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di René Poujol e di Malo Tresca
Cattolici in sinodo: il difficile compito di imparare a prendere la parola
di René Poujol
Fine della fase di consultazione dei fedeli voluta da papa Francesco, bilancio modesto
Il 14 e 15 giugno, i vescovi francesi riuniti in Assemblea generale straordinaria faranno un bilancio della fase di consultazione dei fedeli voluta da papa Francesco come premessa al sinodo sulla sinodalità dell’autunno 2023. La sintesi dei contributi diocesani resa pubblica dalla Conferenza episcopale francese non sorprende per audacia. Solo guardando da vicino altri apporti (quelli di “Promesses d’Eglise” (50 movimenti e associazioni), ma anche della Conférence catholique des baptisé.e.s francophones (CCBF) e della Communauté Saint-Merry-hors-les-murs) ci si accorge dell’ampiezza delle aspettative e della diversità delle proposte. Solo che a Lione dove si tiene quella Assemblea generale… non tutti sono stati invitati a “camminare insieme”.
La sintesi delle diocesi alla prova delle reticenze…
In base alla sintesi (la synthèse) resa pubblica dalla Conferenza episcopale francese, 150 000 fedeli hanno partecipato alla fase di consultazione voluta da papa Francesco a monte del sinodo sulla sinodalità che troverà il suo compimento “canonico” nell’autunno 2023 dopo una fase di consolidamento degli apporti a livello di ogni continente, tappa altamente simbolica nella finalità pastorale – e strategica – di papa Francesco. Il documento reso pubblico dalla Cef, malgrado le sue qualità, resta modesto. Ci sono diverse ragioni per questo, che il testo stesso cita. «È stato necessario superare uno scetticismo ampiamente condiviso riguardo alla capacità della Chiesa a riformarsi realmente, a vivere la sinodalità in azioni e non solo a parole». E si intuisce in filigrana che i più impegnati a favore di cambiamenti nella Chiesa hanno forse scelto di esprimersi altrove piuttosto che nel quadro delle consultazioni diocesane. O di astenersi! «Questa consultazione, prosegue il testo, ha anche incontrato resistenze di diversa natura.
Innanzitutto la difficoltà ad ascoltare la voce dei più fragili, poi la difficoltà a raggiungere e a mobilitare i giovani e i giovani adulti; il timore, in certi cattolici, che questo processo serva ad imporre dei cambiamenti ad una Chiesa alla quale sono affezionati (la formulazione può sorprendere: come se si desse per scontato che l’attaccamento di questi fedeli alla Chiesa presuppone una forma di immobilismo come garanzia della sua autenticità). infine la difficoltà per molti preti, a riconoscere l’interesse di questo sinodo». Insomma, non c’è bisogno di ricorrere a qualche teoria complottista per comprendere che il nucleo trainante non si è realmente impegnato nel percorso voluto da un papa di cui diffida, indipendentemente dalle sue dichiarazioni di fedeltà filiale nei suoi confronti. Così è! Anche se i fedeli che hanno partecipato alla riflessione lo hanno fatto in piena fiducia e ne hanno generalmente tratto un sentimento di soddisfazione per essersi potuti esprimere liberamente «senza coprire i disaccordi sotto compromessi affrettati».
Si ritrovano in questo documento le constatazioni e le preconizzazioni comuni alla maggior parte dei sinodi diocesani. Il che non fa, certo, che rafforzarne la pertinenza e l’urgenza: consapevolezza di una marginalizzazione dei cattolici rispetto alla società che non sopporta più le “lezioni di morale” della Chiesa di cui non comprende più il linguaggio, desiderio di maggiore fraternità per superare le divisioni, bisogno di condividere la Parola di Dio in piccoli gruppi aperti a tutti, richiesta di omelie più vicine alla vita delle persone, rispetto della diversità delle sensibilità liturgiche, spazio migliore offerto ai più giovani, riflessione sui ministeri tenendo conto dei bisogni delle comunità, valorizzazione i carismi di ciascuno, giusto spazio per le donne negli organi decisionali, maggior attenzione alle sofferenze del mondo rurale e a coloro che continuano a sentirsi esclusi o emarginati nella Chiesa. Il che ci offre, tra le proposte, qualche “audacia” moderata come l’integrazione delle ragazze tra i chierichetti, la richiesta del diaconato femminile, l’accesso dei laici alla predicazione, l’elezione di organismi di contro-potere tra i fedeli nelle parrocchie e nelle diocesi…
Tutto questo, viene precisato, senza giudizio teologico preventivo e al solo scopo di aprire un discernimento ulteriore. Certi ambienti si sentiranno rassicurati!
“Promesses d’Eglise” e ammissione di disaccordi
Come accade spesso, i “movimenti” di Chiesa si permettono maggiore libertà dell’istituzione gerarchica. “Promesses d’Eglise”, che raggruppa una cinquantina di movimenti e associazioni di sensibilità molto diverse, ha risposto all’invito dei vescovi di redigere il proprio contributo. Il documento (Le document) che ha pubblicato il 14 maggio fa proprio l’obiettivo sinodale così come è formulato dal suo segretario il card. Grech e dalla sua vicesegretaria suor Nathalie Becquart: “Ci hanno spiegato, notano i redattori, che lo scopo del sinodo era impegnarsi in un percorso che dovrebbe non tanto produrre altri documenti, quanto ispirare le persone a sognare la Chiesa del terzo millennio. L’essenziale starebbe nell’esperienza comune da vivere”.
Per questo “è stata privilegiata la forma del consenso” nel loro lavoro, il che corrisponde di fatto allo spirito sinodale.
La sintesi si presenta in due parti: i sogni – visto che sono stati invitati a sognare – e le proposte.
Dei sogni scrivono: “Sono nati dalle arrabbiature di fronte alla crisi degli abusi, in particolare delle violenze sessuali, delle nostre ferite da parte di una Chiesa che talvolta esclude, dalle nostre paure di una Chiesa rinchiusa in se stessa che dimentica il mondo, ma anche dalla nostra gratitudine per ciò che viviamo e riceviamo da essa nonché per i cambiamenti già avviati, e dalla nostra speranza che la nostra Chiesa “rinasca dall’alto” al fine di dare fiducia a tutti i battezzati per annunciare ovunque la Buona Notizia di Cristo morto e risorto per tutti”. E citano, senza alcun ordine gerarchico: desiderio di unità, fiducia, fraternità, apertura al mondo, alle altre Chiese e religioni, migliore accoglienza ai giovani, alle donne, ai poveri, agli esclusi, condivisione delle responsabilità, accesso a corsi di formazione comuni clero e laici…
“Promesses d’Eglise” formula poi tredici proposte derivate da quattro esigenze: uguale dignità per uomini e donne, accettazione della diversità nella Chiesa, espressione dei disaccordi per meglio superarli, scelta della sinodalità come percorso permanente. E si è grati ai partecipanti di aver scelto di manifestare allo stesso modo convergenze e divergenze. Qui il dissenso riguarda in particolare la
nozione di uguale dignità uomo-donna quando si tratta di tradurla concretamente in termini di uguaglianza dei diritti, riguarda l’accesso o meno dei laici alla predicazione, l’adattamento dei ministeri ai bisogni della missione (dove alcuni si oppongono fermamente a qualsiasi interrogativo sul ministero presbiterale), infine l’opportunità di creare un organismo nazionale rappresentativo dei fedeli laici con voti deliberativi.
Si tratta insomma di una illustrazione delle zone di frattura esistenti nel cattolicesimo francese contemporaneo. E “Promesses d’Eglises” conclude: “Il nostro sogno di una Chiesa fraterna, accogliente e missionaria, di una Chiesa umile e aperta al mondo, si incarnerà solo a condizione che noi camminiamo tutti insieme, nel rispetto delle nostre differenze. Proseguiremo il nostro cammino in “Promesses d’Eglise” con la speranza che le promesse che noi offriamo per la Chiesa possano essere fonti di una dinamica creatrice che contribuisca a far risplendere la gioia del Vangelo”.
La “Conférence catholique des baptisés” portavoce di una certa dissidenza
La Conférence catholique des baptisé.e.s francophones (CCBF) è solitamente vista nel paesaggio ecclesiale come una associazione indipendente, ribelle e contestataria. Mentre i suoi militanti si vedono piuttosto come organismo di dialogo esigente con i vescovi. Comunque, la sua mobilitazione in vista del sinodo ha ottenuto una certa risonanza. L’associazione ha ricevuto 650 contributi, spesso collettivi, redatti da circa 6720 partecipanti provenienti da 52 diocesi francesi.
Presentando, l’11 giugno, su Youtube una versione intermedia (version intermédiaire) del suo documento di sintesi (basato sullo spoglio solo dei contributi ricevuti a metà aprile. Una sintesi definitiva sarà pubblicata in ottobre), i responsabili della CCBF hanno insistito sul fatto che essa non esprimeva la posizione dell’associazione ma, scrupolosamente riportata, l’opinione di coloro che, in questa consultazione, hanno scelto di rivolgersi ad essa (CCBF) come a organismo “indipendente” rispetto all’istituzione ecclesiale. E alcuni dicevano di essersi anche espressi nella loro parrocchia e/o nel loro movimento di appartenenza.
Per quanto riguarda il documento preparatorio inviato dal Vaticano e i dieci temi che proponeva alla riflessione dei fedeli, la CCBF nota una gerarchizzazione dei centri di interesse manifestata dai contributi. Innanzitutto i due temi Ascoltare e Prendere la parola (18%), poi Autorità e partecipazione (13%), infine ex equo: Compagni di viaggio, Celebrare, Corresponsabilità nella missione e Dialogare nella Chiesa e nella società (10%).
I partecipanti esprimono il loro profondo attaccamento alla Chiesa che ha loro fatto conoscere il Vangelo e il loro desiderio di restituirgli la sua potenza di conversione individuale e collettiva. Poi riformulano, ognuno con proprie parole, i “bloccaggi” che a loro avviso spiegano la crisi profonda che la Chiesa cattolica sta attraversando: moralismo, linguaggio incomprensibile, tristezza e noia delle celebrazioni, omelie lontane dalla vita, abbandono dei battezzati non in linea, misoginia, reticenze ad ascoltare davvero, autoritarismo, sacralità eccessiva del prete... Tutte lamentele che sono ormai comuni e che portano a corrispondenti “proposte” di riforme.
Rispetto a “Promesses d’Eglise”, organismo ufficiale riconosciuto dall’episcopato, le cui “proposte” sono il risultato di un delicato compromesso tra sensibilità diverse, qui è piuttosto una convinzione comune che si esprime senza filtro né censura: la Chiesa deve mettersi risolutamente in ascolto del mondo da cui può anch’essa accogliere ricchezze, deve ritrovare l’intuizione conciliare di “popolo di Dio” contro ogni irrigidimento istituzionale e clericale, riabilitare il sacerdozio comune dei battezzati, riformare la governance delle comunità dando alle donne tutto lo spazio che spetta loro e instaurando dei contro-poteri per tutto ciò che non è di natura spirituale, ma anche: rivedere le teologie dell’eucaristia (sul suo carattere sacrificale) e del sacerdozio ministeriale, esaminare i dogmi alla luce della cultura contemporanea e aprire le porte a un dibattito fiducioso, sia all’interno dell’istituzione che nelle università cattoliche.
Saint-Merry-hors-les-murs: abbozzo di una Chiesa nomade in diaspora
Infine, ma cosa non meno importante, bisogna leggere il contributo (la contribution) prodotto dalla comunità Saint-Merry-hors-les-murs. Il suo “sfratto” dalla chiesa Saint-Merry, nel cuore di Parigi, per decisione di Mons. Aupetit, ha avuto l’effetto di rafforzare la sua originalità nei tratti di una Chiesa/comunità nomade in diaspora che, per certi teologi o sociologi (vedere a questo riguardo: Danièle Hervieu-Léger e Jean-Louis Schlegel, Vers l’implosion? Seuil 2022), sembra prefigurare uno dei volti del cattolicesimo in Francia nei prossimo decenni. Una quindicina di gruppi, riuniti a diverse riprese tra dicembre 2021 e marzo 2022, hanno prodotto un documento assolutamente appassionante. Seduce per la sua qualità di scrittura e per l’eccezionale ricchezza del suo “verbatim” (parole dei contributori); ma anche per l’inserimento dell’insieme delle constatazioni e delle proposte in una visione ecclesiale coerente e strutturata, radicalmente conciliare. Intendo dire conforme allo spirito del Vaticano II che invitava già ad una sinodalità permanente, più che alla sua traduzione letterale nei diversi testi canonici e in strutture più o meno fisse. E lo hanno fatto senza polemica, ma con gentilezza, equilibrio e garbo.
“Questo documento, scrivono i redattori, deve presentarsi come la traccia manifesta di una attesa molto forte, espressa nei confronti di un rinnovamento della nostra Chiesa grazie al cammino sinodale, ampiamente condiviso”. Il documento è organizzato attorno a tre sfide essenziali declinate in dieci proposte. Tra queste sfide si ritrova: una richiesta di comunità ecclesiali fraterne capaci di camminare insieme; la scelta di una Chiesa umile e dialogante aperta ad una governance nuova di tipo sinodale; infine la mobilitazione di tutti a servizio del prossimo e di un mondo in divenire. Il che presuppone, in termini di proposte: il senso di un’accoglienza incondizionata, un agire collettivo – anche fuori della Chiesa – a servizio della giustizia sociale ed ecologica, un’accettazione della diversità e di un diritto alla sperimentazione, all’apertura di una forma di consultazione dei fedeli, una separazione del temporale e dello spirituale nella definizione delle responsabilità di ciascuno, una messa in atto di strumenti di valutazione del percorso sinodale, un riconoscimento reale del posto delle donne e delle ragazze (poter fare le chierichette proprio come i ragazzi), una esigenza comune di formazione alla comprensione della fede…
Ma si percepiscono anche possibili “punti di divergenza” se non proprio di rottura con altre sensibilità. Come ad esempio la richiesta di una Chiesa aperta alla diversità e alla libertà; l’idea di ripensare i ministeri, il posto e lo status del prete (che qualcuno qui immagina che possa essere un impegno per un tempo limitato); l’estensione dei luoghi di condivisione della Parole oltre le sole celebrazioni eucaristiche, ad atri tipi di liturgie e - perché no - eucaristie domestiche… E si può facilmente immaginare il non possumus con cui saranno accolte da alcune queste due affermazioni: “Non si può più far dipendere il futuro della Chiesa dal numero delle vocazioni presbiterali” o “La pastorale auspicata dai partecipanti non mira tanto la ‘trasmissione’ o la ‘riproduzione’ quanto ‘l’accoglienza incondizionata’, ‘il nascondimento’ o ‘la generazione’. Si ritrovano qui le separazioni ben note che, di fatto, rendono il dialogo difficile – talvolta impossibile – tra gli uni e gli altri.
Ecco alcune riflessioni e commenti suggeriti dalla lettura di queste quattro sintesi accessibili a tutti.
Esse illustrano bene l’estrema diversità della Chiesa che è in Francia, portatrice sia di ricchezze potenziali che si problematiche da risolvere. Se si prendono in considerazione tutte.
Un’Assemblea generale aperta a degli “invitati”… selezionati!
Il 14 e 15 giugno la Conferenza episcopale francese ha quindi scelto di riunire a Lione una Assemblea generale straordinaria per fare un “bilancio di tappa” su questa procedura sinodale, aprendo i suoi lavori ad un centinaio di “invitati” dalle diocesi e da “Promesses d’Eglise” che, come abbiamo detto, raggruppa una cinquantina di movimenti e di associazioni cattoliche tra le più rappresentative. Ma nessun membro della CCBF né della comunità di Saint-Merry-hors-les-murs è stato coinvolto. Il che è veramente un peccato e merita che ci si soffermi un istante come illustrazione dei bloccaggi strutturali che perfino un processo sinodale sembra non poter cambiare.
Perché, insomma, qual era il rischio ad invitarli, rispetto al beneficio simbolico di apertura e di desiderio di comunione che la loro presenza avrebbe rappresentato?
Così i loro contributi saranno presi in considerazione in Vaticano, dove sono stati inviati… ma non in Francia!
Alcuni sceglieranno di guardare questa Assemblea straordinaria prudentemente “aperta” come uno dei “segni di speranza” di cui la nostra Chiesa ha davvero bisogno. E mi rallegro con loro, che ci possa essere in questo un tappa positiva in un lungo percorso di apprendimento della sinodalità.
Eppure, se si osserva bene, la quasi totalità delle constatazioni e proposte raccolte sia dalle diocesi che da “Promesses d’Eglise”, corrispondono ampiamente a ciò che, da decenni, è già formulato nei sinodi diocesani. E si può affermare senza timore che, in grandissima maggioranza, la loro attuazione sarebbe già possibile fin da ora, su iniziativa dei vescovi (se lo volessero veramente) senza aspettare l’avallo di un sinodo della Chiesa universale. Come non vedere che è questo ciò che nutre lo scetticismo di alcuni su quanto ci si può realmente attendere da questo evento di cui la stessa Cef riconosce, lo abbiamo detto, il poco entusiasmo che suscita in molti preti e in una parte del mondo cattolico refrattario alla pastorale bergogliana. “
“È necessario infatti che sorgano fazioni tra voi…” (San Paolo)
I veri punti su cui può esserci discussione (simili a certe raccomandazioni della Ciase) e che dovrebbero essere esaminati in una prospettiva di discernimento, sono proprio formulati soprattutto da quegli stessi che non sono stati invitati a Lione… come se non fossero davvero Chiesa. Come se il tema stesso del sinodo: “Comunione, partecipazione, missione” non li riguardasse. Come se i vescovi si sentissero in dovere di ascoltare solo ciò che proviene da strutture poste sotto la loro autorità… L’accesso alla parola a Lione presuppone quindi un discernimento, precedente ad ogni discernimento! Come parlare di accoglienza della diversità come una ricchezza per la Chiesa di domani e non essere capaci di viverla oggi? La Chiesa, così attenta alle “periferie” care a papa Francesco che essa percepisce come luogo della missione ad extra, sembra non rendersi conto che essa stessa produce “periferia”, attraverso la marginalizzazione di una parte dei suoi fedeli, che non cerca nemmeno più di raggiungere, di ascoltare… o di trattenere!
Sicuramente, ed è stato detto, la sfida essenziale di questo sinodo sulla sinodalità non è tanto produrre testi di riforme (anche se…) quanto di invitare i fedeli a pensare ormai la Chiesa in termini di sinodalità, secondo l’intuizione profonda del Vaticano II ripresa da papa Francesco. Da questo punto di vista, ogni sintesi presentata, indipendentemente dalla provenienza, e dall’attenzione che le riservano o meno gli organismi dirigenti della Chiesa di Francia, esprime la volontà di procedere in questo cammino. A ciascuno spetta continuare la propria strada, lealmente, coraggiosamente.
Sperando che un giorno la Chiesa finisca per accorgersi e ammettere che tutti fanno parte del cammino comune. Sicuramente Paolo aveva ragione di scrivere, nella sua prima lettera ai Corinzi: “È necessario che sorgano fazioni tra voi, perché in mezzo a voi si manifestino quelli che hanno superato la prova” (1Cor 11,19).
Ci sarebbero ancora molte cose da dire sul proseguimento del processo sinodale avviato da papa Francesco. In particolare riguardo alla seconda tappa, continentale, che dovrebbe permettere, all’inizio del 2023, di discernere se esistono problematiche e soluzioni comuni alle Chiese di ogni continente che potrebbero giustificare, domani, una forma di maggiore autonomia di queste Chiese, sia pastorale che teologia e dottrinale, per meglio rispondere alle sfide specifiche della missione nelle loro culture specifiche. A condizione che nella terza fase i padri sinodali venuti da tutte le parti del mondo accettino di ascoltare e di accogliere questo invito di papa Francesco a osare la diversità e la libertà nel rispetto dell’unità e del deposito della fede. Perché il Vangelo possa incontrare gli uomini e le donne di questo tempo e perché ciascuno possa sentir proclamare nella propria lingua le meraviglie di Dio.
Epilogo
L’Assemblea generale straordinaria che si è tenuta a Lione il 14 e il 15 giugno, in presenza, dei vescovi di Francia e di un centinaio di invitati venuti dalle loro diocesi è terminata con l’adozione di un “testo di accompagnamento” («texte d’accompagnement») che sarà inviato a Roma con la sintesi nazionale dei contributi.
Questo testo riassume quelle che per i vescovi sembrano essere “aree prioritarie di lavoro”, tra cui, in particolare, “la sofferenza e le aspettative delle donne”, i dibattiti legati al ministero dei preti e la liturgia come luogo di tensioni. Tra le “speranze”: quella di vedere piccole comunità costituirsi attorno alla condivisione della Parola, l’esigenza di considerare la sinodalità lo “stile di vita ordinario della Chiesa”, l’attenzione ai piccoli e l’accettazione della diversità e complementarietà delle missioni e dei carismi. Il testo aggiunge: “Ci dobbiamo anche chiedere perché certe ricchezze spirituali cristiane siano o ignorate o svalorizzate, ad esempio l’eucaristia come sacrificio di Gesù, i sacramenti, la vita consacrata, il celibato dei preti, il diaconato”.
Ciò prova che certi interrogativi che non affioravano nella sintesi “ufficiale” hanno finito per essere ascoltati. Apparentemente non senza difficoltà, visto che il resoconto di La Croix parla di una “svolta spettacolare” riguardo ad una prima bozza del testo che, ci sembra di capire, non era sufficientemente forte e poteva passare per un doppione blando della sintesi nazionale. Forse una chiave ci è offerta dalle frasi riferite alla vigilia dal quotidiano cattolico, pronunciate da uno degli invitati, rappresentante della comunità dell’Emmanuel all’interno di “Promesses d’Eglise”: “Sono rimasto colpito dalla grande consonanza che ho trovato tra il testo della raccolta nazionale e il contributo che abbiamo inviato con ‘Promesses d’Eglise’. Le nostre grandi tematiche – sull’accoglienza, il posto delle donne, la governance, ecc. - sono emerse bene, non ho sentito una voce dissonante”. Non sentire voci dissonanti come criterio di correttezza del discernimento e della governance della Chiesa... La Croix intitola allora il suo resoconto: A Lione i vescovi ascoltano il bisogno di riformare la Chiesa”.
Sicuramente era il meno che ci si potesse aspettare. Mons. Alexandre Joly che ha diretto questa fase di consultazione a nome della Cef ha fatto questo commento a proposito dei suoi fratelli vescovi: “Questo testo li impegna. Spetterà a ciascuno camminare al ritmo della sua diocesi”. La strada sarà lunga!
Francia I vescovi ascoltano il bisogno di riformare la Chiesa
di Malo Tresca
Riuniti in assemblea generale straordinaria a Lione, i vescovi hanno votato, mercoledì 15 giugno, un testo che li impegna sullo stato e sul futuro della Chiesa in Francia. Governance, posto delle donne, periferie: con un colpo di scena, il testo iniziale è stato completamente rivisto.
All’emiciclo Sainte-Bernadette a Lourdes, che accoglie tradizionalmente le loro assemblee generali, hanno preferito l’imponente anfiteatro di un campus studentesco della capitale delle Gallie. È nel cuore dell’Università cattolica di Lione e alla presenza di un centinaio di invitati laici, diaconi o consacrati, che i vescovi francesi, riuniti in Assemblea straordinaria, hanno concluso, mercoledì 15 giugno, la fase diocesana del Sinodo sul futuro della Chiesa in Francia. Questa fase ha mobilitato 150 000 persone a partire dal suo avvio nell’ottobre 2021. Al termine di due intense giornate di lavori, “una lettera di accompagnamento” della sintesi già prodotta a livello nazionale è stata votata dai soli vescovi. “Questo testo li impegna. Spetterà a ciascuno procedere al ritmo della propria diocesi”, ha affermato Mons. Alexandre Joly, vescovo di Troyes, che ha diretto l’équipe nazionale dedicata al sinodo.
Quali sono i punti salienti del documento? “Ascoltiamo le forti attese che sono state espresse”, scrivono i vescovi, prima di indicare dettagliatamente cinque orientamenti prioritari: “articolare meglio la dimensione umana della Chiesa (…) con la sua natura sacramentale”; “fare proprie le segnalazioni rispetto alla sofferenza e alle attese delle donne nella Chiesa (…); “ascoltare la preoccupazione espressa riguardo ai preti e alle condizioni di esercizio del loro ministero”; “comprendere l’apparente divario tra l’esercizio del ministero e ciò che ci si aspetta concretamente dal clero; e infine “identificare meglio le ragioni per le quali la liturgia resta un luogo di tensioni ricorrenti e contraddittorie”.
Pur deplorando che il processo sinodale non abbia coinvolto “tutto il popolo di Dio nella sua diversità” – e in particolare i fedeli tradizionalisti e i giovani -, il testo esprime numerose “speranze”, tra cui quelle che “la sinodalità diventi lo stile ordinario della vita della Chiesa”, che le comunità imparino “a camminare al passo dei più piccoli e dei più poveri”, o ancora che la “diversità o la complementarietà delle missioni, carismi e doni” sia fonte “di gioia” più che “di concorrenza”.
Un fatto da rimarcare è che la lettera di accompagnamento votata dai vescovi rilevi alcune assenze nelle tematiche provenienti dalla base, come la missione, la testimonianza dei cristiani sulle grandi sfide sociali, ecologiche e di solidarietà internazionale. “La famiglia come luogo di apprendimento della fraternità non è citata”, prosegue la lettera, deplorando che certe “ricchezze spirituali cristiane” – i sacramenti, la vita consacrata, il celibato dei preti, il diaconato – siano spesso “ignorate” o “svalorizzate”.
Dopo alcuni emendamenti, la lettera di accompagnamento è stata adottata dai vescovi alla quasi unanimità, prima di essere presentata agli invitati tra gli applausi. “Interessante, dinamico, l’insieme risponde davvero alle nostre attese”, conferma una invitata della zona centrale della Francia. I due documenti devono ora essere inviati a Roma, che aveva chiesto dei contributi episcopali oltre alle sintesi nazionali.
Per arrivare a quel punto, è stato necessario, tra le quinte, un cambiamento spettacolare. Secondo una fonte, una prima bozza – che non si presentava sotto forma di lettera di accompagnamento, ma era intesa come una nuova versione della sintesi nazionale – “è stata nettamente respinta martedì alla fine del pomeriggio” durante i colloqui tra vescovi e invitati. “Questo ha permesso di mettere in evidenza il forte consenso alla raccolta delle richieste a livello nazionale”.
Pubblicata una settimana prima (sul sito della CEF) e centrata sull’importanza “di trovare ispirazione dalla Parola di Dio”, l’urgenza di “proporre segni che parlino e siano credibili nella società” e la necessità “di luoghi di dialogo fraterno”, la raccolta, redatta dall’équipe nazionale a partire dalle sintesi diocesane, delineava senza timori la situazione della Chiesa in Francia, e proponeva piste concrete per riformarla. Vi figuravano in particolare l’aspirazione “profonda” ad una Chiesa “più fraterna” e rivolta alle persone ai margini; il desiderio di una governance che lasci più spazio ai laici con l’affermazione “di autentici contro-poteri” ai livelli diocesani; il desiderio di rafforzare il ruolo delle donne nell’istituzione; la volontà di sviluppare dei “luoghi terzi” per avviare il dialogo con i non-cristiani…
“Paragonata alla raccolta nazionale, la prima versione del testo dei vescovi ci è apparsa molto insufficiente. Lo abbiamo detto e c’è stato un reale ascolto da parte dell’episcopato”, racconta una laica che, come tutti gli invitati a Lione interrogati da La Croix, era stata colpita dalla “sincerità e onestà” della raccolta. Il timore di un “addomesticamento” o addirittura di una “censura” della parola dei fedeli era spesso stato espresso nel processo sinodale.
“Il testo iniziale dei vescovi sembrava proprio un pallido riassunto della sintesi e questo ha suscitato una vasta insoddisfazione a tutti i livelli”, afferma un vescovo. “Avevamo paura che Roma leggesse solo quella inadeguata versione”, afferma un’altra invitata del Nord-Ovest. Davanti alla protesta espressa, viene allora presa la decisione di rielaborare completamente il documento per giungere, infine, ad una lettera di accompagnamento indissociabile dalla sintesi. “Questo è avvenuto tutti insieme, laici e vescovi, per quanto riguarda le linee generali, poi il lavoro di completamento è toccato ad una decina di persone (vescovi membri del Consiglio permanente Cef e i membri dell’équipe nazionale) durante la notte”, si è saputo. Il documento rielaborato e modificato è arrivato agli indirizzi mail dei vescovi alla… 1h58, ed è stato poi discusso ed emendato nella mattinata.
“Abbiamo saputo dar prova di capacità di adattamento, di rimessa in discussione, in termini estremamente brevi”, dichiara contento un altro vescovo. “Questa sintesi ci spinge ad una migliore collegialità, perché siamo veramente partiti dall’ascolto della base”, aggiunge Mons. Hervé Giraud, arcivescovo di Sens Auxerre (Yonne), prelato della Mission de France. “Nel contesto di crisi legata al rapporto della Ciase, bisogna ricordare che questa sinodalità è l’antidoto del clericalismo, conclude una invitata. Permette di evitare contro-testimonianze e abusi di potere che mettono a dura prova la nostra Chiesa”.