Il Blog di Enzo Bianchi

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​Fondatore della comunità di Bose

Ortodossi contro ortodossi divisi dal nazionalismo

02/06/2022 01:00

Andrea Riccardi

Testi di Amici 2022,

Ortodossi contro ortodossi divisi dal nazionalismo

di Andrea Riccardi

di Andrea Riccardi

Nel febbraio 2009 c’era un clima di festa sotto le volte della grandiosa cattedrale del Salvatore a Mosca. Veniva intronizzato il patriarca Kirill, presenti Medvedev, allora presidente della Federazione russa, e Putin primo ministro (prima di riassumere la carica presidenziale) nonché il presidente bielorusso e la leader della casata Romanov. Allora il primo patriarca, eletto dopo la fine del comunismo, affermò che, sulle sue spalle, cadeva il compito di unire i popoli ortodossi, un tempo parte dell’impero e poi dell’Urss, ma ora divisi tra vari Stati. Il patriarca si candidava come riferimento del mondo russo-ortodosso in una prospettiva sovranazionale in rapporto con il cattolicesimo e l’Europa. Sembrava una linea coerente di un discepolo — qual era Kirill — del metropolita Nikodim, amico di Roma e riformatore, morto nel 1978 in Vaticano durante un incontro con papa Luciani. Nel 2012 Kirill si era recato in Polonia per una clamorosa visita di riconciliazione tra polacchi e russi.

 

Già nel 2007, Putin aveva però enunciato la sua dottrina internazionale alla Munich Security Conference, accusando gli Usa di minacciare la Russia e di alimentare conflitti. Putin, che voleva riunificare il «mondo russo», nel 2008 invase la Georgia e nel 2014 annetté la Crimea. Il programma del patriarca è stato travolto dalla politica russa fino al distacco ufficiale della Chiesa ucraina da Mosca, dopo più di tre mesi di invasione russa dell’Ucraina, un trauma che ha reso il legame con il patriarcato moscovita non più accettabile. Il Concilio del 27 maggio ha condannato la guerra e chiesto ai russi di negoziare con Kiev, dissentendo dall’appoggio totale di Kirill a Putin. Inoltre ha proclamato «la piena autonomia e indipendenza» della Chiesa ortodossa ucraina da Mosca. Non uno scisma, ma la fine del legame speciale con Mosca. Nella liturgia, il metropolita Onufry, come un primate di una Chiesa autocefala, ha ricordato gli altri primati, tra cui quello di Mosca, ponendosi sullo stesso piano.

 

Per Mosca è una perdita grave: una Chiesa folta, molti preti e monaci, la porzione più grossa degli ortodossi ucraini. Gli altri appartengono alla Chiesa ortodossa autocefala ucraina, riconosciuta dal patriarcato di Costantinopoli nel 2018 e scomunicata da Mosca. Kirill, nel 2014, dopo l’invasione della Crimea, aveva cercato di avere una posizione «imparziale» nella questione, differenziata dal governo, e non aveva partecipato, al Cremlino, all’atto di annessione della penisola alla Russia. Ma, con l’invasione russa dell’Ucraina, il patriarca non ha accolto gli appelli del metropolita di Kiev Onufry, peraltro non un nazionalista estremo, rivolti a lui e a Putin. Anzi Kirill ha dato pieno appoggio alla politica russa, suscitando proteste nel cristianesimo occidentale. Lo ha fatto secondo il modello dei suoi predecessori durante la seconda guerra mondiale con Stalin o quella in Afghanistan. Eppure Kirill era, fino a ieri, anche patriarca dei suoi «figli spirituali» ucraini, contro cui la Russia combatte.

 

Al di là delle sue posizioni soggettive, nella Russia di Putin in guerra si sta sprofondando in un «modello sovietico», in cui sono previsti fino a quindici anni di carcere per chi critica l’«operazione militare» in corso. Quali gli spazi di autonomia del patriarcato, così legato da sempre al Cremlino, che — ad esempio — ha promosso la costruzione di chiese russe in tante parti del mondo? La Chiesa russa si «sovietizza» più di quanto sembri, ma molti vescovi tacciono, nonostante il clima nazionalista, favorito da un’abile e distorcente informazione di Stato. La reazione del patriarcato di Mosca alle decisioni di Kiev è stata però prudente, affermando che la comunione tra le due Chiese resta.

 

Ora, in Ucraina, si apre una nuova partita: il rapporto tra ortodossi (ex russi) e autocefali (i cui non sono riconosciuti, perché ordinati da vescovi scomunicati). C’è poi la questione del rapporto con la Chiesa greco-cattolica (con lo stesso rito, ma unita a Roma), meno del 10% della popolazione, di ispirazione patriottica. Forse la guerra potrà mettere in moto nuovi processi di unificazione nel quadro dell’identità ucraina. È certo che la guerra mostra, pur in epoca ecumenica (o postecumenica), come sia difficile per le Chiese resistere all’attrazione fatale delle passioni nazionali.

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