Il Blog di Enzo Bianchi

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​Fondatore della comunità di Bose

Diventiamo architetti del tempo

26/05/2006 00:00

Alessandro Cannavò

Testi,

Diventiamo architetti del tempo

Bianchi, priore del monastero di Bose, e Jovanotti: dialogo sull’enigma più grande. La vita di un monaco è modulare le ore come nella musica: conta il ritmo

Bianchi, priore del monastero di Bose, e Jovanotti: dialogo sull’enigma più grande 

 

«La vita di un monaco è modulare le ore». «Come nella musica: conta il ritmo»

Corriere della Sera - 26/05/2006

 

di Alessandro Cannavò

Il monaco e la popstar. Una delle personalità più comunicative del cristianesimo moderno e l’artista italiano che meglio di altri ha accompagnato la crescita professionale con una maturazione interiore. L’uomo immerso nel verde e nei grandi silenzi e quello che si nutre di decibel e di folle di fans. Quando ci è venuta l’idea di far dialogare sul tema del tempo il priore di Bose Enzo Bianchi e Lorenzo Cherubini, alias Jovanotti, all’euforia iniziale era subentrato velocemente un razionale scetticismo. Perché mai due tipi così distanti dovrebbero confidarsi le loro riflessioni sull’enigma più grande della nostra esistenza? Timori del tutto infondati.

 

«Il priore di Bose? Ho letto molti suoi libri — ci ha detto Jovanotti —. Mi è piaciuto per esempio il lavoro che ha fatto sulla spiritualità mariana per i Meridiani di Mondadori... Lui racconta il Cristianesimo non come dottrina ma attraverso delle storie. E per uno come me che va pazzo per le storie... Ha la capacità del divulgatore ma senza concedere nulla. Sarei felice di parlare con lui».

 

«Jovanotti? Ho sentito qualcosa delle sue canzoni, mi è molto simpatico — ci ha detto Enzo Bianchi —. Mi sembra che abbia una mente aperta. Ho avuto l’avventura di conoscere altri cantanti. E non mi sono piaciuti. Certo che accetto di parlare con lui. E poi è stato un beniamino di alcuni dei giovani presenti qui, prima che si ritirassero alla vita monastica ».

 

A Bose, che si adagia e si nasconde in una dolce valle prealpina tra Ivrea e Biella, Jovanotti è arrivato dinoccolato come al solito, il sorriso da ragazzone amichevole e i pantaloni a vita bassa. Un postulante (uno di quei ragazzi che frequentano periodicamente la comunità per capire se hanno la vocazione per intraprendere un percorso monacale) quando lo ha visto avanzare a grandi passi si è illuminato come all’apparizione della Madonna.

 

Enzo Bianchi lo ha salutato con la sua voce corposa che fa da complemento a una barba ieratica e a due occhi felini, magnetici. Un patto reciproco e immediato: «Diamoci del tu»

 

JOVANOTTI: «Sono stato al monte Athos. Quattro giorni, non era permesso rimanere di più. Ma mi è bastato per capire che la vita monastica è un laboratorio, una catena di montaggio artigianale del tempo. Riesce a dargli più peso, più senso...».

 

BIANCHI: «È vero, perché nei monasteri tutta la giornata è ritmata in modo preciso. Non ci si adegua al tempo automaticamente, non ci si lascia invadere dal tempo. E ci si trova in tre dimensioni: il presente, con l’azione hic et nunc ; il passato, perché le nostre radici, la nostra memoria dei padri spirituali è molto forte; ma anche anche il futuro, perché viviamo nella grande attesa, piena di speranza. Che è quella della fede. Questi tre momenti hanno spazi ben definiti all’interno della giornata. Sveglia alle 4 del mattino perché vogliamo essere già presenti, consapevoli quando arriva l’aurora e poi l’alba. Il suono delle campane scandisce i momenti della preghiera personale che poi è un canto con melodie antiche. Finché alle 8 non segna la fine del grande silenzio che per noi dura dodici ore, dalle 20 del giorno precedente: la fine del periodo in cui stiamo soli con noi stessi. Ed ecco, con la parte della giornata comunitaria, il tempo del lavoro. Nei campi, in cucina, nell’accoglienza, nell’amministrazione. Ma in questo arco di tempo ci sono nove momenti, nove rintocchi di campana in cui ognuno di noi, ovunque si trovi, si ferma per un momento a pensare a un versetto che gli è stato dato al mattino. Fino al momento dei vespri. Insomma, è una continua presa e modulazione del tempo. Si tratta di fare suoni e pause. Come nella musica».

 

J: «Il mio lavoro è esattamente questo: giostrarsi tra il tempo e il ritmo. Noi pensiamo alla sveglia come una cosa che fa tic tac e in realtà fa inesorabilmente tic tic. Vuol dire che questo tempo lo rielaboriamo, lo recepiamo come musica. Per me che sono portato particolarmente a una musica ritmica, lontano dalle melodie tipiche della tradizione italiana, la scansione del tempo diventa quasi un’ossessione. Nella musica mi sento padrone del tempo. Nella vita è certamente più difficile».

 

B: «C’è una parola pronunciata da san Paolo che non ho trovato nemmeno negli autori greci. Lui parla di riscattare il tempo. La necessità di evitare costantemente che il tempo diventi un idolo che ti stritoli. Ogni volta che noi diciamo: non ho tempo, diciamo che siamo alienati al tempo. Che non siamo noi a dominarlo, a organizzarlo. Il vero problema dell’uomo è creare un’architettura del tempo ».

 

J: «Forse è questa architettura che mi fa sentire affascinato dagli aspetti del sacro. Ai quali peraltro mi avvicino da laico: non ho mai avuto visioni mistiche, il senso del miracoloso...».

 

B: «Neanch’io, mai. Nemmeno una voce. Coraggio, siamo pari...».

 

J: «Mio padre è stato un funzionario del Vaticano, io sono cresciuto vedendo ogni giorno la rappresentazione più sfarzosa della chiesa, la ricchezza, la folla; ma passavo le estati in Toscana, a Cortona, dove ora vivo. Qui il tempo dei miei ricordi da bambino era scandito dai riti semplicissimi del monastero delle Clarisse: le ostie, i dolcetti che andavo a prendere. Una semplicità che mi dà il tempo di pensare».

 

B: «Il pensare è richiesto dal tempo, la prima molla per cui uno pensa è proprio il problema del tempo. Perché resta l’enigma piu grande: da quando ci siamo messi qui a parlare sono passati dieci minuti che non ritroveremo mai più nella nostra vita. Mangiati per sempre. Si può certamente essere presi dall’angoscia... Ma io credo che avere la consapevolezza del tempo possa servire ad affrontare questo enigma. E per allargare la consapevolezza c’è bisogno di leggere, di ascoltare. Una delle cose che facciamo qui a Bose durante il giorno è contemplare la natura. Si può avere un rapporto con tutto, anche con le pietre. Perché un sasso, anche se non parla con le voci che sento io, solo per il fatto che ogni volta che passi lo ritrovi lì ha un messaggio da comunicare. Ma per capirlo ci vuole tempo».

 

J: «Io non sono per la natura a tutti costi, per il mondo new age. Per molto tempo mi sono sentito un animale totalmente urbano. Anche un bellissimo palazzo mi può comunicare quella voce del sasso. Pensa che ho avuto questa sensazione con alcuni grattacieli che ho visto recentemente a Shangai. Ma da quando sono diventato padre mi ritrovo più sensibile ai tempi della natura, dei posti solitari. Però la solitudine per me non è che l’ombra della mia personalità pubblica, quella che ama stare in mezzo alle folle».

 

B: «Se non c’è la comunione, la solitudine diventa isolamento, il silenzio diventa mutismo. Le ore del silenzio devono preparare alla parola o forse ancora di più al canto. Altrimenti è una realtà che si autodistrugge. Allo stesso modo una persona che è presa dal vortice delle persone si dissipa e a un certo punto non riesce più a percepire se stessa nel tempo e nello spazio. Comunque l’uomo non può vivere solo, perché trae dagli altri che gli stanno attorno la forma della sua vita, del suo pensiero, del suo agire».

 

J: «E’ un concetto scientifico, nella fisica quantistica si spiega che l’atomo da solo non può esistere...»

 

B: «Ma è anche un concetto antropologico. E cristiano. Perché non esiste qualcosa di cristiano che non sia umano e antropologico. Un cristiano può intendersi con tutti i non cristiani che pensano. La grammatica è comune».

 

J: «Però nel Cristianesimo il tempo ha una direzione ben precisa che altre religioni non hanno...»

 

B: «Certo, per noi ha una promessa nel futuro. Detto banalmente, in questo mondo il bene vincerà sul male, la pace avrà la meglio sulla violenza. Si va verso la trasfigurazione, il regno dei cieli».

 

J: «Mi chiedo spesso se questo tipo di messaggio riesca oggi ancora a comunicare un senso all’uomo...».

 

B: «Secondo me, sì. Nella misura in cui l’uomo di oggi cerca senso, capisce due cose: la prima è che può darci senso il riuscire a capire che la morte non è l’ultima parola della nostra esistenza. Perché altrimenti abbiamo difficoltà a dare senso a molte cose di questa vita. Pensiamo all’amore: se la morte è l’ultima parola e spezza l’amore tra un uomo e una donna, questa è una grande minaccia che incombe su tutto. La seconda cosa è che qualunque speranza deve essere uno sperare per tutti e non solo per se stessi. In questo senso per noi cristiani il tempo ha uno scopo, un traguardo da raggiungere Altri uomini hanno difficoltà a capire questo. Però il libro di Qohelet, quel piccolo gioiello della letteratura biblica che riflette con amarezza sulle malattie dell’esistenza umana, dice che Dio ha messo nel cuore umano il senso dell’eterno, anche se l’uomo non riesce ad afferrare l’inizio e la fine della creazione divina. Io vengo da una famiglia di non credenti, i miei piu grandi amici sono non credenti. Ma il solo fatto che noi tutti finiamo per interrogarci su che senso abbia la morte, significa che abbiamo dentro un briciolo di eternità ».

 

J: «E se tutto questo fosse solo un fatto chimico? Anche il senso dell’eternità: se finisse in me, con la mia morte?

 

B: «E’ possibile, il rischio ci vuole: quando si crede, si rischia. Però ascoltami: il giorno in cui hai deciso di avere una storia con una donna, tu hai rischiato la tua fiducia con lei. E lei allo stesso modo con te. E’ questo rischio che dà senso alla vita. La stessa cosa in qualche misura succede quando si pensa che le cose hanno un fine e un destino. Rischio e fiducia ».

 

J: «Io su questo punto ci ho scritto una canzone, Mi fido di te. In cui mi chiedo: Cosa sei disposto a perdere? Il bello del mio lavoro è che posso riassumere in due, tre parole, la confusione che ho avuto nei due, tre anni in cui sono stato lontano dalle scene. Questa domanda che mi sono posto tante volte, credo che oggi sia cruciale: a che cosa siamo disposti a rinunciare?»

 

B: «Partire dal prezzo è importante, senza contropartite. Alla fine è questa la parola di Gesù resa nella sua verità quotidiana: se uno non si perde, non si ritrova. E lui non ti dice che cosa puoi trovare in cambio. A proposito, Jovanotti, che cosa hai fatto in questi anni di silenzio?»

 

J: «Ho anche letto la Bibbia. Come pratica giornaliera: le dedicavo un’oretta e cercavo di afferrare la storia. Ho finito per innamorarmi delle storie. Al di là dell’aspetto divino, nella Bibbia vedo le persone di tutti i giorni. Ho visto mio padre, mia madre. Ma è un libro che non consiglierei: bisogna incontrarlo».

 

B: «E’ vero, la Bibbia o è un incontro, oppure è un libro di etica, di pietà che non ha molto senso»

 

J: «Senti Enzo, perché il monaco mi comunica meno solitudine di un prete diocesano che vive nella nostra società?»

 

B: «Il prete è oggi una figura istituzionale. Il suo celibato, per esempio, è osservato per legge. Per noi, invece, il celibato è alla radice della scelta monastica. In cui siamo chiamati ad accettare ogni giorno di amare e di essere amati dagli altri monaci. L’amore è una sfida quotidiana perché cambiano le situazioni, si diventa anziani, fragili, ammalati. Ma questa circolazione costante dell’amore ci fa sentire meno soli. Se si esclude la sfera sessuale, è la stessa condizione di una coppia: noi abbiamo fatto un patto per stare insieme fino alla morte. Ma la crisi arriva anche a noi, eccome. Intorno ai 40 anni, come a tutti gli altri uomini: si avverte un lieve declino fisico, un calo dell’entusiasmo ma soprattutto si comincia a ragionare sulla morte. Che non si vuole accettare. Tema su cui proprio a quell’età volli scrivere un libro in cui affermavo che in fondo la morte mi avrebbe permesso di vedere quel Dio che ho tanto cercato. Finito di scrivere, ti confesso che mi è venuta la pauralo sgomento».

 

J: «E oggi sottoscriveresti quelle parole?»

 

B: «Sì, certo. Ma da allora ogni giorno devo rinnovare la mia speranza. Del resto della crisi dei 40 anni ne parlavano persino san Basilio e san Gregorio nel IV secolo. Io l’ho avuta nell’85. E’ stato come entrare in una fornace. Poi, non si sa come, ne sono uscito rinnova to, con un nuovo soffio dentro di me, anche creativo. Forse mi hanno salvato le cose semplici, quelle che mi legano alla terra: cucinare e curare l’orto. E poi stare con gli amici più cari. La crisi mi ha portato una grande novità: il senso della compassione. Prima avevo il senso del perdono, della generosità, della misericordia, tutti atteggiamenti in cui c’è comunque un certo protagonismo. La compassione va oltre: io accetto di stare con una persona con-soffrendo, con-patendo. E questo dà una forza e una libertà che non vengono più meno».

 

J: «Io 40 anni li compirò a settembre: sono pronto a entrare nella fornace... Però la vita è piena di cose inattese... Accanto al lieve declino fisico, avverto allo stesso tempo un senso di novità che non so ancora spiegare... L’entusiasmo per una vita nuova. Mi ricordo quando mio padre aveva 40 anni: per me era una montagna. Ora ce li ho io e sono contento del bagaglio di esperienze nella mia vita privata e professionale. Ma ho un difettaccio: quando arrivo alla fase cruciale di un libro accelero la lettura per vedere al più presto come va a finire. Così c’è questa nuova fase della vita: e non vedo l’ora che passi...».

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