Il Blog di Enzo Bianchi

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​Fondatore della comunità di Bose

Padre Bianchi: “Addio all’ultimo Papa europeo”

05/01/2023 00:00

Davide D'Alessandro

Quotidiani 2023,

Padre Bianchi: “Addio all’ultimo Papa europeo”

Huffpost

"Ratzinger aveva a cuore le sorti e il ruolo dell’Europa. Vi spiego le differenze con Wojtyla e Bergoglio. Mi insegnò a imparare a vivere imparando a morire". Colloquio nel giorno dei funerali

Huffpost - 05 Gennaio 2023

 

Intervista di Davide D'Alessandro a Enzo Bianchi

Ho saputo della morte di Benedetto XVI, il 31 dicembre, mentre stavo leggendo l’ultimo, splendido libro di padre Enzo Bianchi, “Cosa c’è di là. Inno alla vita”, edito dal Mulino. Una casualità? Non so. Certo è che padre Bianchi era legato a Ratzinger da un sentimento di ammirazione, pur non condividendo alcune scelte del suo pontificato. Poi, lunedì ne ho letto il ricordo sensibile e gentile su “Repubblica” e ho pensato di chiamarlo. È stato ben felice di rispondere alle domande.

 

Mi dice qualcosa sull’emozione che provò nel giorno delle dimissioni di Benedetto XVI e quella provata alla notizia della morte?

 

Il giorno delle dimissioni non le attendevo, ma ero certo che sarebbero state vicine. Conoscendolo, non avrebbe mai continuato in condizioni di malattia. Quando lo vidi quasi trascinato dagli accompagnatori, pensai che le avrebbe date. Lui ha sempre teorizzato il servizio, è sempre stato lontano dalla sacralizzazione dell’autorità, del potere. In questo era estremamente radicale. L’umiltà era la sua forza. La sua persona contava poco, si decentrava. L’ultima volta che lo incontrai, parlammo proprio dell’arte di decentrarsi. Il 31 dicembre ho provato rincrescimento, ma la perdita era attesa. Si stava spegnendo come una candela. La vita ha limiti invalicabili e dobbiamo accettarli tutti. Lasciare la presa della vita è essenziale come uomini e come cristiani.

 

Possiamo dire che le dimissioni hanno rappresentato una morte simbolica, prima della seconda e definitiva?

 

Certamente, è morto due volte. Prima al ministero, poi alla vita. E in entrambi i casi lo ha fatto con grande dignità, affidandosi alla coscienza e alla preghiera. Quelle parole finali, “Signore, ti amo”, sono la sintesi di una vita spesa straordinariamente bene.

 

“Gesù non scese dalla croce”, disse Giovanni Paolo II scacciando l’idea delle dimissioni, Benedetto XVI invece scese. Anche per questo motivo è stato meno amato del predecessore?

 

Credo che un certo titanismo facesse parte del carattere del Papa polacco, ma non dobbiamo dire che sia sempre motivo di esemplarità. Io sentivo la distanza dall’eroismo di chi voleva restare sulla croce ostinandosi. Bisogna pensare a ciò che si può dare alla Chiesa. Se non si può dare, occorre retrocedere, fare il passo indietro. Poi, Wojtyla fu molto amato fuori dalla Chiesa, ma non dentro, come si pensa. Il suo fu un pontificato contradditorio. “Santo subito” da parte del popolo e di alcuni spiriti laici che vedevano affermarsi la sua forte azione politica, ma dentro la Chiesa si evidenziava il fatto di non aver favorito coerentemente lo sviluppo del Concilio Vaticano II. Ratzinger è stato poco amato perché era soprattutto un professore universitario, gentilissimo ma distaccato. Non si concedeva facilmente né alla gente né all’applauso. Gli applausi lo infastidivano. Per un grande teologo, molto raffinato, è più semplice entrare nell’agorà dell’intellettuali, che non nel cuore della gente. Ha espresso posizioni molto nette, chiare, in un momento di grande fluidità per la teologia e per la fede. Sarà riscoperta la sua grandezza quando leggeremo con attenzione le sue omelie. Li c’è la sostanza di ciò che resterà.

 

Che cosa vuol dire la scelta del nome Benedetto,  il fondatore del monachesimo occidentale?

 

Ratzinger è stato uomo di preghiera, di vita monastica anche in mezzo alla gente. Sembrava un monaco che usciva dalla cella, andava in ufficio a svolgere il proprio dovere e tornava alla cella. Ispirandosi a Benedetto, patrono dell’Europa, aveva una visione preoccupata per la stessa, ha sempre ritenuto che l’Europa potesse e dovesse avere una funzione nel mondo di civilizzazione e di ricordo dei valori di civiltà cristiana. Ratzinger è l’ultimo Papa europeo, con a cuore le sorti dell’Europa. Papa Francesco, come vediamo, sceglie le periferie del mondo, ma non ha ancora fatto viaggi pastorali nei grani centri europei. Non sente l’Europa come la sentiva Benedetto XVI.

 

Lei sa bene cos’è un monastero e nel monastero ha avuto modo di incontrarlo e di passeggiare con lui per i giardini vaticani. Come viveva la condizione di papa emerito?

 

Bene. Aveva interrogato a lungo la propria coscienza, incarnava una teologia raffinata della coscienza umana che pochi hanno nella Chiesa cattolica. Per lui vigeva il primato della coscienza. Fece santo Newman, che ricordava come anche da cattolico posso ascoltare il Papa ma ubbidisco soltanto alla mia coscienza. Questa frase, Ratzinger, l’ha ripetuta almeno dieci volte. Era punzecchiato dalla coscienza. Ha ascoltato la coscienza e l’ha seguita. Era molto sereno, anche se qualche volta ha sofferto per alcuni cammini che la Chiesa intraprendeva dopo di lui.

 

Quali sono stati i punti di forza e di debolezza del suo papato?

 

Il punto di forza, la sua teologia come primato della ragione. Pretendeva che la religione si confrontasse, si aprisse. La religione senza ragione, ha detto più di una volta, rischia di essere fanatismo, intolleranza e violenza. Pensi a Ratisbona e a quanto gli è costato. Come elemento di debolezza, direi che non era fatto per agire da pastore, non possedeva le armi necessarie per fare il pastore di una Chiesa plurale. Era inadeguato rispetto ai tempi che la Chiesa viveva. Si dimise anche per questo.

 

Riavremo ancora due Papi?

 

Penso che sia molto probabile. L’età si è allungata, ma le forze vengono meno prima. Anche Papa Francesco cammina con difficoltà, è costretto a ricorrere alla carrozzella. Per svolgere un ministero ampio ci vogliono notevoli forze fisiche, psichiche e spirituali che, dopo gli ottant’anni, declinano per tutti. Sono certo che Papa Francesco, nel caso di una grave impossibilità ad andare avanti, non avrà titubanze a dare le dimissioni. La figura sacrale del Papa che arriva fino alla morte è finita. Il popolo non ha più bisogno di eroismi e di titanismi per ritenerlo necessario alla Chiesa.

 

Il cardinale Bagnasco ha già indirizzato Ratzinger verso il Dottore della Chiesa, molti fedeli lo vorrebbero Santo subito. Concorda?

 

Non è giusto fare Santo subito nessuno. Sono stati fatti errori a proclamare Santi troppo velocemente e bisognerebbe abbandonare questo automatismo, prima Papa e poi Santo. Ci sono anche persone ammirabili e venerabili senza il sigillo della santità. Anche sul Dottore della Chiesa andiamoci piano. Dottori sono i grandi padri. Sarei più cauto.

 

Progressista e conservatore sono parole usurate dalla politichetta nostrana. Hanno senso all’interno delle dinamiche ecclesiastiche?

 

Non si può essere etichettati, però è vero che un Papa si contraddistingue per lo slancio verso il mondo e un altro per assenza di coraggio profetico. Negli ambienti ecclesiastici, il conservatore viene associato al sapiente, il progressista al profeta. Profeta fu Giovanni XXIII, conservatore Giovanni Paolo II.

 

Nel suo ultimo libro scrive di aver cercato sempre l’eternità. Come Ratzinger…

 

Assolutamente sì. Aggiungo però che il Papa aveva una fede nell’eternità molto più grande e salda di quella che ho io.

 

Si impara a vivere imparando a morire?

 

Proprio così. È una delle grandi riflessioni che facemmo durante la passeggiata nei giardini vaticani. Mi disse che vivendo entriamo nell’eternità, vivendo già oggi la vita eterna in Gesù Cristo.

 

C’è una parola personale del Papa emerito rivolta a lei in confidenza, una parola che si porta nel cuore?

 

Sì, alcune parole. Appena terminata la passeggiata, scendendo i gradini mi fermai su una panchina a trascriverle su un foglietto. Era un uomo buono, mite, aveva grande rispetto verso le persone. Lo ebbe con me, anche sapendo di alcuni miei disaccordi.

 

Ce ne ricorda uno?

 

Quando concesse la libertà di celebrare la messa con il rito pre-conciliare a tutti i preti, scrissi su “Repubblica” che ubbidivo ma non ero d’accordo.

 

Come Newman… Ovviamente non è possibile sapere che cosa ha trascritto su quel foglietto?

 

Ovviamente no.

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