Il Blog di Enzo Bianchi

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​Fondatore della comunità di Bose

Don Angelo Casati compie 90 anni

10/05/2021 00:00

Giuseppe Grampa

Testi di Amici 2021,

Don Angelo Casati compie 90 anni

a cura di Giuseppe Grampa

Angelo Casati, un prete “sulla soglia”

colloquio con Angelo Casati a cura di Giuseppe Grampa

Domenica 9 maggio don Angelo Casati compie novant’anni.

 

A un amico che gli manifestava l’intenzione di festeggiarlo ha detto: «Se sei mio amico, non organizzare nulla. Desidero silenzio e che mi pensino». Questo è il suo modo di essere, ma io gli disobbedisco dedicandogli queste pagine, perché quello di don Angelo è uno stile davvero singolare in un prete ambrosiano, ben testimoniato dal suo blog che si intitola «Sulla soglia». Dal 4 ottobre 1942, quando, all’età di undici anni, ha indossato la veste talare e il tricorno, don Angelo custodisce un peculiare rispetto per il mistero di Dio e per il mistero di ogni persona. Questa è la cifra della sua vita e del suo ministero.

 

Compiuti gli studi nei Seminari diocesani fino all’ordinazione nel 1954, consegue la licenza in teologia e si dedica all’insegnamento di materie letterarie. L’amore per la parola e la poesia lo accompagnano per tutta la vita, qualificando il suo ministero parrocchiale prima a Busto Arsizio, poi a Lecco e infine a Milano. Tre parrocchie dedicate a Giovanni Battista. Da lui don Angelo ha imparato a «diminuire perché Lui, il Signore, Lui solo, cresca ». In questa parola è racchiuso lo stile di don Angelo.

 

Hai conosciuto gli anni della Chiesa prima del Concilio, annunciato nel 1959. Qual è il tuo ricordo?

 

Era una cittadella dove ci si contava, ci si chiudeva entro spazi sacri e propri, disertando gli spazi comuni e si creava un mondo altro, antagonista, chiuso, ben felici quando si poteva mettere l’avversario in difficoltà. Ci bastava una religiosità di tradizioni e di abitudini. Grazie al Concilio la Chiesa si è messa sulla strada, ha come scoperchiato il tetto per vivere “a cielo aperto”: senza l’aria di possedere la Verità o il Mistero, lontani dal presumere di essere noi la risposta.

Siamo solo modesti collaboratori: è la grazia di Dio che ci mette sulla strada e a cielo aperto ad annunciare il Vangelo di Gesù, ma persuasi che i primi da evangelizzare siamo noi che ci diciamo credenti.

 

La strada: ecco un primo simbolo che tu hai percorso senza sosta. Perché è per te tanto eloquente?

 

Quante volte sulle strade del suo Paese, strade di Palestina, di Samaria, di Giudea, di Galilea, ho pensato a Gesù che camminava su sentieri tracciati nella sabbia, ai suoi piedi posati non su tappeti rossi, ma con l’odore della vita. E lui a raccontarci il suo viaggio nella nostra carne verso di noi, a raccontare con le impronte dei suoi piedi. Non posso dimenticare la prima parola che l’Eterno rivolge ad Abramo:«Parti… Esci dalla tua terra e va’ verso il paese che io ti indicherò».

 

Si è credenti solo se si esce, se ci si mette in strada. La fede comporta una dislocazione verso altre terre, verso altri pensieri, verso altri sogni che sono quelli di Dio. Verso una terra che ancora non vediamo con i nostri occhi, verso un Dio che non vediamo e che noi troppe volte pretendiamo di vedere. Mi incanta quella pagina dell’Esodo in cui Mosè, l’amico di Dio, chiede di poter vedere il volto dell’Eterno: «Non il mio volto, ma le mie spalle potrai vedere». Al suo amico Dio non nega un segno della sua presenza, ma solo un segno. La strada ha un suo verbo: «andare». Mi chiedo perché nel linguaggio ecclesiastico abbiamo sostituito il verbo «andare» con il verbo «venire»: «venire in chiesa, venire in parrocchia...». Forse perché nei nostri ambienti ci sentiamo sicuri, “tra noi”, mentre la strada è di tutti, regno del rumore, ma pure spazio di domande anche imbarazzanti, di incontri e di sorprese.

 

Eppure nella tua vita ci sono strade che ti hanno creato disagio. Lo hai confessato tu stesso, una sera, nella «Cattedra dei non credenti» dedicata alla città: «Benedetta, maledetta città»…

 

Sì, ricordo il disagio delle strade di Milano, quando vi tornai in risposta all’invito del cardinale Martini che mi chiedeva di lasciare Lecco e i suoi sentieri verso le montagne, per essere parroco nelle strade di Città Studi, strade ben note dove avevo abitato da ragazzo con la mia famiglia. Strade del passo affrettato, del traffico convulso, strade simbolo dell’inquietudine umana. La strada mi apparve, e ancora oggi mi appare, quasi una cifra della città, quasi luogo dei “senza dimora”, luogo di tutti e di nessuno, luogo della non appartenenza e della non protezione.

 

Eppure, proprio il mio Vescovo era entrato nella città camminando per le strade: che fosse anche per me un segno da leggere? Così ho cominciato ad amare la città. A uno sguardo affrettato può sembrare sorda e indifferente e invece lascia fessure, anche nelle muraglie all’apparenza impenetrabili, fessure che sono domande, quelle serie della vita. Di qui l’urgenza di essere là dove nasce la domanda, più spesso fuori dalle chiese, nasce per le strade e nelle case, là dove ogni giorno è la fatica di vivere.

 

Un secondo simbolo: a cielo aperto. Con questo simbolo tu vuoi dire che oggi non basta la Chiesa. Forse bastava nei giorni di una religione di abitudini e tradizioni. Ora l’interrogazione è per le strade, lo spazio dei rami che l’albero evangelico allarga “a cielo aperto”. Così tu sogni la Chiesa?

 

Sì, e per questo avevo scelto di chiamare il Notiziario della mia parrocchia milanese Come albero, riprendendo la parabola evangelica.

 

Tutto comincia con un minuscolo seme, il più piccolo dei semi. Eppure diventa albero dai grandi rami ospitali per gli uccelli del cielo. Anche questo simbolo evangelico mi è molto caro.

 

Mi ricorda che anche un grande albero ha avuto inizio da un seme minuscolo, il seme della Parola. Di questo e di null’altro la Chiesa ha bisogno: serva della Parola, come ci ha ricordato il Concilio.

 

Grazie a questo seme l’albero cresce e allarga “a cielo aperto” i suoi rami, accogliendo tutti cordialmente e in modo disinteressato. Offrendo a tutti ospitalità senza la pretesa di voler trattenere, offrendo solo un riparo per poter riprendere il volo. Mi lascio guidare da questi rami “a cielo aperto” per superare ogni tentazione di far da padrone sugli altri e sul loro cammino. “A cielo aperto”, senza l’inganno di aver costruito una comunità solo perché si è attuata una efficiente macchina organizzativa. I rami custodiscono i nidi, ma non ne fanno dimore definitive. Anche le nostre comunità: luoghi dove ognuno si possa sentire a casa sua e dove, per esserne parte, non occorra avere particolari doti o titoli di appartenenza.

 

C’è un verbo che hai usato soprattutto negli ultimi anni e hai posto nel titolo di un tuo libro: Sconfinare. Forse ti preoccupa il clima di questi ultimi anni, segnati dalla preoccupazione di difenderci dagli “altri”, dagli “stranieri”, di custodire la nostra “sovranità”? Forse ti preoccupa la distanza tra questo clima e l’Evangelo? Per questo ci hai invitati a «sconfinare», come ha sconfinato Gesù?

 

Quel giorno Gesù non prese la strada diritta,la tradizionale per recarsi in Galilea. Sconfinò, spingendosi nel territorio dei Samaritani. Un’altra volta gli avevano negato l’ospitalità in un loro villaggio. Ma Gesù di nuovo «sconfina». Non dovremmo sconfinare anche noi e, anziché parlare dalle cattedre, sedere al pozzo di Sicar? Qui traspira la tenerezza di un amore più forte di ogni pregiudizio. Invece noi siamo lontani dall’aver imparato la lezione di Gesù che passa i confini.

 

Mi chiedo: siamo una Chiesa mai stanca dell’umanità, una Chiesa che parla sottovoce, una Chiesa che sa chiedere un po’ d’acqua confessando il suo bisogno, una Chiesa che parla delle cose della vita, una Chiesa che non invade le coscienze, che fa emergere pazientemente le attese del cuore, scavando nel bene che rimane comunque in ogni cuore?

 

Novant’anni: Angelo, puoi confidarci come vivi questo tempo?

 

Ogni volta che ne parlo, sono sincero, un po’ mi commuovo al pensiero che, il giorno in cui morirò e arriverò a Lui, a Dio, Egli mi guarderà. Sarò un pover’uomo pieno di dubbi, di incertezze, di fragilità. Ma Lui mi guarderà e mi dirà: «Mio figlio sei tu, oggi ti ho generato». E sarà l’ultimo

futuro che il suo perdono mi avrà aperto.

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