Il Blog di Enzo Bianchi

Il Blog di Enzo Bianchi 

​Fondatore della comunità di Bose

Ars celebrandi

10/05/2007 01:00

ENZO BIANCHI

Riviste 2007,

Ars celebrandi

La Rivista del Clero Italiano

Pubblicato su: La Rivista del Clero Italiano - maggio 2007

 

Conferenza di  ENZO BIANCHI ai presbiteri della diocesi di Lille riunito per la celebrazione della Messa crismale del 2007 

 

L’eucaristia fonte della spiritualità del presbitero 
e epifania del suo presiedere la comunità cristiana

 

Il vescovo di Lille (Francia), mons. Gérard Defois, ha invitato fr. Enzo Bianchi,  a svolgere questa relazione al presbiterio della diocesi riunito per la celebrazione della Messa crismale del 2007.

Introduzione

 

A poco più di quarant’anni dalla riforma liturgica voluta dal concilio Vaticano II, per quanto concerne la sua attuazione si registrano stanchezze, ritardi, omissioni e anche contraddizioni gravi, dovute a nostalgie dell’ordo liturgico del passato. Tuttavia si può affermare che la riforma è stata recepita con convinzione dalla chiesa, e incomincia a mostrare tutta la sua fecondità e la sua capacità di «fare cristiani» e «fare chiesa». 

 

Certamente un «luogo» di crisi è quello della presidenza eucaristica, e ciò è dovuto soprattutto all’emergere di una nuova forma di presidenza ministeriale. In questo ambito si è resa urgente, a mio avviso, una riflessione sul rapporto tra eucaristia e presbitero, tra eucaristia e presidenza celebrativa, dunque sull’ars celebrandi. Tale riflessione è maturata in diverse occasioni in cui sono stato chiamato a ricercare e a confrontarmi, soprattutto con i presbiteri, sull’ars celebrandi. Devo confessare che in tale percorso mi è stata di grande aiuto anche la conoscenza e la pratica del rito tridentino per più di due decenni, quelli della mia formazione e della mia crescita nella vita ecclesiale.

 

1. Eucaristia e sacramento dell’ordine

 

Noi sappiamo che la chiesa trova la sua giustificazione e il suo senso nell’economia sacramentale, e dunque anche il presbitero in essa trova il suo posto. Nella chiesa, realtà sacramentale intera, ci sono degli uomini chiamati e inviati per porre nel mondo dei segni visibili, efficaci, dunque sacramentali, dell’azione di Dio avvenuta una volta per tutte in Gesù Cristo, e sempre comunicabile all’umanità attraverso la Parola e lo Spirito. Questi uomini siete voi presbiteri: attraverso di voi il Signore continua, in ogni tempo e in ogni luogo, a proporre la sua salvezza, mediante gesti, azioni e parole, mediante la vostra presenza che è segno, strumento, mediazione di quella salvezza operata da Cristo, sacramento di Dio. Qui sta la giustificazione del ministero presbiterale.

 

Voi presbiteri siete uomini scelti, chiamati, ordinati e inviati tra gli uomini, per significare visibilmente ciò che Dio liberamente e gratuitamente vuole e opera affinché «tutti gli uomini siano salvati» (1Tm 2,4): attraverso il vostro ministero Dio si fa vicino agli uomini tutti. Siete presbiteri in forza di un’ordinazione sacramentale, la quale vi abilita a porre azioni e parole sacramentali, capaci di manifestare che «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito» (Gv 3,16). Nello stesso tempo voi siete al servizio del popolo interamente sacerdotale che è la chiesa (cf. 1Pt 2,9; Es 19,6), e la vostra presidenza vi pone di fronte alla comunità cristiana per radunarla, compaginarla e inviarla. Non dovete mai dimenticare la duplice prospettiva che fonda il vostro ministero: voi rappresentate sacramentalmente il Cristo pastore, «l’unico mediatore tra Dio e gli uomini» (1Tm 2,5), il Cristo che raduna e conduce il suo popolo, ma rappresentate anche la chiesa, al servizio della quale realizzate la vostra azione. 

 

È in questa sacramentalità che si colloca la vostra presidenza eucaristica, perché proprio nell’assemblea eucaristica avviene l’epifania della sacramentalità del presbiterato. Vi è infatti un nesso intrinseco tra eucaristia e sacramento dell’ordine, ed è proprio ricordando questo che Benedetto XVI nell’esortazione post-sinodale Sacramentum caritatis chiede consapevolezza, coscienza: i presbiteri hanno una missione che è tutta relazione, da sé non possono fare nulla (cf. Gv 5,19.30). Essi sono e restano soltanto servi, e in quanto tali non devono mai mettere in primo piano se stessi e lo loro opinioni, ma soltanto il Kyrios, Gesù Cristo! Come Giovanni il Battezzatore devono saper diminuire di fronte al Signore (cf. Gv 3,30), e, soprattutto nella presidenza eucaristica, non devono ergersi a protagonisti dell’azione liturgica. 

 

Presiedere la chiesa è il ministero episcopale per eccellenza, che sintetizza tutto il sentire e l’agire apostolico nei confronti della comunità: il vescovo dunque, e per partecipazione il presbitero, quando presiede agisce in nome di Cristo, è icona di Cristo, così come agisce anche in nome della chiesa, quale rappresentante ufficiale e portaparola della comunità. Così il presbitero non è una semplice persona privata, ma la sua azione in nome della chiesa non sostituisce la partecipazione attiva dell’assemblea, anzi dovrebbe renderla possibile, perché la liturgia resta in ogni caso un’azione comune: quando presiede la liturgia, il presbitero non dimentichi che i fedeli non sono chiamati in assemblea a «vedere», ma ad «agire insieme», a celebrare insieme. Nella Christifideles laici, per es., Giovanni Paolo II afferma: «La celebrazione liturgica è un’azione sacra di tutta l’assemblea e non solo del clero»1.

 

Il ruolo del ministero ordinato non è dunque quello di sostituire l’assemblea, ma di portarla a percepirsi come celebrante, offrendole la possibilità di «vedere» ciò che il presbitero compie a suo nome. Solo così si onora una verità assoluta, cioè che la liturgia richiede di «stare davanti a Dio, in praesentia Dei», perché si sta davanti a lui con una presenza partecipata a ciò che accade, in una postura di vigilanza consapevole, accogliendo, ascoltando e lasciando risuonare in se stessi ciò che è rivolto all’assemblea, e rispondendovi con gesti, parole, canti e silenzi. Così i fedeli nella liturgia «fanno teologia», nel senso che vivono il mistero e ne fanno esperienza: celebrare è fare mistagogia, in senso letterale. E la liturgia non è solo segno della fede celebrata, ma è anche il luogo per eccellenza della pedagogia ecclesiale della fede. 

 

Nella realtà sacramentale dell’eucaristia, inoltre, guai se il presbitero non restasse nei limiti del suo essere segno, strumento all’interno di un’azione che è di Cristo Signore! Il protagonismo è indubbiamente una grande tentazione per chi ha il compito di reggere un’azione come quella liturgica, facilmente esposta al rischio di trasformarsi in «spettacolo». Ciò avviene quando la propria pietà e i doni personali vengono enfatizzati ed esposti: in tal caso i gesti liturgici non raccontano più l’azione di Dio, ma diventano azione di chi li compie. È per questo che Gregorio Magno sconsigliava a chi presiede l’eucaristia di dare manifestazione della propria devozione personale, in modo che il presbitero appaia solo quale servo di Cristo e della chiesa. 

 

Da parte del presbitero che presiede l’eucaristia occorre dunque una grande vigilanza e una grande lotta: contro lo ieratismo (di cui oggi si ha molta nostalgia, ma che in realtà è solo una «sacralità» fittizia a vantaggio di chi presiede, il quale appare come una figura che si stacca da un bassorilievo assiro e che sembra affetta da sindrome extrapiramidale…); ma anche contro la familiarità sciatta, che banalizza le parole e i gesti, finendo per dare vita a un falso cameratismo di amici e compagni. La celebrazione richiede serietà, richiede che chi presiede sappia mostrare l’autorevolezza, l’exousía di ciò che dice e fa, anche in situazioni di povertà e persino di miseria, quella di assemblee poco numerose e magari composta quasi totalmente di donne e uomini anziani… 

 

Quando invece da parte del presbitero vi è eccesso di espressione sentimentale o quando ci si fida troppo dell’ispirazione personale, si arriva anche a cadere nell’esibizionismo che trasforma la liturgia in «teatro», in scena religiosa mondana, non cristiana. In questo caso avviene purtroppo che chi presiede cessa di «fare segno» e, di fatto, seduce (dal latino se-ducere: attrarre a sé!), pervertendo la liturgia nel suo scopo, che è quello di portare a Cristo e, attraverso di lui, a Dio Padre, grazie all’azione dello Spirito santo e non allo stupore suscitato da chi celebra. È in questo senso che Benedetto XVI scrive: «Raccomando al clero di approfondire sempre più la coscienza del proprio ministero eucaristico come umile servizio a Cristo e alla chiesa»2, e ricorda che il ministero è amoris officium, «ministero dell’amore», secondo l’espressione di sant’Agostino3. 

 

Per questo voi presbiteri non dovete lasciare che la vostra sacramentalità sia ridotta a mera funzionalità, soprattutto in quest’epoca del progresso della razionalizzazione, del recul du sens (Paul Ricoeur): voi non siete dei funzionari di Dio!

 

 

2. Eucaristia fonte di spiritualità per il presbitero

 

Sono profondamente convinto che la vostra «spiritualità» non consiste in null’altro se non nella vita spirituale vissuta in ciò che voi fate come presbýteroi, come ministri della chiesa di Dio: una sola è la spiritualità della chiesa, fondata sul battesimo e nutrita dalla Parola di Dio e dai santi sacramenti, anche se essa è vissuta in modo diversificato a seconda della grazia e della situazione in cui il Signore ha voluto il suo servo. 

 

Purtroppo esistono ancora dei tentativi di proporre una «spiritualità» presbiterale che potremmo chiamare «spiritualità del genitivo», fondata cioè sulla declinazione di singoli aspetti della vita del presbitero: «spiritualità eucaristica», «spiritualità diocesana», «spiritualità della carità pastorale»… Al contrario, l’autentica spiritualità del presbitero può solo essere alimentata e vissuta attraverso il compimento del suo ministero. In altre parole, è nell’esercizio del loro ministero che i presbiteri crescono nella fede e approfondiscono la loro vita spirituale: preparandosi ad annunciare la Parola e proclamandola, infatti, essi nutrono anche se stessi; celebrando l’eucaristia entrano più profondamente nel mistero pasquale; come ministri della riconciliazione impregnano la loro vita di misericordia; cercando di annunciare il Vangelo, oggi e agli altri, lo comprendono meglio essi stessi; nel confronto e nel dialogo con i non cristiani misurano l’obbedienza alla propria fede; ascoltando i fratelli e le sorelle, e portando le loro ferite, assumono il volto del «buon pastore che depone la vita per le pecore» (cf. Gv 10,11). 

 

Ma cerchiamo di cogliere soprattutto la liturgia eucaristica come fonte della spiritualità del presbitero. Da più parti si denuncia tra i presbiteri «la perdita del senso della celebrazione», «un deficit cerimoniale» (Jean-Yves Hameline), e purtroppo talora si imputa questo alla riforma liturgica del Vaticano II, soprattutto da parte di chi nutre nostalgia per un passato «mitico», riletto in modo parziale e ideologico. In realtà i rischi ci sono, ma vanno interpretati con attenzione, sincerità e accuratezza di informazioni. È vero che la presidenza eucaristica nella celebrazione può ridursi a mera funzione organizzativa, in particolare là dove la dimensione simbolica non è percepita o non è curata. È vero altresì che, se la celebrazione stessa cede all’esigenza operativa, se è pensata come strumento di educazione morale, come momento per offrire un’etica o una pedagogia alla comunità, allora non si celebra un culto, ma si fa della didattica. Infine – e forse questa è la deriva più attestata e pericolosa – se la celebrazione è ripetuta senza serietà, senza sincerità, si finisce per acconsentire a una spersonalizzazione del celebrante, che cade vittima del ruolo e della routine… In queste condizioni la liturgia non può essere fonte di spiritualità per il presbitero, ma può addirittura diventare per lui contraddizione. 

 

Occorre invece riscoprire che dalla liturgia, e in modo particolare dall’eucaristia, deriva la grazia come da una sorgente: dall’eucaristia si ottiene quella santificazione degli uomini e quella glorificazione di Dio in Cristo verso la quale convergono, come al loro fine, tutte le altre attività della chiesa. Sicché il presbitero, proprio nella presidenza della celebrazione, opera di tutta l’assemblea, vede plasmata la sua esistenza spirituale. In ogni celebrazione che presiede egli è chiamato ad essere colui che fa memoria viva di Gesù Cristo morto e risorto, colui che canta la lode al Padre per il mistero della sua grazia, colui che nello Spirito santo intercede e invoca a nome di tutta l’assemblea, colui che inizia i fratelli al mistero cristiano… 

 

Così la celebrazione alimenta la vita spirituale del presbitero e ne plasma tutti gli aspetti collegati con l’esercizio del suo triplice ministero: quello della Parola, quello del sacramento, quello della comunione. Il presbitero si sottopone al giudizio della Parola, da essa è evangelizzato e, fatto servo di questa Parola (cf. Lc 1,2), ne diventa ministro e la annuncia. Il presbitero non solo è nutrito dal Corpo e Sangue del Signore, come ogni battezzato, ma proprio a causa della sua sacramentalità è ricondotto ad assumere i tratti di colui che spende e dà la vita per gli altri e in offerta al Padre. Il presbitero non solo distribuisce il Corpo e il Sangue di Cristo, ma egli pure li accoglie come dono attraverso cui diventa un solo corpo con l’assemblea, con la chiesa presieduta dal vescovo, con la chiesa santa di Dio nel mondo e con quella già in cielo. 

 

Ecco la fonte della sua vita spirituale: quella dei suoi fratelli, di tutta la chiesa, ma una fonte che lo vede in un rapporto particolare e preciso con i gesti e le parole che costituiscono l’evento liturgico. Se sant’Agostino poteva asserire: «Non bisogna credere che il Cristo sia nel capo senza essere anche nel corpo, ma egli è tutto intero nel capo e nel corpo» (4), tanto più il presbitero che presiede l’eucaristia deve sentirsi parte del corpo, e come il corpo trarre da Cristo la grazia, pur essendo anche segno di Cristo di fronte alla comunità. 

 

Va inoltre messo in rilievo che il presbitero, per trarre dalla sua presidenza della liturgia la linfa della sua vita spirituale, deve soprattutto essere assiduo alla Parola di Dio contenuta nelle sante Scritture e assiduo alla preghiera liturgica. Per farsi servo della Parola, per essere evangelizzato dalla Parola, occorrerà che egli si dedichi assiduamente alla lectio divina, questo incontro meditativo-orante con la Parola che è una celebrazione dell’alleanza tra Dio e il credente. È stato Giovanni Paolo II a raccomandarla ai presbiteri nella Pastores dabo vobis (5), ma anche a tutti i cristiani nella Novo millennio ineunte (6). Voi presbiteri siete «affidati alla Parola» (cf. At 20,32), dice Paolo nel discorso di Mileto, e solo così a voi può anche essere affidata la Parola, affinché compia la sua corsa tra gli uomini (cf. 2Ts 3,1). 

 

Nella stessa celebrazione dell’eucaristia il presbitero attinge la vita spirituale: se l’eucaristia è azione di grazie, allora attraverso di essa si può imparare ad assumere lo stupore del ringraziamento e della riconoscenza; se è memoria dell’offerta della vita, da essa si è spinti a lasciarsi coinvolgere in questa azione compiuta da Cristo a favore dei fratelli; se è comunione, essa orienta sempre più all’unità da viversi con Dio e con gli uomini. 

 

Infine è necessaria da parte del presbitero anche una frequentazione del Messale, dell’eucologia in esso contenuta, e una sua comprensione sempre più approfondita: quanto più c’è consonanza tra il Messale, tra ciò che voi dite (la vox), e ciò che di esso conoscete (la vostra mens), tanto più voi potrete presiedere liturgie serie, convinte, in cui «mens concordet voci» (7) e così sia visibile la verità di ciò che voi celebrate.

 

3. Eucaristia: l’ars celebrandi del presbitero

 

La parte più innovativa della Sacramentum caritatis è indubbiamente quella che porta come titolo: Ars celebrandi, e che interessa in modo decisivo, anche se non esclusivo, i presbiteri, a causa della loro presidenza liturgica. Tale presidenza è «un compito imprescindibile che spetta a coloro che hanno ricevuto il sacramento dell’ordine» (8), anzi è il loro compito principale e primordiale: il fatto che nella chiesa antica tutti i sacramenti fossero celebrati nel contesto eucaristico esprimeva il primato di questo ministero del «presiedere». La Sacramentum caritatis dichiara che «vescovi, presbiteri e diaconi devono considerare la celebrazione come loro principale dovere» (9), perché «tutti i sacramenti e tutti i ministeri … sono strettamente uniti alla sacra eucaristia e ad essa sono ordinati» (10). Lo stesso concilio Vaticano II aveva dato un’indicazione chiara in proposito: «I pastori devono essere attenti affinché nell’azione liturgica non solo si osservino le leggi di una celebrazione valida e lecita, ma anche i fedeli partecipino ad essa in modo consapevole, attivo e fruttuoso» (11). 

 

Ma cos’è l’ars celebrandi (12)? Essa è un’arte della celebrazione, in modo da ottenere una partecipazione adeguata da parte dell’assemblea a ciò che si celebra: «actuosa participatio» (13), «partecipazione attiva» di tutti i credenti, che nell’ecclesia devono mostrare di mettere in atto la qualità di popolo scelto, chiamato da Dio quale sacerdozio regale e gente santa (cf. 1Pt 2,9). Molti e diversi sono gli elementi che concorrono a un’efficace ars celebrandi: l’architettura, l’iconografia, il canto, la parola, il silenzio, i gesti, le vesti liturgiche… Vari sono i registri della comunicazione, che devono coinvolgere il credente in tutte le sue dimensioni e farlo uscire dalla sua individualità, per condurlo ad aprirsi all’identità comunitaria dell’intero corpo di Cristo, di cui egli è membro. 

 

La liturgia predispone uno spazio e un tempo «altri» rispetto a quelli dell’esistenza quotidiana. Potremmo addirittura affermare che la liturgia è un «non-luogo», non nel senso che non sia abitabile, ma nel senso che lo è in altro modo: essa richiede infatti di uscire dallo spazio della vita quotidiana per entrare in uno spazio diverso, particolare; e anche il tempo è «altro», sabbatico, caratterizzato da una presa di distanza dal fare, dal pensare, dal sentire quotidiano, e appare quasi come sospeso… Sì, la liturgia è spazio e tempo di raccoglimento, è un modo altro di abitare il presente: ed è proprio questa alterità che permette di coniugare passato, presente e futuro, cielo e terra, facendoci intravedere che è all’opera la ricapitolazione di tutta la realtà in Cristo, le realtà del cielo e quelle della terra, quelle temporali e quelle eterne (cf. Ef 1,8-10; Col 1,15-20). Quando si entra nello spazio e nel tempo liturgici, di fatto ci si accosta alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme del cielo, a miriadi di angeli, all’assemblea solenne … agli spiriti dei santi giusti» (Eb 12,22-23)! 

 

I partecipanti alla celebrazione devono perciò impararne la grammatica e la sintassi propria, in modo da entrare nella dinamica sempre orientata al «per visibilia ad invisibilia» (14): attraverso le realtà visibili, i segni, essi sono condotti alle realtà invisibili, interiori, quelle che si comprendono con i sensi spirituali, alla luce della fede. La liturgia deve mostrare che Cristo Signore è la fonte della vita cristiana, deve «fare segno» verso di lui attraverso il linguaggio che le è proprio, con il senso che è specificamente suo e che sta nell’ordine simbolico. Proprio attraverso il linguaggio simbolico e attraverso una serie di azioni coordinate tra loro la liturgia crea un tessuto comune tra parola, azione e realtà significata, tra il visibile e l’invisibile. Infatti, come scrive san Massimo il Confessore, «la visione simbolica (symbolikè theoría) delle cose intelligibili attraverso le cose visibili è scienza spirituale» (15). A ragione, un autore moderno, Paul De Clerck, ha scritto: «Non si tratta di partecipare alla liturgia esprimendo idee belle, ma al contrario bisogna lasciarsi coinvolgere da un’azione fatta di parole e gesti che vogliono trasformare le nostre idee e la nostra vita» (16). La logica del «mens concordet voci» richiede di tenere come punto di partenza la mediazione simbolica, di ricevere i mysteria celebrati nell’atto stesso della loro produzione attenta e, quindi, di interiorizzarli come tali, accogliendo la conoscenza, lo stupore, la lezione che essi ci donano. 

 

Ma io desidero qui soffermarmi in particolare sull’ars celebrandi di chi presiede la liturgia, perché è soprattutto dalla sua presidenza che tutta la celebrazione è articolata, unificata, guidata e autenticata. La prima condizione consiste nella consapevolezza profonda e chiara che il presbitero deve avere di se stesso nella celebrazione eucaristica: egli infatti «fa segno» o, come si dice nella teologia orientale, «fa icona» (17). Proprio per questo egli indossa le vesti liturgiche prescelte, che sono in sé «linguaggio», veicolano messaggi necessari alla pienezza della celebrazione. Quando il presbitero entra nell’assemblea eucaristica, non vi entra come un qualsiasi fedele, perché egli fa segno al Cristo Veniente in mezzo ai suoi; fa segno al Cristo quando predica la Parola all’ambone; fa segno al Cristo quando spezza il pane eucaristico… C’è un modo di camminare, di sedersi, di parlare, di fare gesti che, se rimane inscritto nella banalità dei gesti comuni e quotidiani, non fa segno, anzi ostacola la possibilità di «vedere oltre» da parte di chi partecipa alla liturgia. Sì, è vero che le azioni sono umane e tali restano nella liturgia – prendere il pane, spezzarlo, mangiare, accendere un cero, aprire un libro –, ma per fare segno devono essere strappate alla logica utilitaristica o, peggio, a quella di un comportamento distratto, meccanico e abitudinario, per essere investite di un nuovo significato nel contesto rituale e sacramentale cristiano. Chi presiede deve assolutamente essere capace, da un lato, di operare questo movimento di presa di distanza e di distinzione e, dall’altro, di operare una disposizione di senso: i suoi gesti e le sue parole devono sempre mirare a questo, altrimenti nulla è narrato e non si è condotti agli «invisibilia» (18). 

 

Nell’azione liturgica «dire è fare», perché chi legge le sante Scritture o canta un Salmo è anche impegnato in un fare, che va al di là delle sue parole; e nello stesso tempo «fare è dire», perché ogni gesto liturgico (alzarsi, sedersi, inchinarsi, abbracciarsi…) costituisce un vero linguaggio. L’attività di chi presiede la liturgia è dunque un’attività di tipo poetico, è come una creazione di senso e di comunione tra i partecipanti: occorre far emergere la bellezza in ciò che si dice e nei gesti che si compiono, perché la bellezza è «servante», è al servizio della liturgia affinché nella semplicità appaia l’inenarrabile, si percepisca l’indicibile, si possa «gustare quanto è buono il Signore» (cf. Sal 34,9), del quale nella liturgia si è servi. 

 

Se c’è una bellezza del sacramento, allora il ministero di chi presiede è anche ministero di bellezza. Purtroppo in questi ultimi decenni si è a tal punto insistito sull’animazione liturgica, da ridurre chi presiede a un «animatore dell’assemblea» – espressione orribile! –, mentre poco si è meditato e ci si è impegnati nell’ars celebrandi: in tal modo è però avvenuto un immiserimento della liturgia, un’afasia che ha annoiato e annoia ministri e fedeli… E quando non c’è più l’attenzione, la cura affinché emerga quella bellezza che è sempre eloquenza efficace del gesto e della parola, allora appaiono il meccanicismo del celebrare, il recitare un testo al quale non si aderisce, la cantilena, un ripetere azioni senza essere soggetto capace di dar loro forza e comunicazione; in tal caso nel presbitero non c’è più exousía, autorevolezza, ma in lui prevale l’aspetto del funzionario, del mestierante, di chi fa qualcosa per professione e ruolo, ma senza convinzione (19). 

 

Ancora, «mens concordet voci» significa assunzione della vox ecclesiae, della voce della chiesa che prega e parla a Dio, e in questa consonanza, in questa concordia tra ciò che si dice con le labbra e ciò che si pensa con il cuore, diventa capacità di dare all’assemblea la possibilità della comprensione, dell’interpretazione e della celebrazione del mistero. Chi presiede la liturgia ha il compito di vegliare, di predisporre tutto, di far sì che avvenga una tradizione corretta di un rituale che si è ricevuto, che non si è inventato: parole dette prima di lui da altri e dette simultaneamente da altre assemblee cristiane; una casa, la chiesa in cui si fa assemblea, che è stata costruita da altri; una tavola presieduta da un altro, il Signore che ha offerto e invitato al banchetto. Sì, il presbitero che presiede – come già abbiamo detto – «fa segno», in-segna, e per questo tutto il suo corpo, la sua mente e il suo cuore devono essere impegnati in un servizio, un vero servizio della comunità, che richiede uno stile, un’eloquenza che resti sempre al servizio della comunità, non al proprio servizio. 

 

Sono ben consapevole che oggi nella celebrazione prevista dalla riforma liturgica, in cui il presbitero assume la posizione versus populum, l’ars celebrandi è diventata molto più difficile. Ho frequentato quotidianamente, per ben quindici anni, la Messa «detta» secondo il Messale di S. Pio V, e ricordo benissimo come l’essere rivolto all’altare, con le spalle volte al popolo, permetteva al presbitero di assumere volti e sguardi che sfuggivano all’osservazione dell’assemblea. In quel contesto era sufficiente che il celebrante assumesse uno ieratismo corporale, generato e assunto tramite un addestramento lungo e meticoloso: bastava questo perché egli desse voce a parole irrigidite in una lingua, quella latina, che suonava come straniera, a gesti fissati con rubriche secolari, che li avevano imprigionati in stereotipi super-controllati… Straordinaria Messa quella, dai tratti – per così dire – «dionisiaci» (20). 

 

La liturgia eucaristica prevista dalla riforma conciliare richiede invece altri registri: se si continua con quelli tridentini si finisce per screditare la liturgia stessa e far cadere il rito nella noia e nell’insignificanza. Nella liturgia attuale, infatti, il presbitero rivolto verso il popolo deve sapere che i gesti, i movimenti degli occhi, le posture, gli sguardi, i suoi tratti più o meno devoti, sono altrettanti registri di espressione osservati da tutti, attraverso i quali egli – lo voglia o meno – comunica qualcosa all’assemblea. Inoltre, la posizione «faccia a faccia» è certamente molto efficace per una partecipazione consapevole e fruttuosa alla tavola del Signore, ma dovrebbe non essere l’unica nella celebrazione eucaristica. Quando il presbitero invita alla preghiera, resta in silenzio e poi rivolge l’orazione al Padre (al momento della colletta iniziale, dell’oratio fidelium o del post communionem), dovrebbe orientarsi verso l’altare e verso la croce, con tutto il popolo a nome del quale si indirizza a Dio. Allo stesso modo, all’inizio della celebrazione, durante l’atto penitenziale, perché il presbitero non resta rivolto all’altare insieme all’assemblea per la confessione dei peccati e l’invocazione del perdono? In questo modo egli non attirerebbe gli sguardi su di sé, ma risulterebbe decentrato e inviterebbe gli sguardi di tutti a sintonizzarsi con il suo verso l’altare o la croce… 

 

Al termine di questi pensieri sull’ars celebrandi del presbitero, vorrei mettere in evidenza alcune urgenze. Innanzitutto appartiene all’ars celebrandi la capacità di mostrare che la celebrazione eucaristica non è un insieme di riti, ma un unico e unito atto di culto (21): liturgia della Parola e liturgia eucaristica formano un’unica azione, e unico è il pane di vita che viene offerto dalla mensa della Parola di Dio e del corpo di Cristo, quale nutrimento dell’assemblea (22). La celebrazione eucaristica è celebrazione della nuova alleanza tra Dio e il suo popolo: essa deve risultare manifesta dalla concatenazione e dall’unità di atti attraverso i quali 

 

a) il popolo è radunato in assemblea, 

 

b) all’assemblea è dato il dono della Parola, 

 

c) si sancisce l’alleanza nel corpo e nel sangue di Cristo, «l’unico mediatore» (1Tm 2,5). 

 

Il presbitero deve avere exousía quando predica la Parola, deve cioè essere investito dalle energie dello Spirito santo attinte nella preghiera, nella meditazione e nello studio contemplativo delle sante Scritture. E quando presiede la liturgia della Parola deve ricordarsi che essa non è «liturgia delle letture», e perciò deve essere realizzata attraverso una ritualità, attraverso gesti e azioni da compiere con consapevolezza: andare all’ambone è necessario, aprire il Libro è eloquente, fare sì che all’assemblea giunga una Parola che viene da altrove, Parola rivoltale da Dio, è determinante! Il culto cristiano è loghikè latreía (Rm 12,1), cioè culto secondo il lógos, culto offerto a Dio e attraversato dalla Parola di Dio. 

 

Il presbitero deve però essere ricolmo di autorevolezza non solo nel parlare, ma anche nel «fare segno» riguardo al pane e al vino che diventano corpo e sangue del Signore, attraverso la sua azione e le sue parole, fatte preghiera al Padre. Mettere in risalto l’epiclesi, con la quale lo Spirito è invocato sui doni e sull’assemblea; raccontare con parole e gesti l’istituzione, memoriale eterno della Pasqua di Cristo; spezzare il pane, azione che ha anche dato il nome all’eucaristia (cf. Lc 24,35; At 2,42; 20,7): sono tutte azioni che devono mostrare l’exousía di chi le compie e devono essere «raccontate con efficacia» all’assemblea. 

 

Qui si impone una precisa domanda: quale conoscenza approfondita delle anafore del Messale di Paolo VI, quale assunzione della loro ricchezza spirituale c’è realmente stata da parte dei presbiteri, oltre che dei fedeli? L’ars celebrandi dipende innanzitutto dalla consapevolezza di ciò che si proclama e si opera; di ciò che, essendo sovente ripetuto, può scadere a mera recitazione, non sostenuta da convinzione e forza. Se infatti non c’è un Amen preventivo, un affermare con convinzione: «Così è! e io vi aderisco» da parte del presbitero, è difficilmente possibile l’Amen dell’assemblea, la quale risponde a ciò che le viene proposto come mistero cui aderire.

 

Conclusione

 

Il concilio Vaticano II ha ribadito a chiare lettere che «ogni celebrazione liturgica, in quanto opera di Cristo sacerdote e del suo corpo, che è la chiesa, è azione sacra per eccellenza, e nessun’altra azione della chiesa, allo stesso titolo e allo stesso grado, ne eguaglia l’efficacia» (23)! Sì, «la liturgia è il culmine verso cui tende l’azione della chiesa e, insieme, la fonte da cui promana tutta la sua forza» (24). Proprio per questo essa dev’essere centrale nella vita ecclesiale e, di conseguenza, nella vita del presbitero: è nella liturgia che egli è e si mostra massimamente quale ministro di Cristo e amministratore dei misteri di Dio (cf. 1Cor 4,1), ministro della nuova alleanza (cf. 2Cor 3,6). La liturgia, leitourghía, è opera comune e pubblica, è luogo di comunione che deve favorire il «diventare corpo» dell’assemblea, la comunione di fratelli e sorelle tra loro e con Dio, la presenza della chiesa nella compagnia degli uomini e nella storia, mentre partecipa alla liturgia del cielo, attorno all’Agnello diventato Pastore (cf. Ap 5,6-6,17; ecc.). 

 

Si tratta dunque di attribuire all’azione liturgica la sua piena centralità: se infatti tale centralità non è reale nella vita del presbitero, allora tutto il suo ministero ne risente ed è svuotato. Solo quando viene celebrata con autentica e rinnovata fede, la liturgia trasforma la vita, celebra la vita e dà forma, plasma la vita stessa del presbitero, che proprio nella presidenza eucaristica trova il fondamento al ministero di presidenza della comunità. Il presbitero è dall’eucaristia e per l’eucaristia: in essa lo Spirito santifica la chiesa, ma santifica anche il presbitero. Non dimenticate che anche quando celebrate le più umili eucaristie, magari in paesini sperduti o in anonime situazioni urbane con poche persone, sovente anziane, se voi celebrate con la tensione dovuta e con serietà e convinzione, spezzando il pane della Parola e partecipando all’unico pane eucaristico, voi edificate la chiesa e partecipate all’azione del «Pastore dei pastori» (1Pt 5,4), Gesù Cristo!


(1) Giovanni Paolo II, Christifideles laici 61.
(2) Benedetto XVI, Sacramentum caritatis 23.
(3) Agostino, In Iohannem 123,5.
(4) Ibid. 21,8.
(5) Cf. Giovanni Paolo II, Pastores dabo vobis 26.47.
(6) Cf. Id., Novo millennio ineunte 39.
(7) Regula Benedicti 19,7.
(8) Benedetto XVI, Sacramentum caritatis 39.
(9) Ibid.
(10) Ibid. 16; cf. Presbyterorum ordinis 5.
(11) Sacrosanctum concilium 11.
(12) Sull’ars celebrandi in verità pochi sono i contributi finora editi: decisivi e di grande intelligenza liturgica sono quelli di Jean-Yves Hameline, raccolti nel suo Une poétique du rituel, Cerf, Paris 1997. Si vedano soprattutto i capitoli: Observations sur nos manières de célébrer (pp. 35-49) e De rebus liturgicis (pp. 73-90).
(13) Sacrosanctum concilium 30.
(14) Agostino, De civitate Dei X,4.
(15) Massimo il Confessore, Mistagogia II (PG 91,669D).
(16) P. De Clerck, L’intelligence de la liturgie, Cerf, Paris 20052, p. 36.
(17) Cf. M. Scouarnec, Présider l’assemblée du Christ, Atelier, Paris 1996, pp. 159-181.
(18) Cf. L.-M. Chauvet, «La présidence liturgique dans la modernité. Les chances possibles d’une crise», in J. Lamberts (ed.), «Ars celebrandi»: The Art to Celebrate the Liturgy. L’art de célébrer la liturgie, Peeters, Leuven 2002, pp. 49-64.
(19) A tale proposito va ricordato che Benedetto XVI, nella collatio con i presbiteri della diocesi di Albano (31 agosto 2006), in risposta a una domanda di don Vittorio Petruzzi ha spiegato con straordinaria finezza e precisione in che cosa consiste l’ars celebrandi (cf. La Traccia, luglio-agosto 2006, pp. 821-823). La sua è una parola magisteriale da accogliere con gratitudine.
(20) Nel senso dello Pseudo-Dionigi l’Areopagita, pensatore neoplatonico cristiano del IV sec. d.C., che tanto ha ispirato la riflessione teologica cristiana. Per quanto attiene il nostro tema, si può affermare che nella Messa post-tridentina, alla quale i fedeli «assistevano», era possibile intravedere una ierofania dell’ecclesiologia di tipo gerarchico, dovuta alle riletture medioevali di Dionigi; anche il clima generale era dionisiaco, per la raccomandata «species devotionis» con cui il ritus servandus era eseguito «reverenter, attente et devote». Cf. J.-Y. Hameline, «Célébrer “dévotement” après le Concile de Trente», in La Maison-Dieu 218 (1999/2), pp. 7-37.
(21) Cf. Sacrosanctum concilium 56.
(22) Cf. Dei Verbum 21.
(23) Sacrosantum concilium 7.
(24) Ibid. 10.

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