Il Blog di Enzo Bianchi

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​Fondatore della comunità di Bose

La croce di Cristo: un segno pesante da portare (Gv19,17-30)

04/04/2014 00:00

ENZO BIANCHI

Conferenze archivio,

La croce di Cristo: un segno pesante da portare (Gv19,17-30)

ENZO BIANCHI - 04/04/2014

Novara, 4 aprile 2014

 

Introduzione
Carissimo padre e vescovo Franco Giulio,
carissimi fratelli e sorelle,
sento questo mio tornare qui nella chiesa cattedrale come una gioia ma anche come una responsabilità. Per questo ringrazio il vescovo dell’invito e chiedo al Signore di essere tra voi solo un’eco obbediente della Parola, soprattutto perché questa sera devo evidenziare il mistero della fede per eccellenza, il mistero della croce e resurrezione, scandalo per l’uomo religioso, impegnato nella ricerca di Dio (quaerere Deum), e nel contempo follia per l’uomo intellettuale (cf. 1Cor 1,23), colui che cerca l’uomo (quaerere hominem). Ognuno di noi, io stesso, ha in sé l’uomo religioso e l’uomo intellettuale. Posti di fronte a questo mistero, siamo dunque tentati di svuotare la croce di Cristo: “… hina mè kenothê ho stauròs toû Christoû” (1Cor 1,17)!

 

1. Alcune considerazioni a partire dal crocifisso gaudenziano
Prima di commentare il brano della passione secondo Giovanni che abbiamo ascoltato, vorrei meditare sulla grande scena del crocifisso gaudenziano che sta davanti a voi. Cosa contemplate in questo dipinto? Se lo guardate dal basso, vedete una scena di dolore, di passione e di morte. Maria, la madre di Gesù, viene meno e deve essere sorretta dalle altre donne discepole che piangono e fanno lamenti. I soldati con grande violenza colpiscono Gesù con la lancia e lo insultano. Se noi fossimo stati al calvario, avremmo visto così la passione di Gesù: un supplizio nell’ignominia, nella vergogna e nella maledizione di un uomo condannato dall’autorità religiosa legittima, i sacerdoti, e condannato dal potere politico imperiale perché ritenuto nocivo al bene comune, dunque meritevole di essere eliminato dalla terra. In questa scena viene ritratta la violenza, l’ingiustizia dell’esecuzione capitale della croce, supplizio che Cicerone dichiarava “crudelissimo e terribile”, e che, essendo un’impiccagione, era per i giudei il modo di eseguire la condanna per chi era maledetto da Dio e dagli uomini, anáthema (1Cor 12,3), scomunicato dalla comunità in alleanza con Dio.
Noi abbiamo fatto della croce un segno da portare per dire che siamo cristiani, ma portare questo segno (sia esso gemmato, o di acciaio, o di legno…) è veramente una responsabilità indicibile. Vi confesso che a volte mi vergogno di portare la croce: pensando che essa è strumento della propria esecuzione, strumento e segno del rinnegamento di sé, segno del dare la vita per gli altri, allora io non ne sono degno. Questo pensiero non mi viene da ricerche o studi, ma semplicemente dalle parole di un santo monaco del monte Athos presso cui in giovinezza ho soggiornato alcune settimane. Siccome avevo al colle una piccola croce di legno, egli un giorno mi disse: “Sai cosa porti al collo? Sai che la croce è luogo dell’ignominia e strumento di esecuzione? Sta’ attento a ciò che porti!”. Non l’ho più dimenticato… D’altronde, è nient’altro che un’attualizzazione dell’annuncio di Gesù: “Se qualcuno vuol venire dietro a me (opíso mou), essere mio discepolo, smetta di riconoscere solo se stesso” – questo significa rinnegare se stesso – “elevi (vb. aíro) la sua croce e mi segua» (Mc 8,34 e par.).
Il titolo che è stato dato al mio intervento è: “La croce di Cristo, un segno pesante da portare”: anche il segno deve essere pesante, perché è pesante “soffrire molte cose” (pollà patheîn: Mc 8,31 e par.), essere riprovati… fino a essere uccisi. È talmente pesante che Pietro rimprovera Gesù all’udire da lui annuncio della passione, ma Gesù lo rimanda dietro a sé (opíso mou: Mc 8,33; Mt 16,23), dicendogli che in quel momento è Satana, perché ragiona in modo mondano. Per tre volte Gesù, compiendo il suo ultimo viaggio verso Gerusalemme, annuncia la sua passione (cf. Mc 8,31-33 e par.; Mc 9,30-32 e par.; Mc 10,32-34 e par.), dicendo che la croce è una necessità (deî: Mc 8,31 e par.): in un mondo ingiusto, il giusto può solo essere rigettato, perseguitato, ucciso. È una necessitas humana, perché richiesta dagli assetti di questo mondo ingiusto (cf. Sap 1,16-2,24). Noi inalberiamo o portiamo troppo facilmente la croce, perché non comprendiamo più la sua verità profonda. Non a caso abbiamo potuto essere non “segnati dalla croce”, “portatori della croce”, ma tante volte nella storia “crociati”, “armati della croce”. E così – direbbe l’Apostolo Paolo – l’abbiamo “svuotata”, addirittura falsificata, perché non abbiamo voluto riconoscere in essa la passione di un uomo, passione vissuta per servire gli uomini, per “amarli fino all’estremo” (eis télos: Gv 13,1), fino al dono della vita, per essere coerente con ciò che aveva detto e predicato dell’amore di Dio e degli uomini.
Dunque la passione di Gesù, la croce, va letta e accolta nella sua realtà scandalosa e folle, nella sua pesantezza, nella sua durezza, che comunque conosciamo in tanti corpi di nostri fratelli e sorelle, corpi malati, sofferenti, torturati, perseguitati, corpi affamati e morenti, corpi handicappati, segnati da malattie fisiche o mentali. Il nostro Dio ha condiviso in suo Figlio Gesù, uomo “nato da donna” (Gal 4,4), carne fragile e mortale (cf. Gv 1,14) come noi, questa passione, questo patire umano sempre presente nella storia. Quando vediamo una persona sofferente, morente, tormentata dal male (e ognuno pensi a questa presenza nella propria famiglia!), vediamo la passione della carne di Cristo, e dovremmo – in un cammino faticoso e anche lungo, in un cammino di lotta – giungere a vedere la croce, la propria croce da abbracciare e innalzare. Ma attenzione: la croce è forse la sofferenza in sé? La malattia in sé? La morte in sé? No! Perché Dio non vuole la sofferenza, la malattia, la morte, non vuole la persecuzione e il rigetto del giusto. Anzi, il Signore desidera che noi lottiamo per la salute, la vita, la relazione nella giustizia e nella pace.
Ma allora cosa dobbiamo fare? Dobbiamo semplicemente credere, aderire al Signore, mettere fiducia in lui. E se noi crediamo, ecco la possibilità di uno sguardo altro sulla passione: è lo sguardo del vangelo “altro”, il quarto vangelo, detto secondo Giovanni. Anche in questo vangelo è narrata la passione, dunque la croce, ma con un altro sguardo, uno sguardo che deve essere dato dall’alto, come nella pittura gaudenziana della crocifissione. Se con lo sguardo dal basso vi leggiamo solo dolore e pianto, con lo sguardo dall’alto vi leggiamo invece la gloria: un cielo popolato da angeli, che in una liturgia celeste fanno eucaristia-ringraziamento del corpo e del sangue di Cristo, sangue versato e corpo di un Gesù che sulla croce regna, con un volto che racconta la pace di chi ha detto al Padre nella morte: “È compiuto” (tetélestai: Gv 19,30), “sì, ho compiuto tutta la mia missione, ho vissuto l’amore all’estremo, eis télos”. È in quella pace del Regno anche il ladrone che sa di essere con Gesù nel paradiso (cf. Lc 23,43); sa che morendo trova Gesù che lo attende con le braccia aperte.
Oserei dire che in questo dipinto si sono intrecciate la lettura della passione secondo i vangeli sinottici e quella del brano del quarto vangelo che abbiamo proclamato. In quest’ultimo quattro scene raccontano la crocifissione.

2. Le quattro scene di Gv 19,17-30

 

1. Prima scena: Gv 19,17-22

“Gesù, portando la croce, si avviò verso il luogo del cranio, in ebraico Golgota” (Gv 19,17). Notate subito la solennità con cui Giovanni descrive il cammino della croce. Gesù porta la croce, lui solo, senza l’aiuto di nessuno, nella prospettiva del quarto vangelo. Porta la croce e quasi apre una processione regale verso la collina del Golgota, dove, secondo la tradizione giudaica del tempo, era stato sepolto Adamo, il rappresentante di tutta l’umanità, e c’era il suo cranio. Dov’è morto il primo Adamo, muore il nuovo Adamo, e proprio qui è crocifisso tra altri due, “uno da una parte e uno dall’altra, e Gesù in mezzo” (méson: Gv 19,18). Gesù è in una posizione centrale, come nel dipinto, è nella posizione eminente, la stessa che avrà il Risorto quando verrà in mezzo ai suoi: “Venne Gesù, stette in mezzo (méson) e disse loro: ‘Pace a voi!’” (Gv 20,19).
Mentre egli è in quella posizione di Kýrios, c’è un’iscrizione, o meglio un titolo che Pilato fa mettere sulla croce: “Gesù il nazareno, il re dei giudei” (Gv 19,19). Questa iscrizione non è “la causa” (aitía: Mc 15,26; Mt 27,37) della sua condanna, ma è títlos, titolo cristologico, proclamazione di una verità: Gesù è il re dei giudei, dunque è il Messia davidico, è il Signore del popolo di Dio. E proprio perché questa scritta è un titolo, appare in ebraico, in greco e in latino, le tre lingue dell’oikouméne che proclamano ora, sulla croce, l’identità di Gesù. I capi dei sacerdoti contestano questa scritta e chiedono a Pilato di riscriverla in termini che disprezzino Gesù: “Non scrivere: ‘Il re dei Giudei’, ma: ‘Costui ha detto: Io sono il re dei Giudei’” (Gv 19,21). Ma Pilato, quasi impossibilitato a mutarla, risponde: “Quel che ho scritto, ho scritto” (Gv 19,22).
Ecco la prima scena in cui noi vediamo che la croce può essere letta dalla fede del discepolo come trono regale, locus gloriae, luogo della gloria di Gesù. Davvero qui Gesù è uno che “regna dal legno” (Sal 95 [96],10 LXX), dalla croce. Regna “ritto”, mentre “ogni lingua – ebraico, greco e latino – confessa che Gesù Cristo è Signore, Kýrios, a gloria di Dio Padre” (Fil 2,11).

 

1. Seconda scena: Gv 19,23-24

Ai piedi della croce ci sono i soldati che di solito, in ogni esecuzione, si prendevano le spoglie, gli abiti del condannato. Fanno così anche per Gesù, con un gesto obiettivamente di offesa e di disprezzo (cf. Gv 19,23). Dividono le vesti in quattro parti, tante quanti sono i punti cardinali della terra abitata, dell’oikouméne, mentre la tunica di Gesù è “senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo dall’alto in basso” (ibid.). Vorrebbero strappare anche questa, ma alla fine, come colpiti da quell’eloquente unità, la tirano a sorte. Si avvera così la profezia del salmo 22: “Si sono divisi tra loro le mie vesti e sulla mia tunica hanno gettato la sorte” (Sal 22,19).
Ma la tunica senza cuciture è quella del sommo sacerdote di Gerusalemme… In tal modo Giovanni ci rivela che la tunica di Gesù era sacerdotale, segno dell’unità del popolo di Dio. I soldati non riuscirono a strapparla, ma da questo particolare capitale nasce un’amara domanda: questa tunica, che è la chiesa, l’abbiamo strappata noi? Abbiamo diviso la chiesa? Ahimè, sì, non abbiamo saputo mantenere l’unità, secondo la volontà di Gesù espressa così fortemente nel quarto vangelo (“ut unum sint”: cf. Gv 17,20-23), anzi addirittura indicata come il télos, il fine della passione: “radunare in unità i figli di Dio dispersi” (Gv 11,52).
Oppure, nonostante tutte le nostre infedeltà, in verità l’unità della chiesa, unità profonda, unità tra tutti i cristiani battezzati e nutriti dall’Eucaristia, è rimasta ancora oggi intatta?

 

1. Terza scena: Gv 19,25-27

Presso la croce di Gesù sta sua madre, con altre donne e con l’anonimo discepolo amato da Gesù (cf. Gv 19,25). I Dodici erano fuggiti tutti, Pietro aveva tentato di seguire Gesù nella passione ma poi l’aveva addirittura rinnegato, aveva confessato di riconoscere se stesso ma non Gesù (cf. Gv 18,15-27). Ma Gesù ora è in croce come re, regna come Kýrios. Da lì “vede la madre” (cf. Gv 19,26). L’aveva vista a Cana, all’inizio del suo ministero (cf. Gv 2,1-12), e la ritrova qui, alla fine, alla croce: “stabat Mater dolorosa iuxta crucem lacrimosa, dum pendebat Filius”. Sta, in una postura che la rende significativa, rappresentativa, figura simbolica della chiesa. Gesù la vede nella sua qualità di figlia di Sion, di madre del Messia, e accanto a lei il discepolo amato, anonimo, perché ogni cristiano, ognuno di noi possa identificarsi con lui.
In quell’ora, sulla croce, Gesù istituisce la chiesa che sarà sempre l’insieme dei discepoli da lui amati, uniti alla madre dei credenti, in modo che ciascuno di noi nella chiesa si senta amato, senta nella chiesa una madre, e la chiesa a sua volta ami i discepoli di Gesù come figli e figlie, e mai si comporti da matrigna! “Donna, ecco tuo figlio” (Gv 19,26), sono le parole che Cristo dice sempre alla chiesa, chiedendole di annoverare in sé ogni discepolo che lui chiama. “Poi disse al discepolo: ‘Ecco tua madre’” (Gv 19,27), ovvero, “tu, discepolo, accetta la chiesa, la comunità cristiana, come una madre”. Sì, questa è un’ecclesiologia “altra”, una visione diversa della chiesa nell’esistenza cristiana. “E da quell’ora il discepolo la prese tra le sue proprie cose (eis tà ídia)” (ibid.).

 

1. Quarta scena: Gv 19,28-30

Dopo i fatti descritti nella scena precedente, Gesù sa (eidòs) che tutto ciò che egli doveva compiere nella sua missione ormai è compiuto. Ma la sua volontà di compiere la volontà di Dio gli richiede di dichiarare, anche nella morte, la propria sete. Nel salmo 42, infatti, l’orante dice di avere sete del Dio vivente (cf. Sal 42,3). E così anche Gesù, morente, grida: “Ho sete” (Gv 19,28), “ho sete di Dio, ho desiderio di vedere il suo volto, ho fame e sete del suo Regno”. È la sete che dovremmo avere anche noi nell’ora della mostra morte, quando, come tutti i morenti, avremo sete di acqua; ma, come Gesù, dovremmo avere sete anche di Dio. “Quando vedrò il tuo volto? (cf. Sal 42,3). Tu che mi sei sempre stato vicino nella mia vita, mi sarai accanto quando dovrò passare attraverso la morte? Ti ritroverò a braccia aperte al di là della morte? Anche se fossi un delinquente, come chi è morto accanto a Gesù e ha ricevuto la sua promessa: ‘Oggi con me sarai nel paradiso’ (Lc 23,43)”…
Gesù ha sete di Dio, del Regno, della vita eterna, della comunione con tutti i suoi fratelli e le sue sorelle, gli uomini e le donne. Ma quelli che sono presso la croce non lo capiscono e gli danno da bere dell’aceto (cf. Gv 19,29). Così Gesù grida: “È compiuto” (tetélestai: Gv 19,30). Si è compiuta la volontà di Dio, Gesù ha compiuto la propria missione, cioè ha vissuto l’amore fino all’estremo, fino a lavare i piedi (cf. Gv 13,1-15), fino a dare la propria vita (cf. Gv 15,13). Lo ripeto: il racconto della passione nel quarto vangelo è il racconto della gloria dell’amore, della gloria di chi ha amato fino alla fine. Ed è proprio per aver vissuto in pienezza l’amore che Gesù muore come un vivente: non spira (cf. Mc 15,37 e par.), ma “consegna lo Spirito” (Gv 19,30), diffonde lo Spirito santo su tutti gli uomini e su tutta la creazione.

 

Conclusione
La croce è certamente uno strumento di esecuzione, è dolore e sofferenza. Ma si faccia attenzione: il quarto vangelo ci dice che non è la croce che ha dato gloria a Gesù, bensì è Gesù che ha mutato uno strumento di morte in luogo di gloria, gloria dell’amore vissuto fino al dono della propria vita. “La croce non deve prevalere sul crocifisso, … perché non è la croce a fare grande Gesù Cristo, è Gesù Cristo che riscatta persino la croce” (Giuseppe Colombo).
Cari fratelli e sorelle, ogni anno leggiamo e contempliamo la passione di Gesù e giungiamo anche a venerare la croce, ma tutto questo è predisposto affinché comprendiamo la croce come luogo in cui Gesù ha raccontato (exeghésato: Gv 1,18) “Dio che è amore” (1Gv 4,8.16), dunque ha raccontato l’amore, l’amore che vince la morte, l’amore che genera resurrezione e vita eterna.
Eccoci giunti alla fine della nostra contemplazione: che cosa ci è stato dato di comprendere, nonostante il nostro cuore a volte “calloso”, indurito, malato di sclerokardía (Mc 10,5; 16,14; Mt 19,8)? Che la croce per noi cristiani narra, testimonia un amore vissuto fino all’estremo, fino al dono di sé, fino allo spendere totalmente la vita per gli altri. Gesù per questo è il crocifisso, e ciò che dobbiamo sempre credere e confessare guardando a lui è il suo amore che ha vinto la morte, dunque la sua resurrezione. Non dobbiamo mai separare la croce dalla resurrezione perché proprio sulla croce
     la vita ha vinto la morte,
     l’amore ha vinto la morte,
     la riconciliazione ha vinto ogni separazione,
     la comunione ha vinto ogni situazione infernale.

 

Enzo Bianchi
Priore di Bose

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