di Bernard Ginisty*
“In un mondo in continuo cambiamento e incomprensibile, le masse erano arrivate al punto di credere simultaneamente a tutto e a niente, di pensare che tutto fosse possibile e che nulla fosse vero”. Queste parole di Hannah Arendt, nella sua opera classica sul sistema totalitario, mi sembrano illustrare bene il clima attuale del nostro paese. Da una parte, annunci futuristi su una società del digitale che ci assicurerebbe, in una globalizzazione felice, un avvenire meravoglioso. Dall’altra, delle persone elette in parlamento che si rinfacciano scandali di ogni tipo seguendo i sondaggi che servono loro da bussola. Questa giustapposizione di un mondo in cui il progresso tecnico fa credere che “tutto è possibile, e di una classe politica che lascia sempre più al cittadino il gusto amaro del “nulla è vero”, contribuisce alla crisi del vivere insieme.
Come potrebbe funzionare diversamente una società dall’individualismo esaceerbato e per la quale l’economia finanziarizzata è diventata la misura di ogni cosa? Una società non può sopravvivere eternamente a questo doppio gioco nel quale Hanna Arendt vede la nascita del totalitarismo. Infatti, giustapporre il “tutto è possibile” e il “nulla è vero” conduce al “tutto è permesso”. Di fronte a questo rischio, non basta più invocare il bene comune, la cittadinanza e la famosa modernizzazione. Bisogna impegnarsi in un lavoro critico sulle cosiddette evidenze che ci impediscono di pensare l’arte del vivere nel quotidiano.
Nelle società primitive, l’individuo era definito dalla sua matrice micro-sociale d’origine. Si era di un villaggio, si aveva la religione del proprio clan, si faceva il mestiere dei propri genitori, e le relazioni matrimoniali lasciavano da parte le soggettività per assicurare il fine primario della perpetuazione del gruppo. In quegli universi, caratterizzati dalla penuria, le leggi dell’ospitalità e la solidarietà del clan erano condizioni di sopravvivenza. La solidità di quella solidarietà aveva come contropartita la negazione della libertà individuale. La sopravvivenza collettiva si imponeva a tutti. La storia della modernità è fatto di “atomi sociali” che hanno rotto con quella matrice sociologica primaria. Questa rottura è stata preparata dall’evoluzione filosofica del pensiero del singolo, a livello religioso in Occidente da Lutero e dalla Riforma, a livello politico dall’Illuminismo, a livello economico dall’urbanizzazione e dall’industrializzazione. Il contratto di lavoro a tempo indeterminato è stato lo strumento giuridico che ha permesso ad ogni individuo di esistere al di fuori del proprio clan. Ma la scomparsa delle forme tradizionali di regolamentazione della vita collettiva hanno lasciato gli individui sempre più alla loro solitudine. E l’urbanizzazione, come la grande industria, hanno creato “le masse”, parola che non aveva alcun senso in una società tradizionale.
Due “linee maestre” hanno preteso di guidare queste “masse”: il “socialismo scientifico” e il mercato. Di fronte alla alienazione delle masse urbanizzate, sradicate dalla loro matrice originaria, alcuni hanno chiesto a una “scienza” dello sviluppo delle società di tipo marxista di costituire il referente politico. Bastava che un partito politico portatore di tale scienza prendesse il potere, e si sarebbe andati verso “il sol dell’avvenire”. Invece, abbiamo avuto dei postumi tragici.
Il liberalismo ha affidato la gestione dell’individuo sradicato alla “mano invisibile” del mercato cara ad Adamo Smith. Le crescenti fratture sociali, i disastri umanitari ed ecologici smentiscono ogni giorno la capacità del mercato di affrontare le crisi attuali. Allora, è grande la tentazione di tornare “all’origine”. È l’inizio di ogni integralismo, di ogni nazionalismo, di ogni fondamentalismo. Quando non si sa più dove si sta andando, quando non si hanno più progetti, si rischia di essere tentati dalla regressione.
Ciò che dobbiamo inventare, è una terza fase. Invece di cercare “la linea perduta”, il nostro lavoro è nascere a un mondo nuovo. Sì, l’individuo ha scoperto di essere, di nascere e di morire “solo”, come diceva Pascal. Ma non si realizzerà mai se non attraversando costantemente quelli che io chiamo “spazi micro-sociali-mediatori”. La sua storia sarà fatta di appartenenze successive e plurali. Entrerà e uscirà in molti gruppi formali o informali e dovrà continuamente affrontare l’inatteso. Nel 2021, in piena crisi del Covid, ormai quasi centenario, Edgar Morin, che ci ha lasciato da alcune settimane, ci invitava a creare delle oasi di fraternità.
“Sono stato sorpreso dalla pandemia, ma nella mia vita ho l’abitudine di veder arrivare l’inatteso. L’arrivo di Hitler è stato inatteso per tutti. Il patto tedesco-sovietico era inatteso ed incredibile. L’inizio della guerra d’Algeria è stato inatteso. Non ho vissuto altro che l’inatteso e l’abitudine alle crisi. In questo senso, vivo una nuova crisi enorme che ha tutte le caratteristiche della crisi. Cioè da un lato suscita l’immaginazione creativa, ma dall’altro anche paure e regressioni mentali. Cerchiamo la salvezza provvidenziale, ma non sappiamo come.
Bisogna imparare che nella storia l’inatteso avviene e torna ad avvenire. Pensiamo di vivere di certezze, di statistiche, di previsioni, e dell’idea che tutto fosse stabile. Invece tutto cominciava già a entrare in crisi. Non ce ne siamo resi conto. Dobbiamo imparare a vivere con l’incertezza, cioè con il coraggio di affrontare, di essere pronti a resistere alle forze negative. La crisi ci rende più folli e più saggi. Entrambe le cose. La maggior parte delle persone perde la testa e altre diventano più lucide. La crisi favorisce le forze più contrarie. Auspico che siano le forze creative, le forze lucide e quello che cercano un nuovo cammino quelle che si impongono, anche se sono ancora molto disperse e deboli. Possiamo indignarci a giusto titolo, ma non dobbiamo rinchiuderci nell’indignazione.
C’è qualcosa che dimentichiamo: vent’anni fa è cominciato nel mondo un processo di degradazione. La crisi della democrazia non è solo in America Latina, ma anche nei paesi europei. Predomina il profitto illimitato che controlla tutto in tutti i paesi. Idem con la crisi ecologica. La mente deve affrontare le crisi per dominarle e superarle. Altrimenti siamo le sue vittime. Vediamo oggi avanzare elementi del totalitarismo. Un totalitarismo che non ha nulla a che vedere con quello del secolo scorso. Noi abbiamo tutti i mezzi di sorveglianza di droni, di cellulari, di riconoscimento facciale. Ci sono tutti i mezzi per far nascere un totalitarismo di sorveglianza. Il problema è impedire a questi elementi di unirsi per creare una società totalitaria e invivibile per noi.
Alla vigilia dei miei 100 anni, che cosa posso augurarmi? Auspico forza, coraggio e lucidità. Abbiamo bisogno di vivere in piccole oasi di fraternità”.
(Il testo di Morin è stato pubblicato il 30 gennaio 2021 dall’Associazione Or gris. Anziani protagonisti dei territori in una società per tutte le età).
* in “www.garriguesetsentiers.org” del 22 luglio 2026 (traduzione: www.finesettimana.org)
