Il Blog di Enzo Bianchi

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​Fondatore della comunità di Bose

Focalizzare ogni iniziativa su Gesù Cristo

27/12/2022 00:00

ENZO BIANCHI

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Focalizzare ogni iniziativa su Gesù Cristo

ENZO BIANCHI

Da 60 anni, cioè dal Vaticano II, l’attenzione s’è concentrata quasi esclusivamente sulla Chiesa

Pubblicato su: Vita Pastorale gennaio 2023

 

di Enzo Bianchi

Dall’ottobre del 2021 si sta svolgendo a livello di chiesa universale il XVII sinodo indetto da papa Francesco sulla “Sinodalità”. Nel mese di ottobre è stato anche annunciato per il sinodo un prolungamento dei lavori di un anno e un’ulteriore sessione a Roma, nell’ottobre 2024. Dunque la chiesa è impegnata per tre anni nel processo sinodale e celebrerà come grande evento nel 2025 il Giubileo universale che coincide anche con il centenario del concilio di Nicea, il primo concilio della chiesa che definì per sempre la fede cristologica.

 

Dunque eventi, ed eventi, ed eventi senza fine… Confesso umilmente che non amo vivere in una chiesa costantemente impegnata in eventi da celebrare, quasi che la ferialità dei giorni illuminata soltanto dalla festa di Pasqua fosse insufficiente a sostenere il cammino dei cristiani nel deserto del mondo in attesa del Regno. In questi ultimi decenni si susseguono uno dietro l’altro anni santi, anni dedicati a un santo, anni dedicati a un tema. Sono già io affaticato e chissà quanto lo sono i pastori, ai quali spetta preparare, organizzare, animare tutte queste iniziative.

 

Tuttavia il 2025 e la celebrazione di Nicea potrebbe avere un significato importante se la chiesa riuscisse a ispirare il tema del Giubileo cioè a concentrare lo sguardo e a focalizzare ogni iniziativa su Gesù Cristo, uomo e Dio, come lo celebra il primo concilio. Perché? Il perché per me è semplice: da più di sessant’anni, dal concilio Vaticano II in poi, l’attenzione dei cristiani si è concentrata innanzitutto sulla chiesa. Molto, se non tutto, è stato ordinato alla chiesa, che appare il soggetto-oggetto di ogni attenzione, di ogni premura e sollecitudine. Non mi convince questa persistente esaltazione della chiesa. Mai nei secoli passati si è insistito così tanto su questo tema, oggi proposto alla meditazione e alla celebrazione dei cattolici. Ogni discorso ha come interlocutore la chiesa, e la domanda: “Chiesa, che dici di te stessa?”, sembra non ricevere mai una risposta esaustiva. La chiesa e la sua struttura, la chiesa e i suoi ministeri, la chiesa e la sua missione… sempre e solo la chiesa in modo ossessivo è posta al centro di ogni discorso ecclesiale!

 

E così siamo passati dall’ostentazione di una ecclesia triumphans a questa odierna chiesa che se ha un po’ di santità ce l’ha in abscondito, anche perché la santità non è essenzialmente sua, ma di chi gliel’ha data e gliela rinnova. Oggi per grazia è ecclesia poenitens, spesso rubra in facie, impossibilitata a guardare alla sua prosperità come a un segno di gloria. La chiesa oggi non può dimenticare di essere una solidarietà di peccatori e non solo una comunione di santi. Ma questa ora di umiliazione è un’ora di grazia, preziosa, nella quale la chiesa si sottrae obiettivamente alla tentazione di essere domina nella storia umana.

 

Quando Gesù Cristo potrà tornare a essere veramente al centro? Quando la sua Parola riavrà primato ed egemonia sulla chiesa e nella vita di ogni cristiano? Quando la parola, quella della croce, sarà di nuovo follia, contestazione delle potenze (exousíai)? Gesù, parola di Dio fatta carne, umanità entrata in Dio, deve essere l’annuncio, l’unico annuncio agli umani che attendono gemendo la liberazione e la vita in pienezza. Altrimenti noi cattolici rischiamo di stemperare il cristianesimo in morale, la comunione con Cristo in dottrina, la liturgia in parate.

 

Speriamo dunque che la memoria di Nicea ci aiuti a ricentrare la meditazione su Gesù Cristo, e ci porti a sentire la chiesa soltanto come profezia del Regno che viene, Sposa non ancora bella ma lumen lumens in aenigmate, chiesa che resta un mezzo per andare a Cristo, e non un fine.

 

Abbiamo bisogno di una chiesa che viva la solidarietà con il mondo, ma che testimoni le cose ultime senza cercare la gloria, il potere, il consenso in questo mondo.

 

Il sinodo attualmente vissuto dalla chiesa universale appare dunque come il kairós, il tempo propizio per una riforma, un cambiamento non della fede ricevuta dagli apostoli e resa viva dalla tradizione, ma del modo di vivere nella chiesa i diversi ministeri e una riforma delle formulazioni della dottrina e della morale sedimentate nei tempi passati, che sono sempre frutto di un tempo e di una cultura precisa. Non a caso il concilio Vaticano II ha ricordato per l’oggi della chiesa che esiste una gerarchia delle verità e che perciò bisogna sempre rinnovare il discernimento ecclesiale nel sentire e proclamare ciò che è rivelato per sempre distinguendolo da ciò che è detto e presentato in una particolare congiuntura storica.

 

È stato un bene che i vescovi della Conferenza episcopale tedesca abbiano potuto incontrare a Roma, in Vaticano, alcuni capi dicastero della curia romana. Ma leggendo con attenzione gli interventi degli uni e degli altri si ha l’impressione di un’incapacità di fondo a comprendere le ragioni dell’altro. Si intravedono i tanti pregiudizi ancora presenti, le paure tipiche nei confronti di alcune domande nuove, ormai non più eludibili, le allusioni a un possibile scisma che non è mai stato probabile, ma viene evocato come possibilità solo per impaurire o frenare nuove iniziative. Dobbiamo essere chiari sul fatto che non è possibile una riforma spirituale che non richieda e non comporti anche la riforma di alcune strutture: riformare è indispensabile perché lo richiede il Vangelo, non per “ammodernare” la chiesa o renderla più capace di abitare il mondo!

 

La riforma del Papato che Giovanni Paolo II ebbe il coraggio profetico di indicare come obiettivo urgente non può essere intesa solo come riforma spirituale: se si vuole l’unità della chiesa – una vera unità nella pluralità delle esperienze, una vera comunione visibile anche se mai perfetta qui sulla terra –, occorre che il Papato cambi forma di esercizio: così come viene esercitato agli ortodossi fa soltanto paura e in questa forma mai e poi mai potranno accoglierlo come ministero di comunione per la chiesa universale. Questo è un chiaro esempio di come sia necessario che una riforma spirituale diventi riforma dell’istituzione. Non basta per l’unità della chiesa un papa buono e santo ma occorre un papato plasmato dal Vangelo.

 

Questo appare necessario più in generale per la presenza e l’esercizio dei ministeri nella chiesa. Non è sufficiente a un vescovo essere formalmente santo a livello individuale perché sia anche un pastore secondo il modello non a caso più volte auspicato e descritto da Papa Francesco: un pastore in mezzo al gregge, davanti al gregge, dentro al gregge, un pastore che si sente pecora del Pastore dei pastori, Gesù Cristo! Ma occorre un episcopato con un altro volto, un altro esercizio.

 

Il mio timore è che il processo sinodale sia entrato in una fase in cui spaventa, destabilizza, e dunque suscita la reazione di chi vorrebbe svuotarlo di efficienza riformatrice. Sarebbe un disastro dopo tanta attesa, sarebbe un disprezzare il sensus fidei del popolo di Dio tanto sollecitato dal Papa. Vogliamo forse in questo processo sinodale smuovere le acque, tirar sassi nell’acqua e poi meravigliarci se le acque fremono e tirarci indietro fino a nascondere la mano?

 

Proprio per questo, attribuire molto più peso alla fede in Gesù Cristo e vivere la chiesa come luogo della sua signoria può darci il senso delle proporzioni e farci capire che è lui il Vivente che sta al centro del cammino, sta in mezzo e segue la chiesa. Questa sua presenza non ci abbandona e ci offre la luce per conoscere e praticare nuovi modi di vivere la chiesa e vivere in questo mondo con un’etica coerente con il suo Vangelo.

 

Determinante per l’esito dell’attuale percorso sinodale sarà comunque lo spazio che si lascerà all’espressione del sensus fidelium, risvegliato e richiamato più volte da Papa Francesco. Il Papa stesso, accogliendo questo dato della schietta tradizione cattolica, lo ha spiegato con chiarezza e contestualizzato per l’oggi della chiesa. Sappiamo dunque cos’è e di quale autorevolezza dispone essendo dono divino e agente dello Spirito santo. Ma come sarà riconosciuto nella sua azione? Questo resta per ora il problema. Attualmente le decisioni dei sinodi sono nelle mani del Papa o del vescovo, ma ad esse non potrebbe contribuire anche ciò che proviene dal sensus fidelium? Come dunque lasciare l’ultima parola al Papa o al vescovo – questo certamente –, ma nello stesso tempo permettere che intervengano nell’elaborazione delle decisioni di chi è primus anche gli altri, coloro che possiedono ed esercitano il sensus fidei? Non si tratta di costruire un sistema democratico affidando alla maggioranza il compito di prendere le decisioni, ma alla fine bisognerebbe comunque della maggioranza tener conto, o sospendendo la decisione in vista di un’ulteriore maturazione, o per trovare vie che non escludano ma riconcilino e salvaguardino la comunione nelle legittime differenze. Al Papa, al vescovo, spetterà il servizio di una comunione plurale, nella quale comunque lo Spirito santo ama dimorare e agire.

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