Il Blog di Enzo Bianchi

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​Fondatore della comunità di Bose

Abbiamo già accettato l'inaccettabile scenderò in piazza con le mie domande

03/11/2022 00:00

Maurizio Maggiani

Testi di Amici 2022,

Abbiamo già accettato l'inaccettabile scenderò in piazza con le mie domande

di Maurizio Maggiani

di Maurizio Maggiani

Io sarò giudicato; quando sarà finita la mia storia qui tra voi, non so se sarà il Dio che non conosco o gli umani che mi hanno conosciuto, ma comunque si aprirà il librone al mio nome e cognome e mi sarà chiesto conto del mio esistere nel mondo. Non mi si chiederanno i titoli dei miei romanzi e nemmeno il contenuto di questo articolo e dei mille che ho già scritto, non mi si giudicherà per le mie ottime intenzioni e i miei buoni propositi, lo so; non mi giustificherebbe neppure l'aver scritto Guerra e Pace, figuriamoci. Ci sarà una sola domanda a cui dovrò rispondere, quanta vita hai generato Maggiani, e quanta morte?

 

Quanto della vita che ti è stata data hai restituito e quanta ne hai tenuto per te?

 

Quanto hai consumato del vivente e quanto hai edificato per i viventi? Hai fatto la tua parte perché non della morte ma della vita è la ragione dell'universo? Questo, solo questo sarà pesato, e se credo al riguardo di essermi condotto nella vita con dignità so oggi, al cospetto di questa nostra guerra che va e va e va fin dove vorrà andare, di essere in debito. Quale è stata la tua parte Maggiani? La mia parte è stata l'inanità, e l'inanità è tradimento della vita.

 

Sono nato in un letto comprato a cambiali in una casa che portava i segni di una guerra, la guerra che chi mi ha messo al mondo aveva la certezza che sarebbe stata l'ultima; per questo sono venuto al mondo, figlio della certezza di pace, una certezza più solida della miseria. Non sono figlio di Aldo Capitini, ma di un uomo che ha combattuto armi in pugno per conquistarsela la pace, un uomo che ha portato per tutta la vita con sé il peso dell'orrore, e il mandato che ho ricevuto non ha fatto di me un intellettuale pacifista ma un combattente per la pace, un radicale avversario della guerra; non sono portato a chiedere la pace ma a pretenderla la pace. E poca che possa essere stata la mia parte, gracile la mia mano, ho combattuto quando l'arma che impugnavo era una scuola aperta nel mezzo dell'assedio della città di Tuzla, il mio corpo steso a terra davanti ai cancelli di Comiso strapieni di missili, o aggrappato al cancello del consolato sovietico il giorno di Jan Palach. E ho fatto senz'altro la mia parte quando ho consegnato la mia cittadinanza alla Repubblica in cambio della sua Costituzione e del suo articolo 11 tutto intero, in cambio della certezza che mi avrebbe protetto, e con me il bene universale della vita in tutta la libertà possibile. Lì, in quell'articolo, c'è scritto che la pace non è un'utopia, ma l'unica ragionevole possibilità e la soluzione pacifica dei conflitti l'unico modo per compierla.

 

Ora mi scopro imbelle, guardo le mie mani e vedo che non sanno impugnare nient'altro che questa tastiera; e mi chiedo come è potuto accadere che arrivassi fin qui, fino all'evenienza più estrema, definitiva, la possibilità di un conflitto atomico, disarmato, esitante, acquiescente. Mi è stata chiesta l'acquiescenza, e non dal febbraio scorso, ma da anni, da quando è parso tollerabile, se non addirittura opinabile, la condizione di conflitto senza soluzione; al tempo della Siria e delle altre guerre lontane dagli occhi, lontane dal cuore, era un sommesso invito, ora, in questa guerra piantata qui nel cuore, e negli occhi, è diventato un caldo richiamo, più ancora, un precetto morale. Lo stato di guerra è un fatto inoppugnabile e seppur sotto attacco, la Repubblica, l'Europa, la Nato, l'Occidente, hanno a cuore la pace e sanno cosa fare, metterlo in dubbio è disfattismo immorale, o forse qualcosa di peggio; dunque taci che il nemico ti ascolta, e levati di torno che abbiamo da fare e ci ingombri. E impaurito e confuso, l'animo improvvisamente invecchiato nell'accettazione dello stato delle cose, ho accettato l'inaccettabile per la dignità di un uomo, per la natura stessa della cittadinanza, di condurmi nell'obbedienza e conformarmi all'indiscutibile.

 

E ora sono in debito, con la mia coscienza, con la mia cittadinanza, con la mia umanità, con la vita.

 

Così con quello che resta del mio corpo ormai inadatto non dico a salvare vite in mare, ma anche solo a sdraiarmi davanti a un carro armato russo o a incatenarmi ai cancelli di Strasburgo, andrò alla manifestazione per la Pace, e non me ne frega niente se il signor Giuseppe Conte se la vuole arraffare e quelli che la sanno lunga mi esortano a lasciar perdere che se mai ho un compito è di starmene a casa a battere su questa tastiera.

 

Ci vado perché ora mi trovo con un'arma sola tra le mani, la mia faccia e la mia voce. Io non ho una soluzione, non compete a me averne, ho consegnato la mia vita nelle mani della Repubblica, ho affidato la Repubblica all'Europa confidando nel loro ineludibile dovere di averne, e vado a chiederne conto, ho il dovere di chiedere, ho il diritto di sapere, non solo io sarò giudicato. Chiederò con tutta la voce che ho in corpo se è stato stabilito un limite, se sanno fin dove e fino a quando quel limite si spingerà, se confidano "nell'eventualità remota" di un conflitto atomico, perché nel caso è cinico e criminale giocare a poker avendo per posta un mondo senza domani. Chiederò alla Nato se è stato messo in pratica con tutta la perizia e la volontà del caso l'articolo 4 del suo statuto, che in caso di rischio per la sicurezza collettiva vada attuato ogni possibile tentativo di concertazione collettiva tra i membri prima di applicare l'articolo 5, chiederò se ricordano il significato della parola concertazione e se attualmente è in servizio personale che sappia concertare. Chiederò alla Repubblica se sia mai stato convocato l'organo costituzionale del consiglio supremo di difesa, l'unico con la potestà di prendere decisioni in merito, e nel caso quali siano state le risoluzioni.

 

Chiederò alla diplomazia d'Occidente se sia stata mobilitata giorno e notte, segretamente o meno che sia, per imporre alla Federazione Russa un dignitoso accordo di pace o anche solo uno stato di tregua. Chiederò alle nazioni d'Occidente se hanno per caso ritenuto più produttiva al fine della pace mondiale l'evoluzione dei loro armamenti piuttosto dell'evoluzione della loro politica.

 

Chiederò all'Unione Europea se il meglio della sua forza e cultura politica è chiedere di fare qualcosina in merito a Recep Erdogan. Non chiederò nulla a Vladimir Putin, non è a me che deve rispondere, ma al suo popolo, anche lui sarà giudicato.

 

Non chiederò risposte, le pretenderò. Non sarà dunque molto quello che farò, quello che adesso so fare per la mia parte è cosa assai modesta e non basterà per ripagare il mio debito. Ma ho ancora del tempo se solo ne sarà concesso a tutti quanti noi. Poi mi si metterà davanti il librone.

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