Il Blog di Enzo Bianchi

Il Blog di Enzo Bianchi 

​Fondatore della comunità di Bose

Il pane di ieri

14/11/2008 11:56

ENZO BIANCHI

Libri,

Il pane di ieri

ENZO BIANCHIIl pane di ieri© 2008 Einaudi

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14 novembre 2008

 

«Il pane di ieri è buono domani», dice per intero il proverbio. Con la bussola di queste parole Enzo Bianchi racconta storie e rievoca volti della propria esistenza: il Natale di tanti anni fa e la tavola imbandita per gli amici, il suono delle campane nella veglia dell'alba e il canto del gallo nel silenzio della campagna, i giorni della vendemmia e la cura dell'orto.

Trova il momento della solitudine e quello della veglia, accoglie la vecchiaia come una stagione che arriva alla vita. Ogni racconto è la tappa di un cammino sapienziale che parla dell'amicizia, della diversità, del vivere insieme, dei giorni che passano e della gioia. Della vita di ogni uomo in ogni tempo e terra del mondo.

«Mia madre deponeva sul tavolo ogni mattina una gríssia del "pane di ieri", un fiasco di vino, un orciolo di olio e una saliera, tutto ricoperto da un tovagliolo da lei ricamato con la scritta: "l'olio, il pane, il vino e il sale siano lezione e consolazione"».

 

ENZO BIANCHI
Il pane di ieri
© 2008 Einaudi

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Corriere della Sera 09/12/2008

 

I discorsi a tavola di Enzo Bianchi

Il PARADOSSO DELLA NEVE

 

di Alberto Melloni

Qualificare Il pane di ieri (Einaudi, pp. 120, e 16,50) è difficilissimo. Perché quest’ultimo libro di Enzo Bianchi, figura di spicco dell’ecumenismo monastico e autore di successo, non ha quasi niente a che fare con queste sue qualifiche. Non è un testo spirituale, anche se è fin prepotente la rivendicazione di essere stato fatto staretz più dalla sua infanzia che dalla quarantennale pratica monastica.

 

Non è nemmeno un romanzo, anche se nei racconti di un Monferrato mitico si sentono tutte le letterature delle colline e della bruma, della luna e dei falò. E per quanto siano abbondanti le osservazioni su uno stato di Chiesa imputridito da illusioni nostalgiche e dalla pavidità davanti al problema della umanizzazione del tempo, non è su questo che si sofferma l’ultimo libro del priore di Bose.

 

Il pane di ieri, forse, è un’altra cosa: è un lungo discorso a tavola (come quelli di Lutero che l’Einaudi di Roberto Cerati, al quale è dedicato, immise nella cultura italiana), messo nero su bianco. Qui Bianchi racconta di ricordare un mondo nel quale tutti (il ricordo non fa eccezioni) sapevano far diventare tavola il tavolo di quelle cascine monferrine sulle quali egli posa una memoria appassionata.

 

Quella che era pura vita contadina negli anni fra l’armistizio e il boom economico, identica lungo tutta la dorsale appenninica con varianti solo linguistiche, diventa una collezione di culture: la cultura del pane, la cultura del vino, la cultura della veglia, la cultura della morte, perfino la cultura della fede, con quei riti celebrati da parroci potenti come Elia, intrepidi nel farsi incontro al temporale che potrebbe danneggiare i raccolti armati della stola e della piletta dell’acqua santa come dei don Chisciotte della fede, assistiti da un chierichetto, che li guarda come un ammirato piccolo Sancho.

In questo panorama il passato si allontana e il tempo si divide in due, ora e allora: è sintomatica, da questo punto di vista, la bella pagina dedicata al valore del pane, descritto come qualcosa che ha conservato una sua unitarietà dall’Egitto meridionale del 3000 a.C. fino al Monferrato di fine anni Quaranta.

 

Un tutt’uno millenario dal quale sembra che oggi sia esclusa una generazione che il pane lo compra in busta, ma non per questo non lo pena e non lo suda, finendo perfino beffata dagli eufemismi governativi sui «meno abbienti».

 

E nello straniamento del tempo la stessa vita di Bianchi si allontana dalla sua misura: perché il monaco del 1943 (17 anni meno del Papa capo dello Stato e un’età in cui si diventa arcivescovi) si dipinge come un vecchio, uscito indenne dalla tentazione dei cinquantenni (il cinismo) e ormai desideroso solo di prepararsi ad un tratto di vita nel quale la lentezza e l’angoscia del futuro vengono lette come cifre di un tempo ultimo.

 

Ma questo, senz’altro, non è un libro di sociologia, tanto meno di sociologia spirituale: è un libro di discorsi a tavola, un recitativo terapeutico che enuncia le grandi figure che hanno formato quella che Enzo Bianchi chiama la sua «etica laica», con buona pace per tutti gli etsi di questo mondo.

 

Il pane di ieri va letto così: riconoscendo lo stile (l’esclamativo asseverativo! L’attacco in «Sì:») che ha reso celebre la prosa del monaco; soprattutto apprezzando il lavoro sulla lingua. Perché i proverbi in dialetto monferrino vengono sottoposti ad esegesi come fossero parole bibliche, generano un linguaggio calcato sui ritmi brevi di quei comandamenti evocati solennemente, in linea col famoso paradosso sulla neve che anche il volume cita di gusto.

 

Quello secondo il quale tutti credono che ci fosse più neve quando loro erano bambini, senza rendersi conto che, quando si è alti un metro, tutto sembra immenso.

 

Così chi seguirà Enzo Bianchi in questo elogio di una umanità che nevicava più fitta allora di oggi, potrà imparare a ricordare il suo tempo e a custodire l’oggi in cui cresce, se è giovane: perché l’umanità che incontra oggi in questo tempo sbandato gli sembrerà col tempo tanta, tanta da bastare ad una vita. Bella, buona e felice, naturalmente.

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