Accornero scrive una biografia dell’arcivescovo di Torino che pagò per le sue scelte, e ne propone la beatificazione
La Stampa - Tuttolibri - 13 giugno 2026
di Enzo Bianchi
“A chi ha conosciuto padre Michele Pellegrino perché non lo dimentichi; a chi non lo ha incontrato perché lo possa conoscere; a chi lo ha criticato senza ragione perché si ravveda e lo riconosca. Scopo di questa biografia è anche creare una diffusa opinione favorevole a introdurre la causa di beatificazione”. Con queste parole poste in esergo a un’opera monumentale, l’autore, il giornalista e presbitero torinese Pier Giuseppe Accornero, dichiara in modo esplicito l’intento della densa biografia di Michele Pellegrino. Accornero dichiara subito che il suo libro è un atto d’amore, di giustizia e persino una proposta ecclesiale (la causa di beatificazione). Questo svela subito al lettore l’onestà intellettuale dell’opera.
Di fronte alle grandi biografie si rischia spesso di perdersi nel labirinto delle date, dei documenti e dei dettagli cronologici. Non è questo il caso. L’autore, con un’onestà intellettuale tanto rara quanto preziosa, decide di calare subito le carte e dichiara le sue intenzioni nell’esergo che ho citato per intero, una vera e propria bussola per il lettore: il libro nasce per fare memoria, per far conoscere, ma soprattutto per far ravvedere chi criticò il cardinale senza ragione, spianando la strada alla sua causa di beatificazione.
Il cuore della biografia risiede nel racconto del passaggio, quasi drammatico, di Pellegrino dalla cattedra universitaria alla trincea della Torino degli anni ‘60 e ‘70. Prima di essere arcivescovo, Pellegrino è stato un fine patrologo, un uomo che respirava il pensiero dei Padri della Chiesa e di Sant’Agostino. Ed è qui che la penna di Accornero si fa lucidissima: dimostra come le scelte pastorali più audaci e scomode di Pellegrino non fossero dettate dalle mode ideologiche del post-Concilio, ma attingessero direttamente alla radicalità evangelica dei primi secoli cristiani.
Torino, in quegli anni, è una città-fabbrica sconvolta dall’immigrazione di massa, dalle lotte operaie e dalle prime avvisaglie della crisi sociale. In questo scenario, il Pellegrino di Accornero non è un sociologo prestato alla Chiesa, ma un pastore che decide di “camminare insieme” (come recita il titolo della sua storica lettera pastorale del 1971) agli ultimi. La sua vicinanza al mondo del lavoro e la sua richiesta di una Chiesa povera e libera dai poteri forti gli costarono critiche feroci, sia da parte del mondo industriale che dalle frange più conservatrici del cattolicesimo.
Il merito principale della scrittura di Accornero, che unisce il rigore del ricercatore alla fluidità del giornalista, è quello di smontare, documento alla mano, quelle accuse. Le pagine restituiscono la statura di un uomo obbediente eppure profetico, fermo sui principi ma totalmente aperto al dialogo.
Leggere oggi questa biografia non significa solo fare un viaggio nostalgico nella Chiesa del Novecento. Significa riscoprire le radici di temi che oggi consideriamo centrali, come la sinodalità o l’attenzione alle periferie. Accornero riesce nel suo intento: chiudendo l’ultima pagina, la figura di padre Michele Pellegrino non appare solo immensa, ma straordinariamente vicina e necessaria al nostro presente.
Spesso la Chiesa contemporanea soffre di un deficit di audacia, dove la prudenza istituzionale rischia di spegnere lo slancio dello Spirito. In questo panorama, la figura di Michele Pellegrino emerge come una clamorosa eccezione e, per molti versi, come un vero e proprio laboratorio anticipatore del magistero di papa Francesco, con quasi cinquant’anni di anticipo.
Pellegrino è stato profetico non perché leggesse il futuro, ma perché ha saputo leggere il presente con gli occhi del Vangelo, senza calcoli politici. La sua profezia ha spianato la strada alle intuizioni che papa Francesco ha cercato di imprimere all’intera Chiesa cattolica. Se Bergoglio chiedeva ai pastori di avere “l’odore delle pecore”, Pellegrino, fine intellettuale e professore universitario, scelse di abbandonare i salotti e le storiche alleanze con l’alta borghesia torinese per scendere tra gli immigrati del Sud che affollavano le baracche e le soffitte di Torino, e tra gli operai della FIAT. La sua profezia fu quella di capire che il baricentro della fede non era più nei palazzi del potere, ma nelle periferie della sofferenza e del lavoro.
Nella Camminare insieme Pellegrino scriveva parole che allora sembrarono eversive: la Chiesa deve stare dalla parte dei lavoratori, deve denunciare le ingiustizie strutturali e non può essere neutrale di fronte allo sfruttamento. Anticipando la critica di Francesco al “capitalismo selvaggio” e alla “cultura dello scarto”, Pellegrino ricordava che la povertà della Chiesa non è una scelta sociologica, ma una necessità teologica: una Chiesa ricca o legata ai poteri forti perde la libertà di annunciare il Vangelo. Per questo rifiutò molti dei fasti cardinalizi, conducendo una vita personale estremamente sobria.
Pellegrino non fu un monarca assoluto nella sua diocesi; istituì i consigli presbiterali e pastorali dando reale voce ai laici, ascoltando le contestazioni giovanili del post Sessantotto senza anatemi, ma con l’atteggiamento del padre che dialoga.
Sì, Pellegrino ha pagato il prezzo tipico dei profeti: l’isolamento e l’incomprensione da parte di chi preferiva una Chiesa custode dello status quo piuttosto che fermento nella storia. Pellegrino ha vissuto sulla sua pelle la solitudine dei profeti. Negli ultimi anni del suo episcopato e poi nel silenzio del suo ritiro, l’isolamento attorno a lui si era fatto tangibile. Eppure, non l’ho mai sentito pronunciare una parola di rancore o di giudizio verso chi lo aveva criticato o abbandonato.
Leggendo le pagine di Accornero, la mia memoria non poteva non tornare agli anni della mia giovinezza, agli anni in cui nasceva la Comunità di Bose da me fondata. Eravamo un piccolo gruppo di fratelli e sorelle, mossi unicamente dal desiderio di vivere la radicalità evangelica nella forma monastica e il primato della Parola nel solco del Concilio. In un panorama ecclesiale allora spesso diffidente, se non apertamente ostile verso la nostra esperienza ecumenica, trovare sul nostro cammino padre Michele Pellegrino è stato un dono immenso. Per me è stato un padre e un maestro della fede.
Fino a pochi anni fa, lo stile di Pellegrino veniva ancora guardato da alcuni settori ecclesiali con un misto di rispetto intellettuale e sospetto pastorale, quasi fosse stato un esperimento troppo audace andato avanti rispetto ai tempi. C’è voluto tempo perché la polvere delle polemiche ideologiche degli anni ‘70 si depositasse, permettendo di riscoprire che dietro l’apparente “rivoluzione” c’era solo la radicalità dei Padri della Chiesa.
L’appello di Accornero nel libro si inserisce esattamente in questo vuoto: l’autore ha capito che i tempi storici sono finalmente maturi. Oggi che la Chiesa universale riflette sui temi cari a Pellegrino, l’opera vuole essere lo scossone documentario e l’invito formale alla diocesi di Torino e al popolo credente per creare quella “diffusa opinione favorevole” necessaria a muovere i primi passi ufficiali verso l’avvio del processo di beatificazione.
