Il Blog di Enzo Bianchi

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​Fondatore della comunità di Bose

Dividemmo il pane sulle rive del Gange

12/07/2026 00:00

AA.VV.

Testi di Amici 2026,

Dividemmo il pane sulle rive del Gange

di Henri Le Saux

di Henri Le Saux*

È stato nei fatti un precursore, un antesignano del dialogo interreligioso hindu-cristiano, il monaco benedettino francese Henri Le Saux (1910-1973). Nato in Bretagna, sacerdote dal 1935, arruolatosi allo scoppio della Seconda guerra mondiale, viene fatto prigioniero, riuscendo però a evadere. Nel 1948 la svolta: si trasferisce in India dove fonda una comunità monastica. Nell’intenso dibattito interiore tra la sua parte occidentale e quella indiana, Le Saux compie una serie di pellegrinaggi sull’Himalaya, risalendo il Gange, anzi «la Gangā, come dicono qui perché è una madre».
Quasi danzando, nelle sue pagine il mistico errante racconta il cammino compiuto, con i suoi tanti significati. Un cammino ritmato e, soprattutto, decisamente comunitario: da metà maggio — scrive — i pellegrini cominciano a salire sull’Himalaya, in lunghe file per i sentieri di montagna. Sono persone di tutte le condizioni e di tutte le età — compresi bambini di qualche settimana portati in braccio dalle madri, anziani appoggiati ai loro bastoni, persone «ammalate e ricurve che si trascinano penosamente», bābu, cioè figure importanti. Quelli, però, «che formano la gran massa di questa ininterrotta processione (…) sono i poveri e gli umili, quelli che il Vangelo chiama beati. A piedi nudi o calzati di sandali usurati, (…) il sacco sulle spalle, (…) avanzano senza guardare nulla, soffrendo eppure felici e cantando il nome del Signore». Dio è anche qui, tra la natura, la tradizione locale, le tante forme di ringraziamento. Lungo la strada, nel dialogo contemplativo, nella gioia «estetica» ma «più ancora spirituale», hindu e cristiani si ritrovano fratelli e sorelle tra loro. Perché «l’uomo, chiunque sia, (….) non è che un pellegrino che risale a Dio».
Sono passi nella pace, nell’armonia e nella preghiera.
«È come all'interno di questo Testamento, di questa Alleanza originaria, che lo Spirito prepara la pienezza dei tempi, la venuta e la rivelazione nella gloria del Verbo incarnato, attraverso tutti i popoli, tutti i luoghi, tutti i tempi dell’universo».
L’ultimo pellegrinaggio culmina nella funzione raccontata nello stralcio che presentiamo, tratto da Una Messa alle sorgenti del Gange (Morcelliana 2026, a cura di Alberto Pelissero, traduzione di Margherita Riccati di Ceva). Perché la pace passa anche per l’ecumenismo. Passa anche per una messa celebrata «nel cavo della roccia prescelta». (giulia galeotti)
 

Il giorno dopo era la festa del Sacro Cuore. Quando il sole apparve sopra le montagne dell’est, partimmo, Sanat-Kumãr e io, rimontando lungo il fiume nella direzione del ghiacciaio da cui esso comincia. Marciammo così per parecchi chilometri sui sassi, sulle rocce, attraversando i ruscelli che continuamente venivano a riversarsi nel Gange. Passammo accanto a molti eremitaggi nascosti negli anfratti delle rocce. Alcuni sãdhu ci fecero cenno di fermarci e di andare nelle loro capanne. Ma, quel mattino, non avevamo tempo. Un’opera preziosa da compiere ci attendeva.
 

Avanzammo così, cercando un luogo favorevole, vicino al fiume ma al riparo dal vento; al riparo pure dagli sguardi curiosi dei pellegrini che per avventura fossero passati da quella parte. Soltanto nel segreto doveva essere offerta quella prima eucaristia alle sorgenti del Gange, perché laggiù nessuno era ancora preparato a comprenderla, tranne coloro che erano venuti come primizie della Chiesa. Infine scoprimmo un posto che ci parve adatto. Il sole era già alto sull’orizzonte e scaldava violentemente.
 

Per prima cosa gettammo i nostri vestiti sulla sabbia, e, nudi come quando si nasce, ci immergemmo nell’acqua gelata, compiendo anzitutto in quel luogo predestinato il rito cosmico del ritorno alla matrice originaria, alle sorgenti dell’Essere — rievocazione anche del rito battesimale
che, continuando e compiendo il rito cosmico, simbolizza potentemente il mistero della nostra rigenerazione.
 

Poi, quando venne l’ora, ci collocammo nel cavo della roccia prescelta. Sulla pietra resa stabile con un po’ di sabbia deponemmo le tovaglie di lino, il messale e il calice d’argento. Trasportammo in una coppa dell’acqua attinta dove scaturiva il fiume. Per offrire e consacrare, avevamo preso, insieme col vino, uno di quei pani azzimi di frumento che sono il nutrimento comune dei pellegrini. Tentammo, ma invano, di accendere dei ceri: il vento li spegneva rapidamente. Li sostituimmo allora con bastoncini d’incenso incandescente. E lassù, allo zenit, c’era il grande luminare celeste, il cui splendore faceva brillare le nevi tutto intorno: il sole, che vede tutto ciò che passa sulla superficie della terra, che illuminò gli occhi del primo uomo e che gli occhi di Gesù morente sulla croce contemplarono; il sole presente a tutto e testimone di tutto ciò che è, fu o sarà.
 

Ci sedemmo l’uno di fronte all’altro e, prima di iniziare la celebrazione liturgica, cantammo qualche versetto delle Upanisad, poi una litania in sanscrito al Cristo Salvatore, Figlio di Dio, Figlio dell’uomo, unico Signore.
 

L’eucaristia è il rito cosmico per eccellenza. Questo doveva essere ricordato in quel luogo. L’albero della Croce aveva portato la salvezza del mondo. Con la sua estremità si elevava verso il cielo, con le sue braccia si rivolgeva al mondo, ma era piantato in profondità nella terra. Anche il pane e il vino eucaristico provengono dalla terra. Allo stesso modo, il rito cristiano si radica in profondità nella terra, nel rito primordiale che è quello dell’uomo e della terra. (…)
 

Il rito eucaristico si svolse lento e discreto. Per quanto alzassimo la voce per sentirci e risponderci, la voce del fiume copriva le nostre, come un accompagnamento di grandi organi. (...) Dividemmo il pane. Insieme bevemmo alla coppa sacra. Il sacrificio era consumato. Sulle rive del Gange, alla sua sorgente, l’offerta escatologica era stata celebrata. Tutto ciò che in quei luoghi era stato pregato e cantato, tutto ciò che era stato offerto simbolicamente nel tempio o presso le acque del fiume, tutta la sofferenza dei duri pellegrinaggi, tutto il silenzio e l’austerità degli asceti, tutto ciò finalmente era stato compiuto nel sacrificio dell’Agnello.
 

Dalle sue sorgenti il Gange continuava a scendere verso la pianura, prima torrente tumultuoso, portando nelle sue acque tutto quello che aveva strappato agli alti picchi, quindi fiume largo e tranquillo, portatore di fecondità e di grazia... Era la festa del Sacro Cuore, la Sorgente

* in “L’Osservatore Romano” del 30 giugno 2026