Il Blog di Enzo Bianchi

Il Blog di Enzo Bianchi 

​Fondatore della comunità di Bose

"...E il mio canto di Natale per i poveri"

24/12/2022 00:00

Antonio Gnoli

Quotidiani 2022,

"...E il mio canto di Natale per i poveri"

La Repubblica

Enzo Bianchi
Il cristianesimo è un inno alla vita e non al dolore

La Repubblica "Robinson" - 24 Dicembre 2022

 

Intervista a Enzo Bianchi di Antonio Gnoli

Tre anni sono trascorsi da quando Enzo Bianchi non è più a Bose, nella  comunità che ha fondato e governato. Un esilio che somiglia a un editto medievale. Tre anni è anche il tempo di una pandemia che ancora viviamo, con meno angoscia ma con eguale preoccupazione. La natura umana ha la capacità di lenire le ferite, ridimensionare i drammi, curare i traumi. Il tempo è una buona misura per chiudere questioni che si credevano insanabili. E quelle dell'ex priore di Bose? Rivedo Enzo Bianchi. La sua energia che convoglia nella parola mi sembra immutata. Come immutata è la scrittura, diretta e forte. Ha da poco pubblicato un piccolo libro per il Mulino Cosa c'è di là. Una meditazione su che cosa ci aspetta, ammesso che si creda. So che questa nostra conversazione uscirà il giorno di vigilia. E giusto così. E giusto per quel giorno pensare ai miracoli. Iosif Brodskij, nellePoesie di Natale scrive che i miracoli sono «attratti dalla terra, serbano gli indirizzi, anelando talmente a svolgere la prescritta funzione, da giungere a destinazione perfino nel deserto». Ma forse il miracolo più grande, commenta Bianchi, è riconoscere il proprio peccato.

 

Ti è accaduto di peccare?

 

«Certo, ma senza cadere mai in quelli che io giudico i peccati gravi».

 

Quali?

 

«I peccati contro i poveri, i peccati di ipocrisia di certi ecclesiastici e poi i tradimenti tra fratelli».

 

Mi fai pensare alla tua vicenda personale.

 

«Non potrei onestamente prescinderne, anche se volessi».

 

Ti sei ritirato nella tua terra di origine, il Monferrato.

 

«Non è stato facile, una prova ulteriore vissuta nella solitudine».

 

A un monaco la solitudine non dovrebbe pesare.

 

«Ho sempre pensato che la solitudine è una condizione che richiede la presenza degli altri. Altrimenti si è soli. E vulnerabili».

 

Pensi a Bose?

 

«Come potrei non farlo. È un lungo tratto di strada compiuto. Ora che si avvicina il Natale rammento cosa fu la faticosa conquista di una gioia desiderata».

 

Faticosa perché?

 

«Ripenso ai primi Natali, me bambino. La povertà, io che a otto anni perdo la mamma. L'attesa del Natale era un misto di speranza e tristezza. Facevo il presepe con le figurine, la carta e la colla. La stessa povertà, o meglio essenzialità, la vissi nei primi anni a Bose. Natali con poche persone e il duro lavoro per far crescere la comunità. Solo negli ultimi anni quell'evento si è arricchito di presenza umana. Preparavo il pranzo – ho sempre amato cucinare - per un'ottantina di commensali. C'erano fratelli e sorelle e le tante persone sole con cui condividere la gioia dell'attesa».

 

La gioia di cui a volte parli non è solo spirito, non è solo preghiera.

 

«Si prega in tanti modi e lo spirito senza il corpo cosa sarebbe? Cosa sarebbe senza gli altri. Non può esserci un Natale senza vera condivisione».

 

Il prossimo anno compirai 80 anni. Che tempo pensi di vivere?

 

«È un'età per me faticosa».

 

Il sottotitolo del tuo nuovo libro è "Inno alla vita". L'hai vissuta con pienezza?

 

«Pienezza significa appunto non lasciare fuori niente: le delusioni e la gioia, le amarezze e il rinascere. Quello che si è stati e ciò che diventiamo. L'inno alla vita, più che un punto finale somiglia a un esclamativo. Bene. Vediamo cosa c'è dopo».

 

Grande questione. Leggendoti ti ho percepito fiducioso.

 

«Come potrei non esserlo. Lo dico da cristiano».

 

Come immagini questo "oltre"?

 

«Da bambino ero perplesso o meglio angosciato ogni qualvolta mi parlavano dell'aldilà».

 

Cosa ti turbava?

 

«Era come se quel tempo senza fine fosse occupato interamente dalla contemplazione beata del divino. Un'immagine che provocava in me una forte angoscia,tanto più acuta in quanto evidente era il mio rifiuto di distaccarmi dalla vita terrena. Te lo vedi un bambino dentro questo fotogramma? Col tempo ho ricomposto l'immagine».

 

Vi hai messo più colore o cosa?

 

«Vi ho introdotto la convinzione che una vita vera non è fatta solo di rinunce e sacrifici, ma ispirata a un grande insegnamento: per capire chi siamo non bisogna disprezzare il mondo, ma amarlo e lasciarsene attrarre».

 

Non c'è il rischio di fraintendere questo amore così terreno?

 

«Il rischio, l'errore, il peccato ci sono sempre. Ma quello che intendo ribadire è l'indissolubile legame tra spirito e corpo. Il corpo vive dello spirito e non c'è spirito senza il corpo. Come monaco per tutta la vita mi sono sforzato di sentire questo abbraccio con la natura. Con il bosco,la terra gli animali. E quando avverto una tale sensazione comprendo il senso della comunione che è più della semplice solidarietà. E tutto ciò mi induce a sospettare di aver scritto e pensato troppo».

 

Cosa te lo fa supporre?

 

«In questi anni finali mi sembra di aver accentuato l'attenzione alle cose più semplici della natura. Mi sorprendo davanti agli alberi e a volte mi pare spontaneo parlare con essi, e resto incantato dalle erbe aromatiche, dai fiori, dall'animale selvatico che mi attraversa la strada. C'è una profondità di destino in tutto questo che mi commuove. Non pensavo di potere amare la terra così intensamente da giungere a formulare il comandamento "ama la terra come te stesso"».

 

Non è una forma di spinozismo?

 

«Non è panteismo il mio né idolatria. Davvero, amo questa terra perché vengo dalla terra e ritornerò ad essa e sento un grande debito verso la natura».

 

E come se rivestissi la speranza di foglie e di rami, di vento e di aria.

 

«Beh, la grande speranza è quella che ritrovo nella Bibbia quando dice che ci saranno un cielo e una terra nuovi e che in questo mondo nulla andrà perduto ma tutto sarà trasfigurato».

 

Qual è la forza capace di trasfigurare tutto questo?

 

«La identifico nell'amore, un sentimento che non mi ha mai abbandonato e che ha dato senso alla mia vita, soprattutto nell'incontro con le vite degli altri. Ti confesso che non rimpiango nulla perché tutto quello che ho fatto l'ho vissuto fino in fondo».

 

Avverto come un'amarezza dalle tue parole, come se — e vi accennavamo prima — questo amore fosse stato messo a dura prova dal tradimento e dalla slealtà.

 

«Credo che quello che ciascuno ha vissuto non possa essere dimenticato. Anche quando perdoniamo, la ferita resta dentro di noi. E terribile riconoscere che l'amore possa essere tradito, ma è destino dell'amore che, anche quando è tradito, possa continuare a esistere e non debba essere smentito. Dopotutto, è la grandezza dell'amore umano: ci offre l'opportunità di vincere sulla condizione negativa della morte. E vincere dunque anche sul tradimento. Non lo cancella ma lo vince anche quando non si riesce a contenere il dolore che ci provoca».

 

Questo tuo accenno al dolore vorrei spostarlo su un altro piano. Tutto il tuo discorso è un grande inno alla vita. Ma quando la vita sta finendo, tu dici, e lo dico con parole elementari e dirette, non è giusto affidarsi al dolore, alla sua illusoria grandezza.

 

«Mi sento distante da un'interpretazione dolorista del cristianesimo. Penso che il dolore e le sofferenze siano insensate. E in fondo dove c'è una persona - un uomo o una donna - che soffre, lì si è chiamati a starle accanto, spesso senza parole, perché le parole possono essere inadeguate, ma sapendo che la resistenza al dolore, il combatterlo, è una battaglia di umanesimo e di cristianesimo. Se non fossimo capaci di affrontare questa battaglia, non saremmo neppure capaci di compassione. Ecco, per dirla in maniera più diretta, occorre attraversare il dolore dell'altro senza sublimarlo, ma contrastarlo per renderlo almeno sopportabile».

 

E questo vale anche per il fine vita?

 

«Non può essere un'eccezione, per quanto alla fine possa sembrare di esserla».

 

Spiegati.

 

«Perché l'uscita dalla vita deve essere un'esperienza così dolorosa? E da questo interrogativo che sorge un'ulteriore domanda: perché si continua a chiedere di morire presto?».

 

La risposta tu la dai in "Cosa c'è di là", quando scrivi che "il dolore è inumano e per questo non oso condannare chi si suicida o chiede di essere aiutato a porre fine alla sofferenza".

 

«Sono profondamente convinto che occorra morire conservando la propria dignità».

 

Le tue posizioni hanno suscitato molti contrasti nella Chiesa. E recentemente, sulle colonne di questo giornale nella rubrica del lunedì, hai sottolineato il rischio di un cattolicesimo senza cristianesimo.

 

«Quell'articolo lo ricordo bene, una specie di corollario del libro che tu hai citato e che indica un'urgenza attorno a dei temi su cui è calato il silenzio. Nel mondo cattolico c'è molta etica e l'etica se la danno gli uomini. Il cristianesimo non può essere ridotto a un'esperienza etica. Amo una formula un po' paradossale: il cristianesimo è una religione che richiede l'uscita dalla religione, è la speranza che la morte non sia la fine di tutto».

 

Non ti sembra che sia anche responsabilità della Chiesa farsi carico dei problemi sociali?

 

«Mi sembra ovvio ribadirlo. Guai se il cristianesimo non fosse profetico verso l'ingiustizia e l'oppressione. Ma il suo messaggio non può ridursi a questo. In quanto cristiani abbiamo la capacità e il dovere di chiedere libertà, uguaglianza, fraternità. Sono i valori già espressi dall'illuminismo. Ma la speranza che la morte non sia l'ultimo approdo, l'ultima parola, è l'essenza stessa del cristianesimo. E allora la domanda: Chiesa chi tu sei? Non basta il decalogo di come bisogna vivere eticamente e moralmente, a questa altezza si resta a livello della legge. Si resta a livello dell'uomo in grado di accogliere questa visione anche senza Dio».

 

Mi ha sorpreso una frase del tuo libro: "Non oso neppure far entrare nei miei pensieri Dio, questa parola che più divento vecchio più sento insufficiente, addirittura ambigua".

 

«Fino a quando il cristianesimo non divenne una religione di stato, grosso modo durante il terzo secolo, i padri della chiesa sostenevano che Dio fosse una parola insufficiente. Noi di Dio non sappiamo nulla».

 

La Bibbia mostra il contrario.

 

«La Bibbia ci dà un'immagine remota di Dio. Il racconto diretto di Dio è fatto da un uomo che è Gesù di Nazareth. E quel racconto ci mostra che non si può dire Dio senza l'uomo e l'uomo senza Dio. Quando ho scritto che Dio è una parola ambigua intendevo dire che è usata da tutte le religioni e può cambiare da cultura a cultura. Il Dio che immagino io potrebbe essere molto diverso da quello che immagini tu».

 

Qualche mese fa è uscita nella collana dei Millenni di Einaudi la Bibbia da te curata con nuove traduzioni e nuovi commenti. Su quel libro inesauribile cosa è stato edificato?

 

«E uno dei pilastri della cultura occidentale. Una specie di grande codice da cui attingere. Ma non è un semplice libro, perché in esso convivono numerosi testi composti nell'arco di un migliaio di anni da autori, anche geograficamente, lontanissimi: dall'Iraq a Roma. Considero la Bibbia la grande biblioteca dell'umanità, all'interno della quale c'è l'insegnamento riassunto dai Vangeli per cui, al di là della morte, c'è la speranza riguardo al nostro destino. Avevo 11 anni quando mi fu regalata una Bibbia. La leggo quasi tutti i giorni evi trovo solide ragioni per sperare in un dialogo continuo con gli altri. Leggerla mi fa sentire come un viandante che ancora cammina sulla terra nella prossimità degli ottant'anni».

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