Il Blog di Enzo Bianchi

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​Fondatore della comunità di Bose

Deve morire la religione perché nasca il Vangelo?

02/08/2026 00:00

AA.VV.

Testi di Amici 2026,

Deve morire la religione perché nasca il Vangelo?

di José Carlos Enríquez Díaz

di José Carlos Enríquez Díaz*

C’è una domanda scomoda che viene posta con sempre meno timore e sempre più realismo: la Chiesa è viva, moribonda o, in un certo senso, esaurita nella sua forma attuale? Non è una provocazione, ma un’osservazione che nasce da ciò che vediamo. E ciò che vediamo è chiaro: un’istituzione che, per molti, è diventata un corpo estraneo nella società, segnata dal distanziamento, dalla crescente irrilevanza e da una sensazione di isolamento che non si può più nascondere.
 

Ma mentre una forma di Chiesa sembra svanire, qualcosa di diverso sta prendendo forma. Come se, nel mezzo della crisi, il cristianesimo stesse cercando di liberarsi da ciò che lo è andato imprigionando.
 

Ciò che è in gioco non è la fede, ma un modello. Il modello di una Chiesa eccessivamente gerarchica e centralizzata, con tratti di potere quasi monarchico, dove pochi decidono, definiscono e controllano. Un sistema in cui troppe questioni continuano ad essere intoccabili, il margine della partecipazione reale è ristretto e la paura di perdere il controllo prevale sulla fiducia nel popolo credente.
 

Non si tratta solo di una questione organizzativa. È un modo di intendere la Chiesa. Quello di una gerarchia che spesso manipola abilmente i meccanismi istituzionali per mantenere l’equilibrio interno, determinando cosa si può pensare, cosa si può mettere in discussione e fin dove ci si può spingere. E tutto ciò è spesso avvolto da un linguaggio sacro che, in definitiva, finisce per blindare ciò che, in realtà, sono decisioni umane.
 

Ma il Vangelo non va in questa direzione.
 

Gesù è stato chiaro e diretto: «Non chiamate nessuno “Signore”, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli» (cf. Mt 23, 8-10). Nel suo progetto non c’è spazio per una comunità strutturata intorno al dominio o al privilegio, ma piuttosto per una vera fraternità, dove l’autorità è intesa solo come servizio.
 

Eppure, la distanza tra quest’ideale e la realtà è, a volte, fin troppo evidente.
 

Ecco perché il crescente distacco non sorprende. Non perché il messaggio abbia perso valore, ma perché il modo di viverlo a livello istituzionale non è più credibile per molti. E quando la forma manca, lo sfondo resta oscuro.
 

Tuttavia, nel mezzo di questa crisi, emerge con forza un desiderio profondo: tornare all’essenziale. Recuperare quella Chiesa delle prime comunità, dove non c’erano onori, né titoli, né distanze artificiali. Dove la fede si viveva nella fraternità, nella semplicità e nell’impegno.
 

Una Chiesa senza onori mondani, senza bisogno di prestigio, senza strutture che la separino dalla vita reale. Una Chiesa dove nessuno si collochi al di sopra di nessun altro, perché tutti si riconoscono figli dello stesso Padre. Come ci ricorda il Vangelo: «Chi vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti» (Mc 9,35).
 

Questo è il modello, ed è radicale!
 

Perché implica lo smantellamento di molte inerzie. Implica lo smettere di concepire la Chiesa come uno spazio di potere per viverla come una comunità di uguali, dove il centro lo occupa non chi comanda, ma chi serve.
 

Oggi, questo auspicio non è teorico. Si percepisce in molti credenti che, lontani dal clamore, vivono la loro fede con impegno, semplicità e corresponsabilità. Laici che non aspettano permessi per essere Chiesa, che esercitano il loro sacerdozio comune, anche se non sempre riconosciuto. Che sostengono comunità, accompagnano, servono… mentre, in generale, continuano a essere considerati secondari.
 

E qui risiede una delle grandi contraddizioni del nostro tempo: si richiede il coinvolgimento dei laici, ma si teme il loro protagonismo. Sono invitati a collaborare, ma non a decidere. Si apre loro la porta, ma a determinate condizioni. Perché in fondo, persiste la paura: la paura che le redini sfuggano di mano a coloro che hanno troppo identificato la Chiesa con la propria posizione.
 

Ma il Vangelo smonta ancora una volta questa argomentazione.
 

Gesù non organizza una struttura per controllarla, ma una comunità per condividerla. Lava i piedi ai suoi discepoli e dice: «Vi ho dato un esempio, perché anche voi facciate lo stesso» (Gv 13,15). Non c’è gesto più chiaro: l’autorità cristiana non si impone, si inginocchia.
 

Per questo, forse è giunto il momento di accettare una verità scomoda: se una certa forma di Chiesa sta morendo, non è necessariamente una perdita. Potrebbe, di fatto, essere una nuova nascita.
 

Perché ciò che muore non è il Vangelo. Ciò che appassisce è la religione, che marginalizza il Vangelo e lo rende irriconoscibile.
 

E ciò che può nascere – se gli si lascia spazio – è qualcosa di più vicino alla sua origine: una Chiesa povera, semplice, fraterna, senza «sette» dove proteggersi, senza discorsi che giustificano tutto, senza quest’atteggiamento di chi non si scandalizza mai perché ha imparato a normalizzare ogni cosa.
 

Una Chiesa che non trasformi il sacro in routine o in un affare. Una Chiesa che ricorda le parole di Gesù: «Non fate della casa del Padre mio un mercato» (Gv 2,16). Una Chiesa che comprenda che il segno è parte del messaggio.
 

Una Chiesa che non ha paura di perdere potere, perché sa che la sua forza non risiede nei riti. Una Chiesa che non ha paura di diventare piccola, perché il Vangelo non è mai stato una questione di grandezza, ma di verità.
 

«Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà» (Mt 16,25). Questa parola ancora oggi continua ad essere un monito e un’opportunità. Aggrapparsi a strutture, privilegi e sicurezze può essere il modo più rapido per perdere ciò che è essenziale.
 

Al contrario, spogliarsi di tutto, come ha fatto Cristo, apre la porta a qualcosa di nuovo.
 

In definitiva, la questione non è se la Chiesa perda influenza, ma se stia recuperando la sua anima. Non se stia mantenendo la sua forma, ma se ritorni ad essere fedele alla sua origine.
 

Perché la Chiesa non è dei gerarchi. La Chiesa è il popolo di Dio. E in questo popolo – tra i semplici, tra coloro che cercano, coloro che servono in silenzio – già sta pulsando un altro modo di essere Chiesa.
 

Forse più piccolo. Forse più fragile. Ma anche molto più vicino al Vangelo.
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*Articolo pubblicato il 4.7.2026 nel Blog dell’autore in «Religión Digital» (www.religiondigital.org)
Traduzione a cura di Lorenzo Tommaselli