Il Blog di Enzo Bianchi

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​Fondatore della comunità di Bose

La chiesa di Paolo VI. Ecclesiam Suam

15/10/2014 01:00

ENZO BIANCHI

Quotidiani 2014,

La chiesa di Paolo VI. Ecclesiam Suam

Corriere della Sera

Corriere della Sera - 05 ottobre 2014

 

di Enzo Bianchi

Padre Bianchi: “un testo profetico”

 

Anteprima Il priore di Bose, stasera ospite in Duomo, ha scritto l’introduzione all’edizione Morcelliana, in uscita domani, dell’enciclica scritta cinquant’anni fa.

Questa sera, alle ore 20, nel Duomo di Brescia, Enzo Bianchi, priore di Bose, terrà una meditazione dal titolo «Profilo di Paolo VI». Pubblichiamo,

per gentile concessione della Morcelliana, parte dell’introduzione di Bianchi alla nuova edizione dell’enciclica Ecclesiam Suam di Paolo VI, in libreria da domani, nella collana «Montiniana ». Nella stessa collana, oltre alle edizioni delle encicliche Popolorum Progressio, Evangelii Nuntiandi e Misteryum Fidei, con nuove introduzioni, è apparsa la nuova edizione della biografia di riferimento di Paolo VI, scritta dal suo segretario, Pasquale Macchi (Paolo VI nella sua parola).

Nell’ ottobre 1980, rivolgendo il suo messaggio augurale ai lavori del Colloquio Internazionale sulla prima lettera enciclica di Paolo VI Ecclesiam Suam, organizzato dall’Istituto Paolo VI di Brescia, papa Giovanni Paolo II parlava delle «intuizioni profetiche » contenute nel testo del suo predecessore.

 

Nel novembre 2013, citando un passo dell’Ecclesiam suam nell’Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium, Papa Francesco ne ha fatto menzione come di un «testo memorabile che non ha perso la sua forza interpellante». A distanza di cinquant’anni dalla promulgazione della Ecclesiam Suam (avvenuta nel giorno della Trasfigurazione del Signore, il 6 agosto 1964) e in un contesto storico ed ecclesiale profondamente mutato, ci interroghiamo sui tratti profetici e sull’attualità di questo testo. È un testo profetico? È un testo attuale? Se sì, in che senso?

 

Personalmente, credo che la forza della Ecclesiam Suam consista nell’aver saputo ricondurre all’essenziale fede e vita cristiana sul tema della parola. Certamente, la parola di Dio, la rivelazione, da cui soltanto discende la capacità della Chiesa a parlare e annunciare, comunicare e testimoniare. Ma poi, in particolare, il parlare umano, il parlare della Chiesa: stile comunicativo fraterno, parola riflessiva, dialogo.

 

Proprio questa concentrazione sulla parola, sul messaggio, sul dialogo, esprime al meglio la vocazione della chiesa e cerca di rendere la chiesa a un tempo «più divina» e «più umana», in piena rispondenza al Cristo, parola di Dio fatta carne (cf. Gv 1,14), uomo che ha parlato come nessun altro uomo mai (cf. Gv 7,46).

 

In quest’ottica, e rileggendo l’enciclica di Paolo VI nel nostro oggi, mi pare che la forza profetica dell’Ecclesiam Suam consista anzitutto nel chiedere alla chiesa un’ascesi della comunicazione.

 

I nostri tempi di ipercomunicazione, di informazione non-stop, di strumentazioni tecnologiche impressionanti a servizio della comunicazione rendono abissale la distanza dall’epoca di Paolo VI. La sua affermazione per cui «la diffusione del pensiero è tecnicamente assurta, con la stampa e i mezzi audiovisivi, a straordinaria potenza», oggi ci fa semplicemente sorridere. Ma l’insistenza di Paolo VI sulla dimensione comunicativa fraterna, sobria, umana, chiede oggi alla chiesa la capacità di criticare il rischio di idolatria insito nell’imperativo della comunicazione e di salvaguardare il carattere umano della parola.

 

La Chiesa deve ricordare che la parola è prima, la comunicazione è seconda, e non può pigramente e ottusamente accodarsi a quanti ripetono che la parola è mero strumento per comunicare. «In principio

era la parola e la parola era Dio» ricorda il IV vangelo e l’antropologia ricorda che la parola è carattere distintivo dell’uomo. «Tutto ciò ch’è umano ci riguarda»: l’espressione forte di Paolo VI chiede un’ermeneutica oggi, in tempi di incertezza sull’umano e di radicale ripensamento sull’identità umana. E un punto fermo lo possiamo individuare nel compito di salvaguardare il carattere umano della parola, vivendo e chiedendo un’etica della parola, la responsabilità della parola, il rigore della parola veritiera.

 

Questo compito è culturale e umanissimo, ma non discende forse anche dal Vangelo e dalle parole di Gesù stesso quando chiede che il parlare dei credenti sia «sì, sì, no, no» (Mt 5,37) e quando afferma che nel giorno del giudizio sarà chiesto conto di ogni parola vana (Mt 12,36), cioè che non umanizza, ma disumanizza?

 

Una seconda istanza profetica che discende dall’Ecclesiam Suam la intravedo nel necessario dialogo interno alla Chiesa. Pur non istituendolo come «cerchio», Paolo VI parla del dialogo intraecclesiale, con una sottolineatura certamente molto marcata dell’obbedienza all’autorità.

 

Tuttavia oggi questa istanza di dialogo interno alla chiesa, senza il quale si rivela inconsistente il richiamo al dialogo con istanze esterne alla Chiesa e alla lunga fallimentare la sua pratica, deve essere declinata come accentuato esercizio di sinodalità. Nella Chiesa la sinodalità è la pratica ecclesiale della comunione. Ora, alla volontà chiaramente sinodale del Concilio Vaticano II ha fatto riscontro un’attuazione decisamente deludente per cui oggi è necessario rinvigorire la prassi sinodale a tutti i livelli ecclesiali: maggiore sinodalità non significa altro se non l’estensione a tutta la Chiesa e a tutta la sua vita, che è unica e indivisibile, della dinamica della comunione. Dinamica che passa in modo particolare attraverso il potere della parola e l’arte della comunicazione. La riscoperta della Parola di Dio nella Bibbia e nella Liturgia attuata dal Vaticano II non è andata di pari passo con l’adeguata valorizzazione della capacità di parola del credente. Per cui oggi il credente dialoga con il Signore con la lectio divina personale e in gruppi biblici, partecipa coscientemente al dialogo liturgico, ma poi si trova senza voce nell’ambito più quotidiano della fede e della vita ecclesiale. Sinodalità efficace implica un esercizio responsabile (nel senso etimologico di «rispondere a» e «dare conto di») dell’autorità; la cessazione dei perversi meccanismi di omertà e copertura delle responsabilità (si pensi alla crisi della pedofilia); un’adeguata circolazione di parola in vista di scelte da operare (come nomine episcopali); ponderazione e prudenza nelle prese di posizione per evitare maldestre smentite e rettifiche; un’adeguata presa di parola dei laici; l’instaurarsi della trasparenza della parola per evitare

i fenomeni disgustosi delle denunce anonime.

 

L’insistenza con cui papa Francesco stigmatizza le «chiacchiere», le «mormorazioni », le «parole al vento» che danneggiano il tessuto ecclesiale non possono che spingere nella direzione della ripresa di un’adeguata pratica sinodale. La sinodalità aiuta a vivere l’equilibrio fra autorità e partecipazione nella chiesa e ad articolare in modo adeguato parola di Dio e parola dell’uomo, nella convinzione che la parola è luogo dell’immagine divina nell’uomo. Essa instaura un’ascesi della comunicazione aiutando la liberazione dalla parola che manipola, che adula, che abusa. In questo modo essa può aiutare la chiesa a narrare agli uomini l’evangelo, la buona notizia, con una comunicazione anch’essa buona.

 

Riforma e dialogo: queste le due parole caratterizzanti l’Ecclesiam Suam e che rappresentano due istanze di grande attualità per la vita della Chiesa. «Riforma» è un’attitudine dialogica della Chiesa con l’Evangelo e con il mondo. E «dialogo» dovrà impregnare di sé la ricerca della pace tra le nazioni così come la missio ad gentes, l’incontro con il mondo della cultura e del pensiero contemporanei. Non è certo un caso che uno dei due soli passi in cui nel Vaticano II ricorre il termine reformatio si trovi in un paragrafo che sottolinea a più riprese l’importanza del dialogo.

 

Nel discorso del 5 agosto 1964, Paolo VI disse: «Possiamo forse intitolare questa Enciclica: le vie della Chiesa». E indica la coscienza, il rinnovamento e il dialogo come vie da percorrere.

 

Sintetizzate attorno al tema della parola, di Dio e dell’uomo, queste tre dimensioni appaiono a tutt’oggi capitali per vivere la fede in modo adulto, consapevole e creativo. Mi sembra che la coscienza che discende dall’ascolto della parola di Dio indichi anche oggi alla chiesa la via del dialogo come cammino di conversione e rinnovamento di sé. E mi pare che sia proprio questa la via che sta percorrendo papa Francesco.

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