di Alfonso Maurizio Iacono*
Sceso dal treno alla Stazione Termini, mi avvio a piedi verso via Liberiana per partecipare a un convegno. Passo davanti alla Chiesa di Santa Maria Maggiore, dove, tra l’altro, è sepolto Papa Francesco. Attraverso la piazza e il mio sguardo si volge distratto verso un gigantesco schermo posto, guardando la chiesa, sulla destra della grande facciata, che copre quasi interamente quella parte chiusa cui corrisponde all’interno una delle navate laterali.
Ritorno sui miei passi e guardo questo schermo gigantesco, che, in sequenza, mostra Sinner con la solita faccia di bravo ragazzo che invita a comprare una marca di caffè spiegandoci con fare sicuro, lui che è un campione di tennis, e con una tazza della bevanda in mano che l’eccellenza è una scelta. Subito dopo appare una donna di spalle, in un contesto dorato, che sta camminando in una navata (di una reggia? Versailles? Ma potrebbe essere di una chiesa) che pubblicizza un noto profumo il cui nome è vicinissimo a quello di Dio (se ne differenzia per una “r” in più).
Non è certamente la Madonna, ma, con il suo fare sicuro, potrebbe essere una regina o una principessa. Dopo la donna che si aggira tra ombre colorate e cristalli luminosi, compare la scritta, in grande, “J’adore”. Chi o cosa adora? Naturalmente il profumo. Ma la pubblicità è più sottile: adoro tutto ciò che mi circonda perché è oro e cristallo, adoro me stessa, adoro il mondo. Ora, nella tradizione cristiana adorare, se non erro, significa riconoscere la sovranità del Dio unico, metterlo al di sopra di ogni idolo come il denaro, le merci, il potere o il successo, sottomettersi a Lui. L’adorazione (“j’adore”) del profumo pubblicizzato davanti a una delle Chiese cristiana più importanti di Roma è, con una involontaria e crudele ironia, la sostituzione del dio unico con il dio-feticcio della merce.
Un vecchio tema che ritorna. Il Vitello d’oro dell’Antico Testamento, il peccato di idolatria, il drammatico e storicamente tragico rapporto tra le religioni monoteistiche e le immagini. In particolare, la Chiesa Cristiana affrontò la questione nel Secondo Concilio di Nicea, nell’anno 787, ma prima fu Giovanni Damasceno, attaccato e vilipeso dagli iconoclasti, a difendere il ruolo e le funzione delle immagini sacre. I Padri del Concilio e Giovanni Damasceno potevano mai immaginare che saremmo arrivati all’adorazione delle merci e che queste avrebbero sostituito un dio invisibile? Ne Il capitale, Karl Marx parla del carattere di feticcio della merce e del suo arcano. Noi tendiamo ad attribuire le proprietà alle cose-merci quelle che sono le relazioni fra gli uomini. György Lukacs, Theodor Wiesergrund Adorno, Walter Benjamin hanno portato avanti la riflessione sul feticismo delle merci e Guy Debord lo ha collegato allo spettacolo: “Tutta la vita delle società nelle quali predominano le condizioni moderne di produzione si presenta come un’immensa accumulazione di spettacoli”. Ma qui, all’Esquilino, sulla facciata di Santa Maria Maggiore lo spettacolo consiste nella convivenza-sovrapposizione tra la casa visibile di un dio invisibile e lo schermo le cui immagini ci spingono a desiderare e a adorare delle merci.
Il feticismo, parola che fu avanzata nel XVIII secolo da Charles de Brosses, amico di Diderot e in accordo con le idee di Hume sulla religione, esprime lo spostamento dell’adorazione da Dio verso oggetti, considerati come dèi essi stessi o che lo rappresentano. Il grande filosofo antico Senofane diceva che se i leoni dovessero rappresentarsi un loro dio, lo immaginerebbero con le forme fisiche dei leoni. Oggi per rappresentarci un dio e adorarlo dobbiamo immaginarlo con la forma di una bottiglietta che contiene un profumo.
De Brosses considerava l’adorazione dei feticci una forma primitiva di comportamento religioso, tipica dei selvaggi (primitivi e selvaggi sono i termini coloniali usati dagli occidentali illuministi). Cosa dobbiamo dire noi di noi stessi che siamo invitati a adorare un profumo o un caffè proprio
davanti alla facciata di una Chiesa che contiene e ospita la rappresentazione di un dio invisibile? Che siamo più primitivi dei primitivi e più selvaggi dei selvaggi.
Lo schermo che sta sulla facciata di Santa Maria Maggiore non rappresenta soltanto la dissacrazione e la complicità di una credenza, quella cattolica, ma la sostituzione di un dio con un altro dio, quello che fa le guerre, che mentre affama si autorappresenta come ricco, buono e bello, e, mentre parla di libertà e di politeismo dei valori, rende tutto il mondo uguale a sé. Si chiama capitalismo. La sovrapposizione tra la facciata della chiesa e lo schermo è il segno di ciò che Fredric Jameson chiamava, in Postmodernismo, pastiche.
Tutto sta con tutto: dio, il profumo, il caffè, le colonne della facciata, lo schermo, i visitatori che vanno a trovare la tomba di Francesco dopo avere guardato Sinner che offre la bevanda e la donna che, davanti a un dio da adorare, dice “J’adore” pensando a una fragranza. Mark Fisher aveva parlato di realismo capitalista, ma forse, pensando a Garcia Marquez, dovremmo parlare di realismo fantastico capitalista, perché accettiamo come naturali e ovvie realtà aventi il carattere di una innocua magia che si mostra, lateralmente ma dominante, come una banalità della vita quotidiana. In fondo che cos’è la pubblicità se non questo?
Adorare, come avevo prima detto, significa anche sottomettersi a un dio. Quale sia il dio al quale siamo oggi sottomessi, al quale, a quanto sembra, si sottomette anche Cristo, è fin troppo facile da indovinare.
* in “il manifesto” del 13 maggio 2026
