Il Blog di Enzo Bianchi

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​Fondatore della comunità di Bose

Venerdì santo

02/04/2010 00:00

ENZO BIANCHI

Omelie e Lectio,

Venerdì santo

Omelia di ENZO BIANCHINoi dovremmo ricordare lo specifico della sofferenza, della passione di Gesù: l’ingiustizia dovuta agli uomini. Ma dovremmo anch

Omelia di ENZO BIANCHI


Noi dovremmo ricordare lo specifico della sofferenza, della passione di Gesù: l’ingiustizia dovuta agli uomini. Ma dovremmo anche assumere una grande consapevolezza e responsabilità

 

Bose, 2 aprile 2010
Ufficio Ora nona

 

 Giovanni 18,1-19,37

Carissimi,


abbiamo ascoltato il racconto della passione di Gesù secondo il quarto vangelo, secondo Giovanni. Tutti sappiamo che questo è l’altro vangelo rispetto ai primi tre, detti sinottici perché si possono leggere insieme, con una sola ottica; il quarto vangelo narra gli stessi eventi della passione di Gesù, ma in un altro modo. Nei vangeli sinottici, che riproducono con poche varianti il racconto iniziale dovuto a Marco, c’è la narrazione del dolore, delle sofferenze, della condanna a morte di Gesù, fino alla morte in croce. C’è in sostanza la croce con il suo scandalo e la sua follia: un Messia che termina la sua vicenda in quel modo è uno scandalo per il giudeo, è una follia per il greco (cf. 1Cor 1,22-25). E secondo i sinottici soltanto la resurrezione dirà la gloria di Gesù, potremmo dire che soltanto la resurrezione darà ragione a Gesù, dirà con chiarezza l’identità di Gesù, Figlio di Dio, Messia crocifisso ma resuscitato dal Padre.

 

Nel quarto vangelo c’è invece una nuova comprensione della passione. La gloria, e dunque la rivelazione che Gesù è il Signore, è il Figlio di Dio, la presenza del Padre che autentica la vocazione e la missione di Gesù, stanno già nella passione. Anzi, nella morte di Gesù sulla croce, noi siamo posti non davanti all’abbassamento più profondo di Gesù, ma davanti al suo innalzamento glorioso. Sì, noi siamo abituati a rappresentarci la glorificazione, come d’altronde fa il Nuovo Testamento, nella resurrezione di Gesù, nella vittoria della vita sulla morte, quando la vita vince la morte per sempre, quando Gesù è riconosciuto nella sua vera identità dai discepoli. Invece il quarto vangelo ci sconcerta, perché ci porta, lui solo, a leggere la gloria di Gesù nella sua morte.

 

Se i vangeli sinottici sono attraversati dai tre annunci riguardanti la passione, morte e resurrezione di Gesù – voi tutti ricordate quelle parole molto simili: «È necessario che il Figlio dell’uomo soffra molte cose, sia condannato, sia ucciso e risorga il terzo giorno» (cf. Mc 8,31-33 e par.; 9,30-32 e par.; 10,32-34 e par.) –, il quarto vangelo è attraversato esso pure da tre annunci, ma con dei verbi diversi che non dicono né condanna, né patimenti, né morte, ma parlano di innalzamento e di glorificazione, dicono altro. Il primo annuncio lo dà Gesù in un colloquio con Nicodemo, il rappresentante di Israele, dei giudei: «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo» (Gv 3,14). Gesù poi a metà del suo ministero afferma: «Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora saprete che Io Sono” (Gv 8,28). E nei giorni precedenti la passione, a Gerusalemme, per la terza volta annuncia: «E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me» (Gv 12,32). In tutti e tre i casi si usa il verbo ‘ypsóo, che indica elevazione, innalzamento.

 

Questo momento dell’innalzamento coincide anche, secondo Giovanni, con «l’ora» di Gesù, un’ora annunciata sempre come incombente, fin dal primo segno in cui Gesù mostrò la sua gloria a Cana. Allora Gesù aveva precisato: «Non è ancora giunta la mia ora» (Gv 2,4), quindi la gloria di Cana, la gloria di un miracolo, non è la vera gloria che attende Gesù. Ma adesso è venuta quest’ora, come ora della gloria del Figlio dell’uomo, e Gesù lo dice: «È venuta l’ora che sia glorificato il Figlio dell’uomo» (Gv 12,23), l’ora del chicco di grano che caduto a terra muore, ma proprio nella morte, acconsentendo a morire, produce la vita, la vita da cui viene molto frutto, dunque vita abbondante (cf. Gv 12,24). Proprio di fronte a questo annuncio: «È venuta l’ora che sia glorificato il Figlio dell’uomo», gli ascoltatori capiscono bene e chiedono a Gesù: «Come puoi dire che il Figlio dell’uomo deve essere innalzato?» (Gv 12,34). Gesù ha parlato loro solo di glorificazione, ma essi hanno compreso bene: c’è coincidenza tra l’innalzamento, la glorificazione (verbo doxázo) e l’ora di Gesù. E attenzione: questo innalzamento, quest’ora, questa glorificazione sono azioni che sono dovute agli uomini e a Dio. Sono gli uomini che agiscono durante la passione, quindi quelle azioni sono fatte con una precisa intenzione dagli uomini, eppure Giovanni le legge come realizzate dal Padre con un’altra intenzione.

 

Giovanni è molto attento nel descrivere l’innalzamento di Gesù. Gesù dal giardino oltre il Cedron è stato fatto salire in città, nella casa del sommo sacerdote. Poi è stato ancora portato più in alto da Pilato, nella fortezza Antonia. Pilato lo fa poi sedere addirittura in quello che era il luogo alto per eccellenza, chiamato appunto in ebraico gabbatà, «luogo alto», luogo del giudizi. Infine Gesù è condotto alla collina del Golgota, più alta del tempio e di Gerusalemme, dove viene crocifisso ma attraverso un innalzamento su un palo, in mezzo a due altri condannati. Materialmente dunque c’è un innalzamento, ma un innalzamento che è passione, degradazione umana, che è uno scendere nell’abisso della sofferenza e dell’infamia. Di fatto, però, Giovanni legge in questo essere posto sempre più in alto fino ad avere la posizione centrale tra due malfattori, la posizione del Signore, legge il Kýrios innalzato da terra. E per questo lui annota che quel cartello posto da Pilato lo proclama, non è la causa della morte di Gesù; è il titolo che dice che è lui il Re di Israele, il Messia. 

 

Ecco, agli occhi del quarto vangelo – ma Giovanni vuole indicarci ciò che noi dovremmo comprendere sempre nella passione – c’è l’innalzamento e la glorificazione di Gesù, anche se questa coincide con un’agonia, con un’atroce sofferenza. Attenzione: Giovanni non elimina lo scandalo della sofferenza, non ci vuole consegnare, come faranno gli gnostici, un Gesù la cui l’umanità è totalmente assorbita dalla sua qualità divina. No, Giovanni racconta la passione di Gesù come quella di un uomo, in tutto uguale a noi, un uomo sofferente; mette in luce i patimenti di Gesù, tradito nella menzogna da uno dei dodici, misconosciuto da Pietro, abbandonato dagli altri. Dice con molta precisione, più dei sinottici, che Gesù è stato schiaffeggiato, flagellato, incoronato addirittura di una corona fatta di rami spinosi. Giovanni ci mette davanti un Gesù flagellato, deriso, incoronato di spine, un uomo senza volto. E significativamente solo Giovanni fa dire a Pilato: «Ecco l’uomo!», nient’altro che un uomo, l’Adamo. Nulla è occultato della sofferenza di Gesù, non c’è davvero nessun docetismo, nessun tentativo di rimuovere la sofferenza umana.

 

Ma Giovanni dice, e lo dice chiaramente, che questa sofferenza è un’epifania di violenza umana. Stiamo attenti, perché nel nostro immaginario in cui prevale più l’emozione che la comprensione dovuta all’intelligenza spirituale, noi assimiliamo alle sofferenze, alla passione di Gesù ogni sofferenza umana. Ma Gesù non soffre a causa della natura; la sua passione non è a causa della malattia, neanche a causa di catastrofi che producono delle vittime e in cui il dolore umano – lo conosciamo bene – è un dolore terribile. Gesù nella sua passione soffre della violenza di cui gli uomini sono capaci: questo non dovremmo dimenticarlo. È certamente terribile soffrire per la malattia, soffrire l’agonia in vista della morte, soffrire perché si è vittime di calamità naturali. Ma Gesù qui soffre perché c’è stata falsità di un fratello fino al tradimento, perché c’è la malvagità degli uomini che si scarica su di lui, c’è un’oppressione ingiusta, una sentenza ingiusta. Questa è la passione di Gesù. La sofferenza di Gesù non è dovuta alla sua condizione umana per la quale tutti soffriamo, per la malattia, per la debolezza o per la morte. La sua sofferenza è dovuta a una precisa responsabilità dei capi religiosi di Israele e a una precisa responsabilità del potere politico di Pilato, sempre pronto a farsi complice del potere religioso ogni volta che teme qualcosa. Questa sofferenza è dovuta alla gente, alla sua gente, alla gente di Gesù che ha gridato: «Crocifiggilo!». La passione di Gesù è una sofferenza per la cattiveria, la falsità di noi uomini. Noi siamo uomini come lui, ma la sua sofferenza non è semplicemente la sofferenza creaturale, è la sofferenza di chi vede scaricarsi l’odio, la cattiveria, la falsità, l’inimicizia degli altri su di lui.

 

Giovanni mette anche in evidenza – ed è un ulteriore aspetto – come in questa strettoia della passione Gesù ha saputo vivere senza rispondere, senza opporre violenza alla violenza. Lo avete sentito, si è difeso, ma si è difeso con grande razionalità e senza aggressione, senza violenza. «Se ho detto male, dimmi dov’è il male, dimostramelo. Ma se ho detto bene, perché mi percuoti?». Gesù aveva il diritto, come ogni vittima, di dire: «Perché? Cosa ho fatto di male?», ma Gesù si è fermato qui. L’unica preoccupazione di Gesù che si comprende tra le righe della passione era quella di non fare nulla contro la volontà del Padre, contro l’amore di Dio. Per questo risponde nella verità quando lo interrogano, ma si afono, si fa muto quando invece non può rispondere con amore. E accetta di ricevere la violenza su di sé, di assorbirla. Gesù sa di essere la vittima, il capo espiatorio, ma vuole interrompere la violenza, l’ingiustizia, e l’unica possibilità è patirla.

 

Il soffrire molte cose – il pollà patheîn dei sinottici (Mc 8,31 e par.) – diventa nel quarto vangelo semplicemente un modo di amare l’altro, gli altri, anche il nemico, il persecutore. Giovanni nel suo racconto, dall’inizio alla fine, mostra questa qualità di Gesù, che è una piena auto-conoscenza della sua vocazione. Gesù certamente l’ha vissuta nei limiti di una persona umana ma con quella auto-coscienza straordinaria che non sa né il quando né il come ma sa però il fine; questo lo sa, come lo può sapere ogni cristiano. Non possiamo sapere né il quando né il come, ma dobbiamo sapere che cosa costituisce il fine e la fine: l’amore, l’agápe. Ecco perché Gesù lascia fare, lascia che gli altri dispongano di lui, perché – dovremmo dire – non ha neanche più una missione da realizzare, deve soltanto realizzare soltanto la sua vocazione. Ha lasciato che Giuda uscisse dal cenacolo per tradirlo (cf. Gv 13,30), non l’ha fermato pur sapendo tutto. Ha lasciato che lo arrestassero, anche se poteva fermare quell’arresto. Avete sentito quell’inciso in Giovanni: «Chi cercate?». Alla risposta: «Gesù il Nazareno», replicò pronunciando il Nome di Dio, «Egó eimi, Io sono» (Es 3,14), e tutti caddero a terra. Tutto questo storicamente non è avvenuto, ma Giovanni ci vuole dire che Gesù aveva la possibilità non solo di sfuggire all’arresto ma anche di avere di una vittoria facile, invocando la sua identità. Invece no, ha voluto bere il calice che il Padre gli ha dato da bere, sapendo che il Padre non voleva quella fine ma voleva certamente che lui raccontasse il suo amore, che lui fosse fedele all’amore. Gli uomini con il loro odio hanno costretto Gesù a raccontare Dio nella passione e nella morte, una morte subìta, violenta, ingiusta.

 

Ed eccoci ora davvero alla fine, al termine della vocazione di Gesù. Sono le tre del pomeriggio, l’ora nona, Gesù è in croce ormai da ore, ha subìto gli interrogatori, ha subìto la persecuzione, la tortura, e grida: «Ho sete». Parole anche queste ambigue, con un doppio significato perché dicono la sete di un moribondo appeso al palo da tre ore, ma sono anche le parole con cui inizia il salmo 42: «Ho sete di Dio, il Vivente» (cf. Sal 42,3). Dire queste parole – e Giovanni annota «per adempiere le Scritture», le quali dicevano che nella sete del Servo di Dio sarebbe stato dato a lui l’aceto, secondo il Salmo 69,22 –, dire queste parole è dire non solo la sete fisica, ma anche la sete di Dio, la sete di portare a termine tutto quello che il Padre gli aveva chiesto. E Giovanni scrive che colui che aveva promesso di dare acqua da bere a chi aveva sete – vi ricordate nel colloquio con la samaritana, quando Gesù aveva detto: «Se uno viene a me e ha sete, io gli do l’acqua da bere» –; colui che aveva detto: «A chi ha sete darò acqua da bere e non avrà più sete» (cf. Gv 4,13-14); colui che aveva addirittura gridato a Gerusalemme, nel tempio: «Chi ha sete venga a me e beva chi crede in me» (Gv 7,37-38), ora è lui che ha sete. Sete di Dio dunque, sete di compiere più la vocazione che sete fisica. E a questo suo grido, gli danno da bere dell’aceto.

 

Ma Gesù allora dice l’ultima sua parola: «Tetélestai, è compiuto», è davvero finalmente tutto realizzato, «e reclinato il capo trasmise lo Spirito» (parédoken tò pneûma). Ha compiuto tutta la sua vocazione, tutta la sua missione e quindi nella sua ora, l’ora dell’innalzamento e l’ora della gloria, Gesù può trasmettere, trasmettere lo Spirito. Notate che qui si usa il verboparadídomi, il verbo che indica anche la tradizione, la parádosis; dove gli altri vangeli dicono che Gesù spirò, Giovanni non può dire se non che Gesù trasmise lo Spirito. Ed ecco allora che dal suo fianco escono sangue e acqua. Sangue perché Gesù è morto, e un uomo morto per la violenza, se viene trafitto lascia uscire il sangue dalla ferita. Gesù, ormai morto, ricevendo il colpo della lancia, da parte del soldato che vuole verificare la sua morte, lascia uscire il sangue. Ma Giovanni annota che ne uscì anche acqua. Questa è una novità, è lo straordinario, e Giovanni vede davvero qui il compimento. Gesù aveva gridato: «Chi ha sete venga a me e beva chi crede in me, perché sta scritto: “Fiumi di acqua viva sgorgheranno dal mio fianco”» (Gv 7,37-38); ebbene, ora dal fianco di Gesù esce anche l’acqua, esce lo Spirito santo. Là Giovanni aveva annotato: «Così parlava del dono dello Spirito perché i credenti non lo avevano ancora ricevuto» (cf. Gv 7,39). Ma ecco che qui Gesù trasmette lo Spirito santo, e quell’acqua che esce dal suo fianco è come l’acqua che esce dal fianco del tempio, dal lato del tempio, un fiume di acqua viva (cf. Ez 47,1-12).

 

Carissimi, noi oggi siamo posti di fronte a questa morte umana vissuta nell’amore, in modo che una morte, pur violenta, ingiusta, ignominiosa, perché morte di un peccatore – Paolo dirà, addirittura, di un maledetto da Dio e dagli uomini (cf. Gal 3,13) – non è più solo ignominia, sofferenza e patimenti, ma è anche innalzamento e gloria. Noi dovremmo ricordare questo, dovremmo ricordare lo specifico della sofferenza, della passione di Gesù: l’ingiustizia dovuta agli uomini. Ma dovremmo anche assumere una grande consapevolezza e responsabilità: noi, ciascuno di noi, io, nella mia vita ho provocato e provoco sofferenza ingiusta, oppressione agli altri? E come vivo la sofferenza subìta, provocata dalla falsità e dall’ingiustizia degli altri? La domanda riguarda la violenza che noi facciamo agli altri e la violenza che noi subiamo. Per entrambe il riferimento è solo Gesù che, come dice Pietro, «nella sua passione non rispondeva con violenza alla violenza» (cf. 1Pt 2,23). Il riferimento è Gesù, colui che ha fatto di uno strumento ignominioso, la croce, una via di gloria, la via dell’amore.

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