Il Blog di Enzo Bianchi

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​Fondatore della comunità di Bose

Ma il chiostro è attraente?

16/05/2014 00:00

ENZO BIANCHI

Quotidiani 2014,

Ma il chiostro è attraente?

Avvenire

Avvenire, 16 maggio 2014
di ENZO BIANCHI

Il monachesimo è davvero attraente? Esperienze di vita e programmi televisivi come quelli di cui parla p. Christopher, film come Il grande silenzio, Uomini di Dio o L’isola sembrerebbero indicare di sì, forse e soprattutto per quanto riguarda i giovani. È indubbio che il monachesimo, con la carica di “controcultura” di cui è portatore almeno nel suo nascere e nei momenti di riforma, esercita un fascino verso quanti, giovani e non giovani, cristiani e non cristiani, ricercano un senso alla propria vita e faticano a trovarlo in un quotidiano che sentono di non riuscire più a padroneggiare.

Thomas Merton, già alla fine degli anni cinquanta, scrisse pagine memorabili su questa capacità dialogica della vita monastica, di quel “vivere alternativo” che tanto stimola chi vi si accosta. Ma se approfondiamo un po’ la riflessione, ci accorgiamo che non è il monachesimo in astratto a svolgere questo ruolo, bensì precise comunità monastiche, uomini e donne che hanno messo in gioco la loro vita e che cercano di vivere con coerenza e radicalità la sequela cristiana. Chi si accosta a un monastero, infatti, può sì essere attratto in prima battuta da edifici antichi di secoli, dall’eco di una vita a maggior contatto con la natura, da spazi e tempi di silenzio...

Ma tutto questo offre solo un sollievo momentaneo. L’incontro che può innescare un cambiamento duraturo nella vita di una persona è invece quello con altre persone, fratelli o sorelle in umanità, abitate da speranze, gioie, sofferenze, attese simili alle nostre eppure capaci di portarle con serenità, di affrontarle con parresia, di custodirle con cura. È la condivisione della vita quotidiana che rende “comprensibili” usi e costumi apparentemente così diversi dal frenetico quotidiano delle nostre società occidentali. 

È la fiducia data e ricevuta nel concreto di esistenze normalissime che accende un rimando forte alla fede nel Dio di Gesù Cristo, la roccia su cui edificare la propria esistenza e la comunità dei credenti. In questo senso i monasteri possono essere luoghi in cui risuona la parola evangelica “Venite e vedete!”. Tremenda responsabilità, questa. Perché i giovani, e non solo loro, prendono sul serio l’appello che viene rivolto loro e, se vengono, vedono quello che succede in verità: condividendo il quotidiano, finiscono per leggere al di là di maschere e silhouette, non si accontentano di cliché abusati né di giustificazioni del passato, non si lasciano acquietare da richiami a una tradizione scissa dall’incarnazione, a un ascolto separato dalla messa in pratica.

No, chi si accosta alle comunità monastiche – e non solo alle mura del monastero – chiede dialogo, franchezza, umanità ancor prima di sperare misericordia, ascolto e accoglienza. L’esperienza vissuta dalla comunità di p. Christopher e dagli ospiti nella sua Worth Abbey, la ricaduta positiva che ha avuto negli ambienti più svariati e imprevedibili ci dice anche questo: i cristiani e quindi anche i monaci non devono temere di essere quelli che devono essere e di mostrarsi con i limiti propri a ogni essere umano.

Devono solo vivere nella trasparenza e nella verità, perseguendo la libertà e la carità. Se san Serafino di Sarov diceva “Acquisisci lo Spirito santo e migliaia intorno a te troveranno la salvezza”, noi potremmo ripetere con lui: vivi con tutto te stesso la tua vocazione e molti attorno a te scopriranno chi ti ha chiamato a viverla e, forse, comprenderanno a loro volta di essere chiamati a qualcosa di più grande del loro quotidiano ma che in quel quotidiano trova linfa e nutrimento. Da quasi cinquant’anni cerco di essere fedele alla mia vocazione monastica. Non so se sono un monaco né se la mia vita è significativa per altri, ma so – come i padri del deserto che hanno tracciato la via che ho voluto percorrere – che nei monasteri ho visto, conosciuto e incontrato persone che mi hanno fatto capire con la loro esistenza che questa vita è umanissima e, proprio per questo, può “significare”, “fare segno” alla vita del Figlio dell’Uomo e Figlio di Dio.

 ENZO BIANCHI

Pubblicato su: Avvenire

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