Il Blog di Enzo Bianchi

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​Fondatore della comunità di Bose

Afasia

09/03/2023 00:00

Gianandrea Piccioli

Testi di Amici 2023,

Afasia

di Gianandrea Piccioli

di Gianandrea Piccioli

Sarò depresso, ma la sensazione è quella dello smarrimento nel vuoto. Come se attorno fossero crollate anche le ultime garitte. I punti di riferimento. Come se fosse calata una densa nebbia durante un’escursione su un terreno sconosciuto. Come se non avessimo nemmeno più le parole per dichiarare la depressione prima ancora che l’ansia. Sarà la guerra che ci tiene sospesi a un conflitto che potrebbe diventare atomico e globale. Ma in fin dei conti Putin sta facendo all’Ucraina quello che noi “occidentali”, via Nato, abbiamo fatto a mezzo mondo: in Serbia (1999), in Afghanistan (2001), in Iraq (2003), in Siria (2011), in Libia (1986 e 2011) e prima ancora in Vietnam, in Laos, in Cambogia, in Iran, in Cile, nello Yemen… e l’elenco sarebbe ancora lungo. (Segnalo in proposito gli accuratissimi libri dello storico svizzero Daniele Ganser: Le guerre illegali della Nato, innanzi tutto; ma anche La storia come mai vi è stata raccontata:gli eserciti segreti della Nato e Breve storia dell’impero americano, tutti pubblicati da Fazi Editore.)
 

Oppure sarà la decadenza di tutti i media che dovrebbero garantire un’ informazione almeno minimamente decente e invece, salvo qualche saltuaria e casuale eccezione, sembrano in gara tra
loro per adeguarsi alla koiné occidentale, quindi statunitense, avendo l’Europa da tempo rinunciato a una propria autonomia ed essendo diventata in sostanza una grande colonia yankee. Con tutti i servilismi prima coatti e poi spontanei dei coloni. E se non segui la partitura sei subito sospettato di collusione col nemico.
 

Non è solo la guerra in Ucraina, con tutto lo sgomento la sofferenza l’ambiguità la paura le menzogne la compassione che essa comporta. È anche la scomparsa, da noi, di ogni riferimento non dico all’utopia (che è pur sempre una cometa che orienta il cammino) ma semplicemente ai principi democratici di base. O anche solo al buon senso. Se quanto si legge nei giornali sul nostro governo e sulla nostra classe politica in genere si riferisse a un altro paese si potrebbe anche sorridere, o addirittura ridere. O sentirsi solidali con quel popolo sfortunato. Trattandosi di noi ci si può solo deprimere. E interrogarci. E ripercorrere il nostro cammino individuale e collettivo.

 

Cercar di capire dove abbiamo sbagliato, come abbiamo fatto ad avere elezioni regionali (e in regioni come la Lombardia e il Lazio!) con un numero di elettori di poco superiore a quello dei vecchietti che un tempo giocavano a scopa nelle osterie o nei bar di periferia.
 

Sì, l’elettronica in pochi anni ha sconvolto il mondo, le relazioni, i contatti “dal vivo”, con tutto ciò che la presenza fisica comporta. E ha stravolto le modalità delle comunicazioni. L’isolamento pandemico ci ha aggiunto del suo. Ma una società senza relazioni dirette non è più una società: è come giocare a scacchi da soli, o allenarsi a tirare il pallone in rete senza portiere.
 

Ovviamente non è soltanto una questione di solitudine o di media. È che si è conclusa la storia della sinistra italiana (e forse non solo italiana, ma il nostro tracollo sembra più definitivo). E, peggio, non c’è più la polis, mancano il rapporto e la discussione vis à vis; manca il senso della collettività, soprattutto non c’è più la fiducia nel cambiamento. Prevale il classico “Tanto sono tutti uguali”. E così ci troviamo un governo che sembra una compagnia del teatro dialettale. Il guaio è che i nostri ministri non sono i Legnanesi, non si muovono su un palcoscenico, hanno in mano un governo senza opposizione: solo baruffe interne, da campiello veneziano. E se alcuni di loro sembrano solo delle macchiette altri sono anche inquietanti, a partire da quello della Giustizia o quello della Pubblica Istruzione (pardon: dell’Istruzione e del Merito, secondo la nuova dicitura).
 

Ma l’interrogativo deprimente, soprattutto per i più anziani di noi, è: Come abbiamo fatto a ridurci
così? Dove abbiamo sbagliato? E, soprattutto, questo “noi” ha ancora un senso? Noi chi? Fuori dalla ristretta cerchia di amici anziani, brontoloni e sconfortati, fuori da qualche sito elettronico di
volonterosi, che cosa resta? Ormai ci mancano le parole. Anche perché le poche che usiamo sembrano non avere un referente concreto nella realtà che ci circonda: sembra che tutto ciò in cui abbiamo creduto, per cui ci siamo a vario titolo impegnati, si sia liquefatto. E non credo sia solo depressione.

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