momento che ci porta a pensare che tutti siano contro tutti, da questo luogo così significativo noi vogliamo oggi elevare a Dio una corale preghiera per una pace “disarmata e disarmante” e manifestare la ferma volontà di non essere contro nessuno e di vivere ed essere a favore di tutti.
Perché quando pregano, i cristiani non chiedono a Dio di fare quello che loro non riescono a fare, ma invocano il dono dello Spirito che indichi la strada da percorrere. Certo, con le nostre povere forze non riusciamo a disarmare nessuno, ma possiamo cominciare a guardare negli occhi tutte le persone che incontriamo, per dare il nostro contributo concreto a quella fraternità universale che non è un’utopia fantasiosa ma la vera vocazione dell’umanità; possiamo - come dice Papa Leone - «disarmare il linguaggio, rinunciando alle parole taglienti, al giudizio immediato, al parlar male di chi è assente e non può difendersi, alle calunnie». Proviamo a pensarci: in famiglia, tra amici, sul lavoro, sui social, nei dibattiti, anche nella comunità civile e nella comunità cristiana, la lingua diventa spesso un’arma. Una frase di troppo rovina una giornata; un giudizio affrettato lascia ferite; una battuta velenosa avvelena l’aria. Questo tempo tragico può diventare un allenamento alla carità attraverso la custodia delle parole. Il Papa lo dice con semplicità: «Sforziamoci di imparare a misurare le parole e a coltivare la gentilezza» (cf Messaggio per la Quaresima 2026).
Raccogliamo da questa celebrazione festosa l’appello a metterci ancora e sempre all’ascolto dell’insegnamento del nostro Santo, che ci invita ad aprirci nel silenzio all'azione dello Spirito Santo, a non temere che Dio ci chieda troppo, a lasciarci guidare in ogni azione quotidiana dalla sua Parola per costruire una catena di pace, capace di unire gli uomini e le donne di buona volontà che si impegnano ad essere fratelli, custodendo la libertà e la verità, promuovendo la giustizia e la solidarietà.
