Il Blog di Enzo Bianchi

Il Blog di Enzo Bianchi 

​Fondatore della comunità di Bose

Il cristiano nella Lettera ai Filippesi

14/03/2009 00:00

ENZO BIANCHI

Lectio Divina,

Il cristiano nella Lettera ai Filippesi

Se a proposito di Gesù Cristo la Lettera ai Filippesi offre alla nostra meditazione un testo preciso, l’inno che abbiamo commentato, non altrettanto avviene...

Cattedrale di Lione, 14 marzo 2009


Ritiro Diocesano 


con il cardinale PHILIPPE BARBARIN


Siamo capaci di vivere giorno dopo giorno un intensa relazione con il Signore?

 

«afferrato» da Cristo e chiamato a conoscerlo

 

ENZO BIANCHI
Priore di Bose

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Se a proposito di Gesù Cristo la Lettera ai Filippesi offre alla nostra meditazione un testo preciso, l’inno che abbiamo commentato, non altrettanto avviene per la figura del cristiano. Lungo l’epistola sono tuttavia disseminate indicazioni preziose a questo riguardo, che ci consentono di compiere un itinerario di comprensione sulle caratteristiche essenziali del cristiano secondo l’Apostolo.

 

a) Il cristiano è un «santo in Cristo Gesù»

 

Per Paolo innanzitutto il cristiano è uno dei «santi (collocati) in Cristo Gesù» (Fil 1,1 e 4,21; si vedano anche le altre intestazioni delle lettere paoline: cf. Rm 1,7; 1Cor 1,2, ecc.). Dire che il cristiano è santo significa dire che egli è il frutto di un’azione di Dio, il tre volte Santo (cf. Is 6,3) che lo chiama alla comunione con lui: chi rende santo l’uomo è solo il Signore, nessuno può rendere santo né se stesso né gli altri. Ripeto, il cristiano è separato, distinto dagli altri uomini, per un’azione gratuita di Dio alla quale egli è semplicemente chiamato a rispondere: la santificazione non è il frutto di una decisione dell’uomo né delle sue opere buone, delle sue virtù morali! Questo annuncio ci può scandalizzare, ma è parte integrante della buona notizia consegnataci dalle Scritture: noi dobbiamo lasciare a Dio l’iniziativa, l’azione e il compimento della santità.
In più, specifica Paolo, il cristiano è santo in quanto «(collocato) in Cristo Gesù», lui che è «il Santo di Dio» (Mc 1,24; Gv 6,69), il fondamento della santità, per una crescita verso la pienezza e la santificazione; ma in radice l’uomo posto in Cristo Gesù è già santo, nel senso che vive un legame originale e radicale con il suo Signore, e ciò lo rende una creatura nuova (cf. 2Cor 5,17).

 

b) Il cristiano è un «afferrato da Cristo»

 

Il cristiano, chiamato da Cristo nella fede, risponde a colui che lo ha preceduto e chiamato con forza, che lo ha «afferrato»(Fil 3,12). Questa forma verbale che Paolo usa per parlare di sé – katelémphthen, congiuntivo aoristo passivo da katalambáno – è estremamente forte: non è un generico «essere conquistato» (traduzione CEI), ma indica appunto l’essere preso, afferrato. L’esperienza dell’Apostolo è quella di chi fuggiva e a un certo punto si è dovuto arrendere al suo inseguitore; possiamo paragonarla a quella del profeta Geremia, quando afferma: «Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre» (Ger 20,7). 

 

Anche il cristiano, come Paolo, deve sentirsi un afferrato da Cristo, giungendo così a esprimere la propria condizione in un linguaggio che ha i tratti del linguaggio amoroso: Cristo ci seduce, ci vince, ci afferra, e noi siamo per così dire «costretti» ad arrenderci, a cedere al suo amore. È un’esperienza che molti sono consapevoli di aver fatto e, in ogni caso, un’esperienza che quando la fede si approfondisce diventa quasi evidente: un cristiano che ha vissuto l’assiduità con il Signore sa di avere un rapporto con lui in cui quasi non si sente più libero, ma carpito da lui. È un grande mistero: il Signore ha con noi questo atteggiamento, lo stesso avvertito da Giacobbe quando ha lottato con Dio nella notte e si è sentito vinto, ferito per sempre (cf. Gen 32,23-33); lo stesso sperimentato da Paolo quando si è sentito ferito da quel Gesù Cristo che aveva odiato con convinzione. La caduta sulla via di Damasco ha segnato un capovolgimento della sua vita e un sentirsi ormai preso da Cristo a tal punto da non poterne più fare a meno… Ibn ‘Arabi, un maestro spirituale musulmano vissuto a cavallo tra il xii e il xiii secolo, commentava così il rifiuto opposto dai cristiani a quanti volevano convertirli all’Islam: «Colui la cui malattia è Gesù non guarirà mai più». Sì, chi è veramente afferrato da Cristo non potrà mai più rinnegarlo, misconoscerlo, ma vivrà con lui un legame che niente e nessuno potrà mai spezzare…

 

Al cristiano dunque Paolo non chiede innanzitutto qualcosa da fare o da confessare, ma una consapevolezza da assumere: quella di essere un santo e un afferrato da Cristo. «Il cristianesimo», infatti, «non comincia dicendo agli uomini quello che devono fare, ma quello che Dio ha fatto per loro in Cristo Gesù» (Raniero Cantalamessa, Prima predica d’Avvento alla presenza di Benedetto xvi, 5 dicembre 2008).

 

c) «L’eminenza della conoscenza di Cristo Gesù, il mio Signore»

 

Il vero e proprio filo rosso della Lettera ai Filippesi è quello della conoscenza del Signore Gesù, un tema che ha una vasta eco anche nelle altre lettere paoline e, più in generale, nel Nuovo Testamento: santificato e afferrato da Cristo, il cristiano è chiamato a percorrere un cammino di conoscenza del Signore Gesù. Paolo è spinto a insistere su questo tema anche da ragioni autobiografiche, ragioni particolarmente eloquenti per noi che siamo nelle sue stesse condizioni: sebbene fosse contemporaneo di Gesù, infatti, anche Paolo come noi non lo ha mai conosciuto e incontrato storicamente. Egli ha iniziato a odiarlo e a perseguitare i suoi discepoli (cf. At 7,58-8,1; 9,1-2; 1Cor 15,9) quando ormai la diffusione delle prime comunità cristiane era ben avviata in Palestina e in Siria.

 

E quando Paolo scrive questa lettera ai cristiani di Filippi, che non hanno conosciuto Gesù se non attraverso la sua predicazione, sono ancora certamente vivi alcuni dei discepoli che hanno seguito Gesù nella storia e hanno vissuto con lui: Pietro, Giovanni, Giacomo il fratello del Signore… Va detto con chiarezza: Paolo è stato un un missionario che, a differenza degli altri, non ha mai incontrato Gesù sulla terra, non ha «mangiato e bevuto con lui», come dirà Pietro (cf. At 10,41), non lo ha «ascoltato, visto, contemplato e palpato», come dirà il discepolo amato (cf. 1Gv 1,1). Paolo non è stato suo «testimone» diretto (cf. Lc 24,48; At 1,8.22), è venuto dopo e ha dovuto credere in Gesù facendo innanzitutto fede all’annuncio di coloro che erano stati testimoni oculari. Egli è divenuto cristiano come noi, sulla base di una tradizione ricevuta, credendo in Cristo senza averlo visto. Dopo la sua conversione è stato per un certo tempo a Damasco (cf. At 9,19), poi nel deserto di Arabia (cf. Gal 1,17), probabilmente presso una comunità di cristiani provenienti dall’essenismo: egli ha dedicato questo tempo non breve all’approfondimento della fede attraverso lo studio delle Scritture, verificando come Gesù Cristo fosse davvero colui che era stato annunciato dai profeti e aveva compiuto nella sua persona le Scritture stesse. 
Paolo è stato discepolo, ha avuto dei maestri, tra i quali gli Atti nominano esplicitamente solo Anania, colui che lo ha battezzato (cf. At 9,10-19). Per questo, una volta divenuto cristiano e fondatore di chiese, quando trasmetterà ai Corinzi i due punti capitali della fede cristiana parlerà di sé come di una persona che trasmette ciò che ha ricevuto da altri:

 

Ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: «Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me». Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice… (1Cor 11,23-25).

 

Vi ho trasmesso innanzitutto quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici … Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto. Io infatti sono l’infimo degli apostoli, e non sono degno neppure di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la chiesa di Dio (1Cor 15,3-5.8-9).

Anche Paolo dunque ha avuto bisogno di una lunga maturazione, di un periodo di formazione in cui ha conosciuto il Signore Gesù nella fede; questa infatti è la vera conoscenza del Signore mentre quella storica, fatta senza la fede, conta ben poco, come Paolo stesso scriverà: «Anche se abbiamo conosciuto Cristo secondo la carne, ora non lo conosciamo più così» (2Cor 5,16)…

 

Ma occorre chiedersi cosa sia precisamente questa conoscenza che nella Lettera ai Filippesi è presentata come il primo e fondamentale impegno dei cristiani (e come tale dovrebbe essere assunto, lo dico solo en passant, anche dall’attuale pastorale, che invece insiste in modo piuttosto sterile su altre priorità…). La conoscenza cui Paolo allude non è certamente quella intellettuale, fosse pure una conoscenza di formule teologiche vere, ma è un’esperienza amorosa di Dio, di Gesù Cristo, senza la quale non c’è vera relazione con lui; è quella «sovraconoscenza» (epígnosis: Fil 1,9) che penetra nel mistero dell’altro con tutto il proprio essere: solo chi conosce in questo modo ama in pienezza, e solo chi ama conosce veramente! Secondo le Scritture infatti la vera conoscenza è esperienziale, penetrativa, intima, comunionale; un dato linguistico può aiutare meglio di ogni altro a comprendere questa realtà: il verbo ebraico che esprime l’idea del conoscere, jada‘, è lo stesso che indica l’atto sessuale (cf. Gen 4,1.17.25, ecc.). Inoltre, la reciproca immanenza tra conoscenza e amore è riassunta in modo mirabile da un oracolo del Signore testimoniato da Osea, che sintetizza numerosi avvertimenti dei profeti biblici: «Voglio l’amore e non il sacrificio, la conoscenza di Dio più degli olocausti» (Os 6,6). 

 

Qui si impone una precisazione delicata ma a mio avviso estremamente urgente: occorre fare attenzione a non proclamare con troppa facilità che si ama il Signore e si desidera conoscerlo, perché spesso questa rivendicazione nasconde il rischio di ridurlo a un idolo tanto più amato quanto più prodotto dalle nostre mani. Mi riferisco al fatto che oggi è di moda tra i cristiani affermare che «Gesù Cristo è un evento», che «il cristianesimo è un incontro con lui», come se questi slogan fossero di per sé indizio di una fede salda. No, questo è un messaggio troppo breve: la fede nel Signore Gesù è sempre una fede «secundum Scripturas» (1Cor 15,3-4), come proclamiamo nel «Credo». Senza la mediazione delle Scritture il rischio è quello di non ricevere Gesù Cristo dalla tradizione apostolica ma di crearlo a nostra immagine e somiglianza, dunque di farne un idolo seducente. L’autentica conoscenza del Signore nasce da un ascolto assiduo della Parola contenuta nelle Scritture, il Libro che attesta tutte le cose scritte su di lui (cf. Lc 24,44), e si nutre giorno dopo giorno dell’approfondimento delle Scritture: questo è il cammino che può condurre il cristiano ad «avere in sé lo stesso sentire che fu in Cristo Gesù» (cf. Fil 2,5). 

 

È in questo senso che Paolo parla dell’«eminenza della conoscenza di Cristo Gesù», chiamandolo – caso unico in tutto il suo epistolario – «il mio Signore» (Fil 3,8). L’audace uso di questo aggettivo possessivo indica che non si sta parlando della conoscenza di un momento, ma di una relazione di confidenza personalissima che altrove porterà Paolo a scrivere: «Cristo mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2,20). Ecco allora come, in una sorta di crescendo, l’Apostolo descrive il fine della vita cristiana: «conoscere lui», Cristo, e poi, in una costruzione a chiasmo:

 

la potenza della resurrezione
e la comunione alle sofferenze,
per cui, assumendo la forma della sua morte,
io possa giungere alla resurrezione dai morti (Fil 3,10-11).

 

Questo l’itinerario della conoscenza: al primo posto, contro la logica della sequenzialità temporale, bisogna conoscere la potenza (dýnamis) della resurrezione di Cristo, bisogna sapere che in essa vi sono energie operanti in noi, attraverso le quali anche l’impossibile può diventare possibile, energie che vincono le potenze di morte attive in noi. C’è un’esperienza nella fede che è reale, alla portata di ogni cristiano: di fronte a certi abissi presenti in noi, sui quali non possiamo nulla, c’è una forza che viene dalla resurrezione di Cristo la quale produce nell’uomo ciò che l’uomo con le sue sole forze non può produrre, guarisce ciò che egli non sa guarire… Senza queste energie sarebbe possibile vincere certi vizi e peccati? Sarebbe possibile vivere una vita di amore fedele, vivere una solitudine feconda per il Regno? È grazie a questa dýnamische Paolo nella Seconda lettera ai Corinzi potrà esclamare: «Siamo tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo» (2Cor 4,8-10). È una sorta di Magnificat che, insieme a lui, ogni cristiano può intonare quando, guardando indietro, constata quante volte pur caduto si è rialzato, quasi schiacciato non è venuto meno, ma ha conosciuto una forza sorprendente che gli ha fatto riprendere il cammino anche quando pensava di essere ormai allo stremo delle forze… 

 

Chi sperimenta questa potenza, desidera anche la comunione (koinonía) alle sofferenze di Cristo. Ciò – sia chiaro – non significa desiderare di soffrire la flagellazione o la crocifissione. No, il discorso è ben più profondo: significa desiderare una tale conformità al Signore che ci ama e che noi amiamo, da voler essere con lui anche nelle sue sofferenze. È in quest’ottica che Paolo potrà rileggere la sua fatica di missionario e di fondatore di comunità cristiane: «Porto sempre e dovunque nel mio corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel mio corpo» (cf. 2Cor 4,10); e addirittura alle comunità ribelli dei cristiani della Galazia scriverà indispettito: «D’ora innanzi nessuno mi procuri fastidi: difatti io porto nel mio corpo le stigmate di Gesù» (Gal 6,17), i segni di conformità a lui. Nessun dolorismo dunque, ma una conoscenza in senso profondo, una conoscenza che implica il desiderio di essere totalmente coinvolti con la vita di Cristo, anche al prezzo della sofferenza e della morte. Quella conoscenza che nella nostra lettera porta Paolo a confessare che «vivere è Cristo» (Fil 1,21), e altrove: «Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me» (Gal 2,20). 

 

E mi piace chiudere questa sezione citando ancora una volta le parole di Charles de Foucauld, in quella sua famosa preghiera che esprime bene il desiderio di conformità al Signore:

 

Padre mio,
io mi abbandono a te
fa’ di me ciò che ti piace.
Qualunque cosa tu faccia di me,
ti ringrazio …
Ed è per me un bisogno d’amore 
il donarmi, il rimettermi nelle tue mani
senza misura, con un’infinita fiducia
poiché tu sei mio Padre
(Meditazioni sul Vangelo, 1897-1898? in Ch. De Foucauld, Lo Spirito di Gesù. Meditazioni (1898-1915), Città Nuova, Roma 1978, p. 79).

 

d) «Dimentico di ciò che mi sta dietro e proteso a ciò che mi sta davanti»

 

Subito dopo il passo appena commentato, e a complemento di esso, Paolo rivolge ai cristiani un avvertimento al quale siamo poco abituati: 

Non che io abbia ottenuto lo scopo o sia giunto alla pienezza, ma corro per cercare di afferrarlo, perché anch’io sono stato afferrato da Cristo Gesù. Fratelli, non penso di averlo afferrato, una cosa però è certa: dimentico di ciò che mi sta dietro e proteso a ciò che mi sta davanti, corro verso la meta, verso il premio della vocazione che viene dall’alto, da Dio in Cristo Gesù (Fil 3,12-14).

 

Ecco un tema proprio dell’autentica e genuina spiritualità cristiana: sotto il segno del desiderio di conoscenza amorosa del Signore Gesù Cristo, il cristiano smette di guardare indietro. È una legge semplice eppure spesso dimenticata: nella vita spirituale chi guarda indietro non va avanti. Più precisamente, si possono individuare tre modi sbagliati di guardare indietro: 

 

1. Rimuginare i propri peccati: questo comportamento è una sorta di virus che si insinua nel cuore del credente, causando una vera e propria situazione di paralisi e impedendo una vita veramente cristiana. No, Dio non solo perdona i peccati, ma li cancella, li dimentica: «Io, io cancello le tue colpe, non ricordo più i tuoi peccati» (Is 43,25), il suo cuore è più grande della nostra coscienza (cf. 1Gv 3,20).

2. Misurarci costantemente, in una forma di bilancio che ci porta a dire: «Oggi sono meglio o peggio di ieri». È un’attenzione narcisistica a sé che non è apprezzata dal Signore; e prima o poi ci porta a fare gli stessi bilanci in rapporto agli altri…

Nutrire nostalgie di condizioni che appartengono al nostro passato e negare ciò che è successo e ormai fa parte integrante della nostra storia.

 

Ebbene, Paolo afferma con risolutezza di voler dimenticare il proprio passato. Senza voler fare processi psicologici a suo carico, va riconosciuto che tante volte egli ha espresso un giudizio sui suoi trascorsi, affermando di essere «un aborto» (1Cor 15,8), di essere «l’infimo degli apostoli, neppure degno di essere chiamato apostolo, perché ha perseguitato la chiesa di Dio» (cf. 1Cor 15,9): ma in vecchiaia comprende che, se avesse continuato a dare al suo passato di nemico di Gesù un peso troppo grande, ne sarebbe stato paralizzato… Questa sua corsa, questo suo essere un credente sempre proteso in avanti è di grande insegnamento per tutti noi: noi cristiani dobbiamo guardare più a Cristo che a noi stessi, è contemplando lui che «a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore» (2Cor 3,18). Anche questo, sebbene si tenda a rimuoverlo, fa parte della sovraconoscenza di Cristo che Paolo domanda al cristiano.

 

e) «Rendiamo culto nello Spirito di Dio»

 

Se facciamo un breve passo indietro, all’inizio del capitolo 3 della nostra lettera troviamo tre definizioni significative del cristiano: «Noi che rendiamo culto nello Spirito di Dio e ci vantiamo in Cristo Gesù, senza fare affidamento sulla carne» (Fil 3,3). 
«Rendiamo culto nello Spirito di Dio»: il cristiano ha un nuovo modo di rendere culto a Dio, il suo culto non è più quello dell’ebreo. Su questo Gesù ha portato una «rottura», una profonda discontinuità, come egli stesso aveva detto alla donna samaritana: «Credimi, donna, è giunta l’ora in cui né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre … È giunta l’ora, ed è questa, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in Spirito e Verità» (Gv 4,21.23), cioè nello Spirito santo e nella Verità che è Gesù Cristo. E se Gesù ha espresso questa consapevolezza in modo sintetico, Paolo dissemina nei suoi scritti affermazioni che vanno nello stesso senso: «Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito santo che è in voi e che avete da Dio?» (1Cor 6,19); «Esaminate voi stessi se siete nella fede, mettetevi alla prova. Non riconoscete forse che Gesù Cristo abita in voi?» (2Cor 13,5). Fino alla parola decisiva contenuta nella Lettera ai Romani: «Vi esorto, fratelli, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto secondo la Parola (loghikè latreía)» (Rm 12,1), Parola che è Gesù Cristo. In estrema sintesi, l’offerta della propria vita è l’unico culto realmente gradito a Dio: ormai ogni cristiano è il tempio di Dio, ed è nel suo corpo, nella sua vita che deve compiere l’autentico sacrificio a Dio.
«Ci vantiamo in Cristo Gesù». Anche questa è una discontinuità con l’ebraismo: Cristo esclude ogni nostro vanto di fronte a Dio, perché l’unico vanto possibile si trova in lui, al punto che possiamo addirittura vantarci della sua croce (cf. Gal 6,14), un patibolo infame ed esecrabile. Davvero, se guardiamo con realismo a noi stessi, non abbiamo alcun titolo per essere orgogliosi, tutto ciò che può essere nostro vanto viene solo ed esclusivamente dal Signore. «Senza confidare nella carne»: è la riproposizione in termini negativi di quanto appena detto; qui la sárx non è solo la fragilità mortale, ma designa anche l’arroganza di chi confida in sé, nelle proprie forze e virtù; è la realtà nella quale confida l’uomo religioso, colui che è sempre fedele alla Legge e si gloria delle proprie opere giuste. Per esprimere quanto sia profondamente convinto di questo annuncio inaudito, Paolo fa una straordinaria anamnesi della propria vita. Egli in effetti potrebbe confidare nella carne: «Se qualcun altro ritiene di poter confidare nella carne, io ancora di più:
circonciso a otto giorni,
della stirpe di Israele,
della tribù di Beniamino,
ebreo da ebrei,
riguardo alla legge, fariseo,
riguardo allo zelo, persecutore della chiesa,
riguardo alla giustizia derivante dalla Legge, irreprensibile» (Fil 3,4-6).

È un elenco in crescendo, che si chiude con l’impressionante coscienza che Paolo ha di non aver mai trasgredito la Legge. Eppure continua: «Ma ciò che era per me un guadagno l’ho stimato una perdita a causa di Cristo. Anzi, tutto io reputo una perdita di fronte all’eminenza della conoscenza di Cristo Gesù, il mio Signore, a motivo del quale ho lasciato perdere tutte queste cose ritenendole spazzatura, al fine di guadagnare Cristo e di essere trovato in lui non avendo una mia giustizia proveniente dalla Legge, ma la giustizia che deriva dalla fede di Cristo, quella proveniente da Dio e basata sulla fede» (Fil 3,7-9).

 

Quando Paolo ha compreso che l’alternativa era quella tra l’accedere alla conoscenza di Cristo e il continuare a vantarsi di queste realtà religiose pur sacrosante, ecco che ha ritenuto queste ultime una perdita, un danno… Con la sua forza lapidaria Lutero commenta questi versetti così: «Chi crede in Cristo si svuota di se stesso», affermazione che significativamente parafrasa quanto l’inno del capitolo 2 diceva a proposito di Cristo. Sì, come Cristo si è svuotato dei privilegi divini, così il vero cristiano si svuota dei meriti e delle virtù ma guarda solo a Cristo: meglio di tutti i meriti dell’uomo religioso, infatti, è la sovraconoscenza di Cristo.

 

f) «La nostra patria è nei cieli»

 

Questa relazione con il Signore perseguíta con grande impegno i cristiani devono viverla sulla terra, nella storia, insieme agli altri uomini: nello stesso tempo però la loro vita nella compagnia degli uomini, una vita che è dono e responsabilità, è segnata dall’orizzonte ultimo della parusia, del giorno del Signore, dalla consapevolezza che «la nostra patria (tò políteuma) è nei cieli» (Fil 3,20). I cristiani sono cittadini di questo mondo, ma esiste per loro una cittadinanza più decisiva: la loro appartenenza alla comunità dei credenti, dei santi, di coloro che sono già salvati nei cieli. È questa la maniera paolina per dire che i cristiani sono nel mondo, ma non del mondo (cf. Gv 17,11-16), che non possono avere alcuna patria che non sia il regno di Dio. Per questo essi «dai cieli attendono come salvatore il Signore Gesù Cristo» (cf. Fil 3,20) e, di conseguenza anche il loro stile di vita è nei cieli: sulla terra essi vivono una condizione di «pellegrinaggio»(1Pt 1,1.17: paroikía), restano sempre «stranieri e pellegrini» (1Pt 2,11).
Non si tratta di un invito all’evasione dalla storia, al disimpegno nei confronti degli uomini e della polis: i cristiani vivono nella compagnia degli uomini, accanto a loro, solidali con loro, ma rompono con la mondanità, non si conformano all’ideologia dominante, non si sottomettono agli idoli di questo mondo. La migliore illustrazione di questo stile di vita, di questo vivere fedeli alla terra e, insieme, da cittadini del cielo, ci è consegnata da uno famoso brano dell’A Diogneto. Questo testo delle origini descrive i cristiani con grande pace e positività, senza presentarli arroccati su posizioni difensive verso il mondo né parlandone con accenti apologetici tesi a individuare qualche nemico esterno:

 

I cristiani non si distinguono dagli altri uomini né per territorio, né per lingua, né per abiti. Non abitano neppure città proprie, né usano una lingua particolare … mostrando però le leggi straordinarie e paradossali della loro vita sociale … Risiedono nella loro patria ma come stranieri domiciliati (pároikoi); a tutto partecipano come cittadini e a tutto sottostanno come stranieri (xénoi); ogni terra straniera è patria per loro e ogni patria è terra straniera. Si sposano come tutti e generano figli, ma non espongono i nati. Mettono in comune la mensa, ma non il letto (A Diogneto v,1-2.4-7).

 

Sì, i cristiani sono cittadini leali, capaci di nutrire e di ricevere simpatia nel loro stare nella società, ma sono anche capaci di mostrare una differenza, la differenza cristiana appunto.

 

g) «Gioite nel Signore sempre; ripeto, gioite»

 

Un ultimo tratto caratteristico del cristiano secondo la Lettera ai Filippesi è quello della gioia, tema particolarmente frequente nel nostro testo; per la precisione, la terminologia della gioia – comprendente il sostantivo «gioia», chará, il verbo «gioire», chaírein, e il suo composto «gioire insieme», synchaírein – ricorre ben sedici volte. E questo mentre Paolo, non lo si dimentichi, è in catene. In tre passi la gioia è addirittura coniugata all’imperativo:

 

«Anche voi gioite e gioitene con me» (Fil 2,18).

 

«Fratelli miei, gioite nel Signore» (Fil 3,1).

 

«Gioite nel Signore sempre; ripeto, gioite» (Fil 4,4).

 

Non si tratta dunque di un semplice augurio o di una esortazione, ma di un ordine, di un comando apostolico. Sì, la gioia non è solo dono del Signore, è ma anche uno stato da ricercare, da conseguire con sforzo e impegno! Ma cerchiamo di definire con maggior precisione la gioia cristiana.
- È gioia «nel Signore» (en Kyrío: Fil 3,1; 4,4.10). La gioia non è solo «a causa» del Signore risorto, ma anche «nel» Signore risorto: essa nasce dall’unione con il Signore, dall’essere «in Cristo», poiché è una gioia del Signore innanzitutto, del Dio che si rallegra e comunica la sua gioia ai suoi amati. In questo senso la gioia è un dono, il dono messianico per eccellenza, è un frutto dello Spirito santo (cf. Gal 5,22), e quindi le prove non possono distruggerla (cf. Rm 12,12; 2Cor 7,4; 8,1-2), niente e nessuno può rapircela (cf. Gv 16,23). È dono dall’alto, non è la gioia di cui gode il mondo (cf. Gv 16,20): come la pace, solo Dio può darla.
- La gioia deve essere continua: ecco perché al comando di gioire e rallegrarsi si accompagnano gli avverbi «sempre, incessantemente» (cf. Fil 1,3-4; 4,4; 2Cor 6,10; 1Ts 5,16). Il dono diviene paradossalmente un impegno, e un impegno costante. Quindi la gioia, come la pace, va ricercata con tutte le proprie forze (cf. Rm 14,19; 2Tm 2,22); ciò implica lo sforzo della lotta contro la tentazione della tristezza, quel subdolo «verme del cuore» (Evagrio, Gli otto spiriti della malvagità 11) che, se non combattuto, finisce lentamente per invaderci e prendere possesso della nostra esistenza, spegnendo poco per volta in noi la voglia di vivere.
- La gioia è escatologica, ossia è motivata dal fatto che «il Signore è vicino» (Fil 4,5): il pensiero della parusia del Signore è motivo per rallegrarsi. Al contrario, il cristiano che non si esercita alla gioia mostra che in profondità egli non spera nel giorno del Signore, quel giorno riguardo al quale Gesù ha annunciato ai suoi discepoli: «In verità, in verità vi dico: voi piangerete e vi rattristerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete afflitti, ma la vostra afflizione si cambierà in gioia … Ora, siete nella tristezza; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno vi potrà togliere la vostra gioia» (Gv 16,20.22-23).

 

Conclusione

 

Credo che non occorra aggiungere parole mie all’appassionato ritratto di Gesù Cristo e del cristiano fornito da Paolo nella Lettera ai Filippesi. Mi limito dunque a citare quella che a mio avviso è la vera e propria «perla» della comunicazione della fede e nella fede fatta dall’Apostolo: «Tutto io reputo una perdita di fronte all’eminenza della conoscenza di Cristo Gesù, il mio Signore» (Fil 3,8). Siamo ancora capaci noi cristiani di affermare questo? Ovvero, siamo capaci di vivere giorno dopo giorno questa intensa relazione con il Signore? Non dimentichiamolo: su questo, non su altro, si gioca essenzialmente la nostra identità di cristiani, di «servi di Cristo Gesù» (Fil 1,1).

 

ENZO BIANCHI
Priore di Bose 

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