Il Blog di Enzo Bianchi

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​Fondatore della comunità di Bose

Riorientare la preghiera liturgica?

01/06/2006 01:00

ENZO BIANCHI

Quotidiani 2006,

Riorientare la preghiera liturgica?

Avvenire

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1 giugno 2006

Conversi ad Dominum. Rivolti al Signore. Questo incipit dell’orazione con la quale sant’Agostino invitava l’assemblea a volgersi verso oriente per la preghiera eucaristica è divenuto l’emblema del dibattito sull’orientamento della preghiera liturgica. Il presbitero che sta all’altare non più volgendo le spalle ai fedeli ma celebrando versus populum (in direzione del popolo), è divenuto la figura principale, quasi il simbolo di tutte le novità introdotte dalla riforma liturgica voluta dal Vaticano II. Benché di esso non si trovi traccia nella Costituzione liturgica Sacrosanctum concilium, e benché, in effetti, non vi sia mai stata alcuna norma che lo rendesse esplicitamente obbligatorio, esso si è imposto universalmente nella chiesa cattolica con la forza propria dei simboli, prevalendo ampiamente sulle sfumature e le sottigliezze della normativa liturgica. Papa Paolo VI, il quale seguì da vicino la riforma liturgica in tutte le sue fasi, vagliando con la sua autorità su ogni singola decisione, ha impersonato lui stesso per primo la figura del celebrante versus populum, divenendo in qualche modo modello per tutta la chiesa.

 

Mentre la nuova prassi liturgica si è andava affermando, già nasceva un acceso dibattito sulla posizione del presbitero all’altare. A tutt’oggi il dibattito continua a opporre quanti invocano il ritorno al comune orientamento del presbitero e dell’assemblea e coloro che, al contrario, difendono con forza le ragioni della riforma liturgica. Di fronte alla progressiva polarizzazione delle posizioni via via assunte dai più autorevoli liturgisti e studiosi, nella prefazione al saggio dell’oratoriano inglese Uwe Michael Lang del 2003 consacrato all’orientamento della preghiera liturgica, l’allora cardinale Joseph Ratzinger invitava a un dibattito pacato “non condannandosi reciprocamente, ma ascoltando attentamente gli uni gli altri … Non si giunge ad alcun risultato etichettando le posizioni come ‘preconciliari’, ‘reazionarie’, ‘conservatrici’ oppure come ‘progressiste’ ed ‘estranee alla fede’; serve una nuova apertura reciproca”.

 

La recente pubblicazione in italiano del saggio di Michael Lang ha non solo riacceso il confronto, ma sembra aver esteso l’oggetto del dibattere ben al di là della ristretta cerchia degli studiosi, così che l’orientamento della preghiera da problematica accademica è divenuto tema di attualità ecclesiale. Lo studio di Lang rappresenta un notevole passo in avanti rispetto a quanti invocano il ritorno dell’orientamento ad est di tutte le chiese come condizione necessaria per una liturgia fedele alla tradizione. Pur dimostrando il profondo significato del rivolgersi verso est nella celebrazione eucaristica, lo studioso inglese osserva al contempo come “il significato intrinseco di questo gesto liturgico trascende il fatto di volgersi semplicemente verso uno dei punti cardinali. In effetti ‘l’orientamento liturgico’ in senso ideale può persino prescindere da uno stretto contesto geografico. Qui si tratta dell’orientamento comune del sacerdote e dell’assemblea nella preghiera liturgica” (p. 73). Riconoscendo che la posizione verso est del presbitero all’altare e con lui dei fedeli non è una tradizione fondamentale della liturgia cristiana, Lang raggiunge quanto già affermato da Louis Bouyer, per il quale “non bisogna tanto vedere la materialità dell’antica tradizione, quanto il suo senso. Se realmente il simbolo materiale non può essere mantenuto, bisogna trovare qualche altra maniera di esprimerne il senso. Il fatto che la celebrazione eucaristica abbia un orientamento escatologico … deve certamente essere messo in risalto, in una maniera o nell’altra, ovunque i cristiani si radunino per l’eucaristia” (Architettura e liturgia, p. 61).

 

Questo è un dato che l’attuale dibattito sull’orientamento pone alla nostra attenzione e che non può essere ignorato. È innegabile osservare che l’orientamento, inteso come espressione della dimensione escatologica della celebrazione eucaristica e come narrazione del popolo di Dio in cammino verso il Regno, sia oggi sovente mancante nelle nostre liturgie. Si ha spesso l’impressione che l’assemblea dei fedeli sia “disorientata”, ovvero che non abbia mai nella preghiera quella direzione unica e chiara in grado di esprimere e significare la sua tensione escatologica. L’orientamento liturgico, che è il volgersi dell’assemblea per pregare verso un’unica direzione, rimane dunque un elemento che attende di essere recuperato in tutto il suo valore.

 

Michael Lang, richiamando l’attenzione sulla comune direzione del presbitero e dell’assemblea nella preghiera, chiede di fatto che il presbitero all’altare torni a volgere le spalle ai fedeli durante la preghiera eucaristica. Questo è il punto certamente più delicato e dunque più dibattuto, che tuttavia rappresenta un tema di grande importanza. Insieme a Lang ci sembra di poter affermare, anzitutto, che la continua e ostinata posizione frontale, vis-à-vis, del presbitero rispetto all’assemblea rappresenta un serio problema nell’attuale prassi liturgica. Dall’inizio al termine della liturgia, sia egli alla sede, all’ambone e poi all’altare, il presbitero si pone sempre e solo frontalmente rispetto all’assemblea, qualunque sia la sua parola o il suo gesto liturgico. Il persistente faccia a faccia oscura una verità teologica fondamentale: la liturgia è opus Dei, è opera di Dio e l’assemblea è anzitutto alla presenza di Dio che l’ha convocata a sé. Di fronte a questo eccessivo protagonismo del presbitero Hans Urs von Balthasar vi ha visto una nuova forma di clericalismo: “Si ha la sensazione che la liturgia post-conciliare sia divenuta più clericale di quanto non fosse nei giorni in cui il sacerdote era un semplice servitore del mistero che veniva celebrato”. Non è per nulla necessario che la sede presidenziale stia in posizione frontale rispetto ai fedeli, come del resto non lo era ancora nel presbiterio tridentino, così come nessuna norma liturgica impedirebbe al presbitero di porsi nella stessa direzione dell’assemblea per l’invocazione penitenziale, il canto del gloria, l’orazione colletta, la professione di fede, la preghiera dei fedeli e l’orazione dopo la comunione. Il recupero dell’orientamento liturgico richiede dunque anzitutto un profondo ripensamento del situarsi del presbitero rispetto ai fedeli. Dall’ostinato faccia a faccia a una attenta modulazione regolata dalla diversa natura degli atti di linguaggio. La croce posta al di sopra dell’altare rimane il segno maggiore verso il quale presbitero e assemblea possono rivolgere la loro preghiera, come suggerito dall’allora cardinale Ratzinger: “Dove non è possibile rivolgersi insieme verso oriente in maniera esplicita, la croce può servire come l’oriente interiore della fede. Essa dovrebbe trovarsi al di sopra dell’altare ed essere il punto cui rivolgono lo sguardo tanto il sacerdote che la comunità orante” (Introduzione allo Spirito della liturgia, p. 79).

 

Circa la posizione del presbitero all’altare per la liturgia eucaristica e in particolare per l’anafora, appare a tutti evidente come essa sia strettamente legata alla natura dell’eucaristia. I protagonisti del dibattito sull’orientamento evidenziano come la figura del presbitero che all’altare volge le spalle all’assemblea, sia espressione del carattere sacrificale dell’eucaristia, mentre, al contrario, la scelta della celebrazione versus populum compiuta dalla riforma liturgica sia nata dalla volontà di riaffermare la natura conviviale dell’eucaristia. Se, come si legge nel Catechismo della Chiesa Cattolica, “la Messa è ad un tempo e inseparabilmente il memoriale del sacrificio nel quale si perpetua il sacrificio della croce, e il sacro banchetto della Comunione al Corpo e al Sangue del Signore” (n. 1382), l’una o l’altra posizione del presbitero all’altare accentuano inevitabilmente una dimensione dell’eucaristia. Pertanto, entrambe le posizioni sono legittime e altamente significative, così che né l’una né l’altra può vantare una superiorità. Questo significa riconoscere che l’attuale celebrazione versus populum della liturgia romana non è migliore o più corretta rispetto alla comune direzione del presbitero e dei fedeli nella celebrazione eucaristia che le chiese d’oriente hanno conservano fino ad oggi, ma solo più adatta e coerente all’oggi della fede vissuto dai credenti. Occorre invece riconoscere con lucidità e coraggio che ciascuna delle due posizioni, oggi ingenuamente contrapposte, è da se stessa insufficiente per rendere conto della totalità del mistero celebrato. Nessuna forma rituale, nessun testo o gesto liturgico potrà esaurire in sé tutta la ricchezza del mistero di Dio. Come l'unica fede della chiesa è testimoniata da quattro evangeli e nessuno di essi, preso singolarmente, esaurisce tutta la ricchezza del mistero di Cristo. Come l’unica fede eucaristica della chiesa è testimoniata nel Messale Romano da quattro diverse preghiere eucaristiche e nessuna di esse esaurisce in sé tutta la ricchezza del mistero eucaristico, così i due modi possibili di celebrare l’eucaristia non possono, presi singolarmente, esaurire la totalità del mistero celebrato.

 

Dal discorso di apertura al IV Convegno Liturgico Internazionale
“Lo spazio liturgico e il suo orientamento”
Bose, 1-3 giugno 2006

 

Enzo Bianchi

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